L’Italia digitale da 53 mld

di Nicola Carosielli
Per le aziende italiane investire nel digitale è diventato ormai fondamentale. Il piano Industria 4.0 va in questa direzione con lo stanziamento di 13,7 miliardi (da spalmare tra il 2017 e il 2024) per incentivare gli investimenti, sviluppare le tecnologie e favorire la formazione digitale. Tanto più se si pensa che l’economia digitale in Italia vale 52,9 miliardi di euro (considerando raccolta pubblicitaria, servizi di advertising e marketing, tecnologia, e-commerce), rappresentando il 3,3% del pil. È quanto emerge dalla ricerca elaborata da Ernst&Young e Iab Italia, in collaborazione con Elis e Oracle, e focalizzata sull’indotto economico e occupazionale del digitale italiano. «I ricavi delle aziende digitali sono cresciuti del 6% tra il 2014 e il 2015 e, secondo le previsioni, proseguiranno nel trend positivo», ha dichiarato Andrea Palliani, Mediterranean Advisory Services Leader di EY. «Risulta fondamentale investire nella digitalizzazione delle imprese e nella formazione di competenze adeguate e flessibili così come nella creazione e nel rafforzamento delle infrastrutture».

Più in dettaglio, il contributo maggiore al giro d’affari arriva dal settore dell’e-commerce, con una quota del 39%, mentre a seguire c’è il settore della tecnologia con una quota del 22%. Ma non si può investire nel digitale senza comprendere le leve sulle quali è necessario puntare per continuare a competere in questo campo. I fattori-chiave restano l’innovazione (43%), quindi la capacità di saper anticipare le tendenze e anche il bisogno di sistemi di misurazione che aiutino le aziende a massimizzare l’efficacia e l’efficienza dei loro investimenti digitali (41%).

Si tratta di un settore economico in crescita, che magari fungerà da traino alla ripresa del mercato del lavoro. Le risorse occupate sono 220 mila, numero destinato a crescere nei prossimi sei mesi, visto che il 59% delle aziende del mercato si dichiarano intenzionate ad assumere. Le competenze più ricercate sono la capacità di gestione dei Big Data (43%) e di analisi di efficacia delle campagne online (34%). Importanti sono anche l’esperienza sui social network (31%), competenze specifiche in programmatic advertising (27%) e seo/sem (27%). Emerge dunque la tendenza di portare all’interno delle aziende la gestione diretta e il controllo di una serie di attività digitali in forte crescita e considerate sempre più strategiche dagli investitori pubblicitari, svolte da figure che conciliano le capacità tecniche per l’utilizzo di piattaforme, la valorizzazione di dati attraverso algoritmi, la capacità di lettura e interpretazione di dati stessi e abilità commerciali. (riproduzione riservata)

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