Il dato provvisorio, aggiornato al 15 settembre, supera i 59 giorni del 2003. Migliorano emissioni e produzione elettrica da rinnovabili, ma restano criticità per aria e reti idriche.

Il caldo persistente raggiunge un nuovo massimo nella serie considerata dal Rapporto Bes 2026 dell’Istat. L’indice di durata dei periodi di caldo si attesta a 75 giorni nei dati provvisori raccolti dal 1° gennaio al 15 settembre 2026, contro i 37 del 2025 e i 59 del precedente picco del 2003. Il dato descrive una crescente esposizione a temperature elevate prolungate, con effetti sulla salute e sui sistemi urbani, energetici e idrici.

Il Warm Spell Duration Index misura i giorni che appartengono a sequenze di almeno sei giornate consecutive con temperatura massima superiore al 90° percentile del periodo climatico di riferimento 1991-2020. Non è quindi un conteggio generico delle giornate calde, ma un indicatore della loro persistenza rispetto al clima di riferimento.

Nel 2026 il valore più alto si registra nel Nord-ovest, con 80 giorni. Centro, Sud e Isole raggiungono 77 giorni, mentre il Nord-est si attesta a 68. Il rapporto sottolinea che la valutazione dei fenomeni climatici richiede una prospettiva di medio-lungo periodo, per distinguere le tendenze strutturali dalla variabilità dei singoli anni.

Siccità e perdite idriche restano fattori di vulnerabilità

Nel 2025 diminuisce il numero medio massimo di giorni consecutivi senza precipitazioni significative, ma rimangono forti differenze territoriali. La Sardegna raggiunge 53 giorni e la Sicilia 41, confermando la maggiore vulnerabilità delle Isole.

Alle condizioni climatiche si aggiungono le inefficienze delle infrastrutture: nel 2024 la dispersione nelle reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile è pari al 42,5%, rispetto al 41,4% del 2015. L’Istat precisa che l’andamento può riflettere anche una misurazione più efficiente dei flussi idrici.

Meno emissioni e più rinnovabili, ma l’aria resta critica

Nel 2024 le emissioni di gas climalteranti si riducono del 3% rispetto al 2023, raggiungendo 6,5 tonnellate di CO₂ equivalente per abitante. Nello stesso anno la quota di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili sale al 41,7%, con un aumento di 4,8 punti percentuali.

Migliora anche l’indicatore sul particolato fine, ma i livelli rimangono elevati: nel 72,9% delle misurazioni valide la concentrazione media annua di PM2,5 supera i 10 microgrammi per metro cubo, contro il 75,1% del 2023. Questa soglia, utilizzata nel monitoraggio Bes, è un obiettivo intermedio dell’OMS e non va confusa con il valore guida di 5 microgrammi. I progressi nelle emissioni e nella produzione energetica convivono quindi con un’esposizione ancora diffusa all’inquinamento atmosferico.

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