di Paola Valentini

Oggi in pochi ricordano il nome di Giacomo Brodolini. Eppure il peccato originale del sistema previdenziale italiano è legato a questo ministro del Lavoro del governo Rumor. Nel 1969 infatti Brodolini introdusse in Italia il sistema retributivo per il calcolo dell’assegno (che ha assicurato da allora ai pensionati l’80% dell’ultimo stipendio, indipendentemente dai contributi versati) e le pensioni di anzianità, che hanno permesso per anni il ritiro in anticipo dal lavoro.

Un cocktail micidiale che in questi decenni ha fatto lievitare la spesa dell’Inps a livelli insostenibili. Ora, a distanza di oltre 40 anni, la riforma previdenziale contenuta nel decreto salva-Italia, che giovedì 22 dicembre ha avuto il sì definitivo anche del Senato, prova a disinnescare questa autentica bomba per i conti pubblici. L’intervento del ministro del Welfare Elsa Fornero abolisce infatti le pensioni di anzianità, costringendo i lavoratori a rimanere in attività anche fino a sei anni in più, e introduce per tutti il sistema contributivo di calcolo della pensione, nel segno di una maggiore equità tra generazioni.

 

In realtà, per i lavoratori assunti dal primo gennaio 1996 vale già il principio del contributivo per il calcolo dell’intera pensione, mentre coloro che a quella data avevano meno di 18 anni di contributi ricadono nel sistema misto, cioè l’assegno viene calcolato fino al 31 dicembre 1995 con il più generoso sistema retributivo e dopo quella data con il contributivo.

Ora il pro rata è esteso anche ai lavoratori che al primo gennaio 1996 vantavano più di 18 anni di contributi.

Per questi dal 2012 la pensione sarà calcolata con il contributivo, fatti salvi gli anni precedenti. Proprio perché prossimi alla pensione, per questi lavoratori l’assegno finale sarà comunque vicino a quell’80% che riceve chi ha la pensione calcolata interamente con il metodo retributivo. Non è così invece per chi ricade nel misto o nel contributivo puro, cioè i più giovani. In questi casi la pensione che ci si può aspettare, nonostante una maggiore permanenza al lavoro, è in media del 60% dell’ultimo stipendio con punte anche del 30-40% per gli autonomi, che versano meno contributi nell’ipotesi di continuità lavorativa.

Questo quadro emerge chiaramente dalle simulazioni sui nuovi tassi di sostituzione (la percentuale dell’ultimo stipendio che si percepirà come pensione), condotte da Progetica, società indipendente di consulenza in educazione e pianificazione finanziaria. E sono calcoli importanti, visto che nell’anno che sta per finire i meccanismi previdenziali sono stati rivisti prima dal governo Berlusconi e poi, più radicalmente, dall’esecutivo Monti. Si lavorerà di più quindi, perché le pensioni di anzianità calcolate con il sistema delle quote (che prevedeva per i dipendenti 36 anni di contributi e 60 anni di età oppure 35 e 61) sono state abolite mentre quelle legate ai 40 anni di contributi indipendentemente dall’età sono state abolite.

Inoltre i nuovi requisiti per la pensione di vecchiaia per i dipendenti e autonomi maschi sono stati alzati da 65 a 66 anni dal 2012, mentre per le donne del settore privato sempre nel prossimo anno inizierà la convergenza verso i 66 anni di età degli uomini (per le dipendenti pubbliche i 66 anni scattano già dal 2012).

 

La pensione di vecchiaia per le lavoratrici dipendenti scatterà al raggiungimento dei 62 anni nel 2012, con uno scalino di ben due anni rispetto a oggi, per arrivare poi a 63,5 nel 2014, a 65 nel 2016, e a 66 nel 2018. Le lavoratrici autonome invece andranno in pensione di vecchiaia a 63,5 anni nel 2012, 64,5 nel 2014, 65,5 nel 2016 e 66 nel 2018. Si potrà, comunque, mettersi a riposo anche prima, ma gli uomini dovranno avere 42 anni e un mese di contributi nel 2012, 42 anni e due mesi nel 2013 e 42 anni e tre mesi dal 2014, per le donne invece sono previsti, rispettivamente, 41 anni e un mese, 41 anni e due mesi e 41 anni e tre mesi. Per gli uomini si tratta di un aumento di circa un anno rispetto ai 40 anni di contributi con i quali si poteva andare in pensione di anzianità fino a fine 2011, considerando anche la finestra di attesa di 13-15 mesi. Ma se fino a quest’anno la pensione di anzianità maturata con i 40 anni di contributi era slegata dall’età, la Fornero ha introdotto alcune limitazioni legate proprio all’età del lavoratore. Se si chiederà, infatti, la pensione sotto i 62 anni, l’assegno erogato, per la quota retributiva, sarà decurtato dell’1% annuo per ogni anno di anticipo fino ai 60 anni, mentre per età inferiori ai 60 anni la decurtazione sarà del 2% annuo.

