La riforma Fornero dimezza le uscite pensionistiche

Per il 2019 sono attesi circa 20 mila pensionamenti. di quota 100 ancora nessuna traccia
Pesano i nuovi requisiti ma anche le penalizzazioni economiche
di Nicola Mondelli

La riforma Fornero continua a incidere profondamente sull’accesso alla pensione dei dirigenti scolastici, dei docenti e del personale educativo, amministrativo, tecnico ed ausiliario in servizio con contratto a tempo indeterminato.
Per il 2019 si prospetta infatti una notevole riduzione sia delle cessazioni dal servizio d’ufficio per raggiunti limiti di età sia delle domande di dimissioni volontarie con diritto al trattamento pensionistico anticipato, queste ultime presentate dai docenti e dal personale educativo, amministrativo, tecnico ed ausiliario in servizio con contratto a tempo indeterminato entro il 12 dicembre, nei termini e con le modalità di cui al decreto ministeriale n. 727 del 15 novembre 2018 e alla circolare prot. n. 50647 del 16 novembre 2018.
Trovano , stando all’ultimo report dell’incontro tra sindacati e ministero dell’istruzione, le stime di ItaliaOggi che hanno indicato le riduzioni intorno al 50% rispetto al numero delle dimissioni volontarie e delle cessazioni dal servizio d’ufficio per raggiunti limiti di età registrate nell’anno scolastico 2017/2018.

Entro il 20 dicembre 2017, termine fissato del decreto ministeriale n. 919 del 23 novembre 2017, avevano infatti presentato la domanda di cessazione dal servizio con decorrenza 1° settembre 2018, 25.246 docenti e 7.936 Ata mentre altri 8 mila sono stati collocati a riposo d’ufficio per raggiunti limiti di età o per risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro disposto dal dirigente scolastico ai sensi dell’articolo 72, comma 11, del decreto legge n. 112/2008. Al 12 dicembre 2018 le domanda di cessazione dal servizio e di accesso alla pensione anticipata con effetto dal 1° settembre 2019 potrebbero non avere superato le 16.000 unità mentre sarebbero non più di 5 mila le cessazioni d’ufficio del rapporto di lavoro per raggiunti limiti di età.
Diverse le motivazioni che starebbero alla base della ipotizzata, peraltro prevista frenata nella corsa al pensionamento anticipato oltre che alle cessazioni per raggiunti limiti di età.
Quella prevalente è certamente l’adeguamento dei requisiti di accesso al pensionamento agli incrementi della speranza di vita stabiliti con il decreto 5 dicembre 2017.
Rispetto ai requisiti richiesti per il 2018, l’adeguamento ha comportato infatti l’aumento di ulteriori cinque mesi dei requisiti anagrafici e contributivi richiesti per accedere nel 2019 al trattamento pensionistico di vecchiaia( 67 anni di età unitamente ad almeno 20 anni di contribuzione) o a quello anticipato: 43 anni e tre mesi di contribuzione per gli uomini e 42 e tre mesi per le donne da poter fare valere, senza arrotondamenti, entro il 31 dicembre 2019, anziché 66 anni e sette mesi di età e 42 anni e dieci mese di contribuzione, se uomo e 41 anni e dieci mesi se donna.

L’altro elemento che potrebbe avere inciso nella decisione di rinviare il più tardi possibile la domanda di cessazioni dal servizio anticipato o le dimissioni volontarie è quello di natura economica: restare in servizio per un maggiore numero di anni evita di incorrere in penalizzazioni in sede di calcolo dell’ammontare del trattamento pensionistico e garantendosi nel contempo una pensione più dignitosa e non troppo inferiore alla retribuzione in godimento all’atto della cessazione.
La situazione testé illustrata circa il numero del personale della scuola che dovrebbe cessare dal servizio con effetto dal 1° settembre 2019 potrebbe subire notevoli modifiche qualora nel sistema previdenziale dovesse essere introdotto l’istituto della «quota 100». Ma a quali condizioni non è ancora dato sapere, il che non consente di fare stime o previsioni sulla reale portata della riforma.
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