Il risparmio fuggito

di Francesco Ninfole
Si dice spesso, e a ragione, che un punto di forza dell’economia italiana è il risparmio delle famiglie. Tuttavia se si guardano gli investimenti sottostanti al risparmio gestito (fondi comuni italiani, fondi pensione e polizze assicurative) si scopre che circa metà delle risorse finisce all’estero. Una ricerca di due economisti della Banca d’Italia, Andrea Cardillo e Massimo Coletta, ha rilevato che le famiglie italiane attraverso il risparmio gestito hanno un portafoglio complessivo di 797 miliardi, che però sono indirizzati per il 26% su titoli di debito esteri, per il 5% in azioni di società estere e per il 19% in quote di fondi comuni stranieri. Guardando questi dati relativi a fine 2016, si può concludere che circa 400 miliardi del risparmio gestito italiano finanziano Stati e società estere. L’analisi ha osservato che, tra investimenti diretti e indiretti, le famiglie italiane investono 823 miliardi oltre i confini nazionali (il 20% della ricchezza finanziaria). Ma le cifre sul risparmio italiano fuggito sarebbero di importo ancora maggiore se si considerassero gli investimenti nei fondi di diritto estero (non inclusi nella ricerca Bankitalia), che hanno raggiunto un patrimonio gestito di 745 miliardi secondo gli ultimi dati di Assogestioni.

Una fetta rilevante della ricchezza delle famiglie italiane non resta quindi in Italia. Va detto che questo è in parte non solo fisiologico, ma anche opportuno. La diversificazione, anche geografica, è uno dei principi cardine del risparmio gestito. Inoltre la nascita dei Pir ha incanalato una quota maggiore del risparmio italiano verso gruppi del Paese. Ma le dimensioni del fenomeno mettono in risalto alcuni punti deboli dell’Italia, che è poco presente nei benchmark dei fondi e paga lo scotto di un mercato borsistico poco sviluppato, con molte imprese piccole e non quotate, i cui titoli quindi non finiscono nei grandi portafogli del risparmio gestito. I nodi del capitalismo italiano vengono quindi al pettine anche dal punto di vista finanziario. Fin quando le aziende resteranno poco aperte ai mercati e di dimensioni inferiori alla media degli altri Paesi, bisognerà mettere in conto che le famiglie italiane continueranno ad aiutare lo sviluppo di altre economie e ad abbassare il costo di finanziamento per le grandi società globali. Le imprese italiane nel frattempo resteranno legate a filo doppio ai destini delle banche. «Nel triennio 2014-2016 è aumentato il peso delle obbligazioni e delle azioni emesse da intermediari e imprese esteri: a fine 2016 le famiglie italiane investivano indirettamente nelle società non finanziarie francesi e statunitensi più di quanto investissero nelle società non finanziarie italiane», ha osservato l’analisi di Bankitalia. Ecco nel dettaglio i portafogli indiretti delle famiglie italiane nei fondi comuni, nei fondi pensione e nei prodotti assicurativi (nella tabella in pagina i valori aggregati).

Fondi comuni. Nel complesso la composizione del portafoglio dei fondi comuni italiani attribuibile alle famiglie italiane è «prevalentemente orientata verso gli investimenti esteri» ed è «coerente con un mercato finanziario italiano caratterizzato da uno spessore elevato del mercato dei capitali pubblici, da un mercato dei capitali privati poco sviluppato e da una ridotta capitalizzazione del mercato borsistico», hanno osservato Cardillo e Coletta.
I titoli di debito rappresentano circa i due terzi degli investimenti che le famiglie italiane detengono indirettamente tramite i fondi italiani (il totale è di 184 miliardi a fine 2016). La componente italiana è costituita prevalentemente dai titoli di Stato, in particolare dai Btp, mentre il peso delle obbligazioni emesse da banche e società italiane è trascurabile (circa 6%). Al contrario, tra i titoli esteri prevalgono quelli emessi da banche e imprese, che nell’insieme rappresentano il 17% del portafoglio contro il 12% dei titoli pubblici.
L’investimento indiretto in azioni nel triennio è rimasto stabile intorno al 12%: le azioni estere ne rappresentano oltre l’80%. Gli investimenti azionari esteri sono diretti prevalentemente verso le aziende quotate residenti negli Stati Uniti, in Francia, in Germania e nel Regno Unito.