Per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996, ovvero per i lavoratori più giovani del sistema contributivo, la pensione anticipata si potrà chiedere a 63 anni, a patto di aver versato almeno 20 anni di contributi e solo se l’importo della pensione sarà pari a 2,8 volte l’importo dell’assegno sociale (attualmente questa quota è a 1.300 euro). Una mossa, quest’ultima, che serve a garantire più equità tra le generazioni. Si spiega così il salto che c’è nelle tabelle tra un lavoratore dipendente nato nel 1970 che ha iniziato a lavorare nel 1995, a 25 anni (avrà un tasso di sostituzione del 71%, perché dovrà lavorare più a lungo, non potendosi ritirare prima dei 68 anni), e uno della stessa età che ha iniziato nel 1996 (il quale se vorrà rimanere a casa a 63 anni, potrà farlo, ma con il 59% dell’ultimo stipendio). Previste anche alcune eccezioni per non penalizzare troppo i lavoratori dipendenti oggi vicini alla pensione di anzianità con il vecchio sistema delle quote: si tratta della cosiddetta generazione del 1952. Gli uomini possono accedere alla pensione a 64 anni se maturano entro il 2012, 60 anni di età e 35 di contributi con quota 96, mentre per le donne i due requisiti sono rispettivamente, pari a 20 anni di contributi e 60 anni di età. A parte questi due ultimi casi, tutti i requisiti di età per accedere alla pensione di vecchiaia e a quella anticipata saranno negli anni adeguati in base alla speranza di vita Istat. Risultato: in base agli scenari base dell’Istat, per gli uomini il requisito dei 66 per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni tra 10 anni, e a quasi 70 anni nel 2050.

 

Anche i requisiti d’accesso alla pensione anticipata saliranno, passando da 42 anni e 1 mese per i lavoratori dipendenti e autonomi del 2012, fino a 43 anni nel 2022 per poi superare i 45 anni nel 2050. Per le donne le stime indicano un incremento di circa 4 anni da qui al 2050, quando si potrà arrivare a 45 anni. Ma oggi la maggior parte dei lavoratori presta più attenzione al fatto che deve lavorare di più rispetto a quanto potrà ottenere, sottostimando un problema che si farà sentire sempre più man mano che prenderà piede il sistema contributivo. Spiega Andrea Carbone, partner di Progetica: «Le stime mostrano come l’importo dell’assegno pensionistico, nonostante l’aumento dell’età pensionabile porti mediamente un aumento del tasso di sostituzione, rimanga un aspetto al quale prestare grande attenzione». Spesso, infatti, ci si concentra solo su quando si andrà in pensione, senza pianificare per tempo la stabilità economica. «I tassi di sostituzione sono stimabili tra il 30% e il 70%, a seconda del profilo e della categoria professionale: valori che spesso garantiscono la copertura dei propri bisogni solo per 15 giorni al mese, e che lasciano ai cittadini la responsabilità di occuparsi della propria integrazione pensionistica», aggiunge Carbone. Nelle tabelle sono indicati con diverso colore i tassi di sostituzione oltre il 70%, quelli tra il 50 e il 70% e fino al 50%. Si tratta di valori medi legati tra l’altro alle stime sul pil cui è legata la rivalutazione dei contributi versati. Un Paese in recessione o in crescita lenta incide negativamente sull’accumulo di capitale.

L’entità dell’assegno pensionistico, dopo la riforma Fornero, diventa più rilevante soprattutto per le donne che hanno maggiori difficoltà a conciliare progetti di vita, aspettative, necessità. Come sottolinea Carbone: «L’opzione contributiva pone le donne di fronte alla scelta tra quando andare in pensione e quanto incassare di pensione». Infatti le donne fino al 2015 possono lasciare il lavoro con termini più favorevoli, cioè con almeno 57 anni di età e 35 di contributi, accettando però che la pensione sia calcolata con il sistema contributivo, invece che con il retributivo, con una perdita del 20-25%. «La piena consapevolezza della propria posizione previdenziale è basilare per pianificare la serenità futura», aggiunge Carbone.

Finora però ai lavoratori è mancato il supporto dell’Inps. Ma qualcosa è destinato a cambiare. I lavoratori potranno ricevere presto la cosiddetta busta arancione che, sul modello svedese, indica l’importo della pensione pubblica che ci si può attendere. Come ha evidenziato a MF-Milano Finanza il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua: «C’è l’intenzione da parte di Inps, Inpdap, Enpals e casse private di inviare 40 milioni di lettere agli italiani, grazie alla banca dati delle posizioni attive che l’Inps, dopo 20 anni di attesa, ha realizzato in un anno di lavoro, per metterli in condizione di fare la scelta giusta». Soprattutto di fare una scelta. Perché oggi in Italia solo il 23% dei lavoratori aderisce ai fondi pensione, contro circa il 90% nel resto d’Europa. (riproduzione riservata)