Nell’educazione finanziaria l’Italia non è all’anno zero, ma la strada è ancora lunga

di Angelo De Mattia

Oggi si tiene a Roma un convegno della Herbert Simon Society e della Banca d’Italia, in collaborazione con una serie di altri istituti ed enti, sul tema della regolazione finanziaria e delle relative politiche con riferimento specifico a quelle comportamentali. Sarà l’occasione per fare il punto sull’educazione finanziaria soprattutto per la presenza di Anna Maria Lusardi presidente del Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria, istituito presso il Tesoro. Un Comitato che opera da poco, ma ha già promosso una serie di iniziative, a partire da numerosi incontri sull’intero territorio nazionale e si propone un ambizioso programma fatto, tra l’altro, di raccordi con i Comuni, di presenza sui mass media, di utilizzo dei «social».
In sostanza, il Comitato è chiamato ad agire in sede costituente, non perché finora nulla si sia fatto al riguardo, considerato l’impulso dato da anni dalla Banca d’Italia. In sostanza, non siamo agli inizi della sensibilità per questi temi, come accadeva quando molti anni orsono, accanto alla Banca d’Italia, si registrava solo qualche impegno pionieristico, quale quello pressoché isolato di Beppe Ghisolfi, ora rappresentante italiano nell’associazione internazionale delle Casse di risparmio il quale, in tale sede, continua a battersi su questo tema, soprattutto per i riflessi positivi che ne possono scaturire per l’Italia. Ma se la fase dello spontaneismo è stata superata, ora bisogna fare i conti proprio con la pluralità e la diversità dei programmi e delle iniziative al riguardo affinché, piuttosto che duplicazioni e obiettivi differenziati, si possa conseguire un organico raccordo che miri all’unitarietà e renda possibile raggiungere risultati efficaci, che si possano leggere nelle cifre dei sondaggi e nei comportamenti dei cittadini.

È quest’opera di aggregazione delle forze per un più sicuro avanzamento che dovrebbe rappresentare la principale sfida per chi è preposto a questo settore. Occorrono, altresì, periodici riferimenti in modo che si possa avere, in maniera trasparenza, contezza dei passi che si compiono e dei loro effetti. Fondamentale è, comunque, inserire, una buona volta, l’educazione finanziaria nei programmi della scuola dei diversi ordini e gradi, come materia obbligatoria, al pari di quella che un tempo si denominava educazione civica e che pure andrebbe riattualizzata, partendo dall’impartire la conoscenza della Costituzione e affinando tale insegnamento di pari passo con il progredire degli studi. Deve essere chiaro, proprio per prevenire alcune banalizzazioni che a volte si ascoltano, che l’educazione finanziaria non surroga affatto quanto le banche sono tenute a fare, in base alle leggi, nell’informare correttamente e nell’assistere professionalmente e diligentemente la clientela ottemperando ai tassativi obblighi di correttezza e trasparenza, anche per un riequilibrio della posizione del cliente, spesso contraente-debole. Nessuno ha mai pensato che i casi, circoscritti, di «mala gestio» verificatisi in banche siano attribuibili a carenze nell’educazione finanziaria, quasi che si sia affermato il principio «caveat emptor», che certamente non può avere un ruolo totalizzante. L’educazione, però, si integra con i doveri dei banchieri e consente di rafforzare il contesto di visibilità e di cortezza negoziale nel quale si colloca il rapporto con la clientela. Dunque, nessuna confusione. Anche a diradare definitivamente ogni sospetto al riguardo può valere una adeguata, costante informazione da parte del ricordato Comitato. (riproduzione riservata)

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