Fondi pensione. «Se si escludono i titoli pubblici, tramite l’asset allocation adottata dai gestori dei fondi pensione le famiglie italiane presentano un’esposizione elevata verso l’estero e modesta verso l’economia italiana», ha sottolineato la ricerca. Sul tema è intervenuta di recente anche la Covip: secondo l’autorità di settore, le principali cause che hanno ostacolato gli investimenti in titoli di imprese italiane sono «la replica di benchmark di mercato diversificati su scala internazionale nei quali il peso assegnato all’Italia è marginale; lo scarso sviluppo dei mercati dei capitali privati e il numero limitato di imprese quotate; le difficoltà nella valorizzazione e nella liquidabilità di strumenti non quotati».
I titoli pubblici costituiscono l’investimento prevalente dei fondi pensione (il 50% a fine 2016 su un totale di 95 miliardi). Nel triennio 2014-2016, l’incidenza dei titoli pubblici esteri ha superato quella dei titoli pubblici italiani. È quasi interamente estero l’investimento in obbligazioni di banche e imprese: in particolare, a fine 2016 le famiglie italiane investivano indirettamente nelle obbligazioni di aziende statunitensi e francesi più di quanto investissero nell’insieme delle imprese italiane (rispettivamente 2,4, 1 e 0,6% del portafoglio totale).
L’investimento indiretto delle famiglie in azioni ammonta a circa il 20% del portafoglio, costituito per oltre il 90% da azioni emesse all’estero. Oltre il 50% di queste ultime è emesso da aziende residenti negli Stati Uniti, in Francia, in Germania e nel Regno Unito.

Prodotti assicurativi. Tramite le polizze le famiglie italiane finanziano prevalentemente investimenti in titoli di Stato, soprattutto italiani, e in misura minore in obbligazioni di banche e imprese, in questo secondo caso con un rapporto di quasi tre a uno tra quelle estere e quelle italiane a fine 2016 (il rapporto era inferiore a due nel 2014). «Questi risultati sono dovuti innanzitutto alla prevalenza nel portafoglio assicurativo delle famiglie italiane di polizze del ramo vita di tipo tradizionale, che implicano per la compagnia stipulante un impegno ad acquistare una copertura sicura, tradizionalmente rappresentata dai titoli di Stato italiani», ha spiegato l’analisi di Bankitalia.
Il portafoglio a copertura delle riserve tecniche del ramo vita e del ramo danni costituite dalle assicurazioni per garantire gli obblighi nei confronti delle famiglie italiane è aumentato nel triennio in esame da 467 a 518 miliardi di euro. I titoli pubblici rappresentano oltre due terzi dei titoli di debito, con prevalenza di quelli italiani, che costituiscono anche la voce più importante dell’intero portafoglio a copertura delle riserve tecniche (51%). Questi ultimi sono composti da Btp, mentre quelli esteri sono quasi interamente emessi da Paesi dell’Eurozona (di cui circa la metà dalla Spagna).
Le obbligazioni private pesano per il 24% del portafoglio; l’incidenza della componente italiana, emessa in prevalenza da banche e imprese, è scesa nel triennio dal 9 al 6%, mentre quella della componente estera è rimasta prevalente ed è salita dal 15 al 17% del portafoglio. Rispetto al 2014, il peso delle obbligazioni emesse da aziende estere ha registrato un aumento del 46%. È invece rimasto pressoché stabile quello delle obbligazioni di banche e di altri intermediari finanziari esteri. Riguardo alla localizzazione geografica degli emittenti, le banche e le imprese francesi continuano ad essere quelle maggiormente rappresentate, con una quota complessiva del portafoglio del 3%. Il portafoglio azionario è invece rimasto inferiore all’1% ed è costituito da sole azioni estere. (riproduzione riservata)
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