Dieci euro al mese versati dallo Stato fino ai 18 anni, direttamente nella previdenza complementare, con la possibilità di contributi familiari e un incentivo fiscale dedicato. Il progetto punta ad anticipare l’accumulazione e a utilizzare il lungo periodo, ma lascia aperti nodi su adesione, costi, disponibilità delle somme ed equità.
Iniziare a costruire la pensione prima dell’ingresso nel mercato del lavoro, attraverso una posizione individuale alimentata da un contributo pubblico e, facoltativamente, dal risparmio familiare. È l’impostazione dei Conti di investimento previdenziale, CIP, proposti da Assogestioni e sviluppati sul piano tecnico da Arel nello studio “Previdenza dalla culla”, presentato il 4 novembre a Milano. Il meccanismo prevede un versamento statale di 10 euro al mese dalla nascita fino alla maggiore età: 120 euro annui e 2.160 euro complessivi per beneficiario, prima dei risultati della gestione. Le risorse confluirebbero fin dall’origine in una forma pensionistica complementare già operativa e vigilata dalla COVIP.
Il progetto non attribuisce alla dotazione statale il compito di finanziare, da sola, una pensione integrativa adeguata. L’obiettivo è piuttosto creare una prima posizione previdenziale e incoraggiare versamenti successivi, sviluppando familiarità con investimento, diversificazione e pianificazione. Il punto di partenza sarebbe uguale per tutti; l’accumulazione ulteriore dipenderebbe dalle possibilità e dalle scelte delle famiglie. Genitori, nonni e altri familiari potrebbero infatti integrare il contributo pubblico con versamenti volontari, incentivati da un plafond aggiuntivo di deducibilità fiscale da definire in sede normativa.
La proposta ha quindi una duplice finalità: ampliare l’accesso al secondo pilastro e trasformare una piccola dotazione iniziale in un’occasione concreta di educazione finanziaria. La famiglia potrebbe seguire l’evoluzione della posizione, osservando nel tempo gli effetti dei contributi, dei rendimenti e del rischio assunto.
Non un nuovo fondo, ma una posizione nella previdenza esistente
L’apertura del conto spetterebbe ai genitori, presso un fondo pensione iscritto all’albo COVIP. L’architettura utilizza dunque l’infrastruttura previdenziale già disponibile, anziché prevedere un nuovo veicolo autonomo.
Per Assogestioni, la destinazione immediata ai fondi pensione è l’elemento qualificante. L’associazione distingue questo modello da un conto di risparmio che possa essere convertito in previdenza soltanto alla maggiore età: l’intenzione è dare fin dall’inizio una finalità pensionistica alle somme e affidarle alla gestione finanziaria di lungo periodo.
La posizione emerge anche nel confronto sulla manovra 2027. La presidente Maria Luisa Gota ha accolto favorevolmente l’attenzione del Governo alla sicurezza finanziaria dei nuovi nati, ma ha precisato che, nell’impostazione dell’associazione, «i contributi devono confluire fin dall’origine nella previdenza complementare».
Il vantaggio potenziale dei CIP – secndo lo studio – deriva soprattutto dall’anticipo dell’investimento. Il periodo tra nascita e pensionamento consente di lasciare le risorse investite molto più a lungo rispetto a un’adesione iniziata durante la carriera lavorativa. La proposta indica percorsi di tipo life-cycle, con un’esposizione al rischio coerente con l’età e destinata a ridursi progressivamente. In alternativa, considera i comparti a maggiore componente azionaria già disponibili presso il fondo. La logica è valorizzare l’orizzonte iniziale molto lungo attraverso una maggiore esposizione agli investimenti azionari, per poi ridurre il rischio con l’avvicinarsi del pensionamento. Questo non equivale a eliminare le oscillazioni: il risultato dipenderebbe comunque dall’andamento dei mercati, dai costi e dal percorso di investimento effettivamente seguito.
Le simulazioni: quanto può crescere il contributo iniziale
Le simulazioni associate allo studio mostrano quanto il risultato sia sensibile al rendimento ipotizzato. Con i soli 10 euro mensili pubblici fino ai 18 anni, il montante alla maggiore età sarebbe di circa 3.080 euro con un rendimento reale netto annuo del 4%, 3.710 euro al 6% e 4.490 euro all’8%.
Se le somme restassero investite fino a 67 anni, senza ulteriori contributi né prelievi, i valori simulati salirebbero rispettivamente a circa 21.030, 64.450 e 195.160 euro. Sono scenari illustrativi, non prestazioni garantite: le ipotesi sono espresse in termini reali, al netto dell’inflazione e dei costi.
| Rendimento reale netto annuo ipotizzato | Montante a 18 anni | Montante a 67 anni* |
|---|---|---|
| 4% | Circa 3.080 euro | Circa 21.030 euro |
| 6% | Circa 3.710 euro | Circa 64.450 euro |
| 8% | Circa 4.490 euro | Circa 195.160 euro |
Solo contributi pubblici fino ai 18 anni; successivamente nessun versamento o prelievo. Valori simulati, non garantiti.
La distanza tra gli esiti è uno degli aspetti da leggere con maggiore attenzione. Su un orizzonte pluridecennale, differenze relativamente contenute nel rendimento annuo producono risultati finali molto diversi.
Il ruolo della continuità contributiva emerge da un’ulteriore simulazione: aggiungendo 10 euro mensili della famiglia durante la minore età e poi 100 euro al mese del beneficiario dai 19 ai 67 anni, nello scenario al 6% reale netto il montante raggiungerebbe circa 456.000 euro. Questo risultato non è attribuibile al solo contributo statale: incorpora decenni di risparmio privato e l’ipotesi finanziaria adottata.
Il costo pubblico cresce con le generazioni beneficiarie
La spesa iniziale sarebbe contenuta rispetto a quella a regime. Assumendo circa 370.000 nuovi beneficiari annui, il contributo di 120 euro comporterebbe un esborso di circa 44 milioni per la prima coorte. Con la progressiva sovrapposizione delle generazioni finanziate fino ai 18 anni, il costo arriverebbe gradualmente a circa 800 milioni di euro l’anno.
Questi importi non esauriscono la valutazione dell’onere: occorrerebbe considerare anche i costi amministrativi e il minore gettito legato all’eventuale agevolazione fiscale aggiuntiva. Le stime dipendono inoltre dalle ipotesi sulla numerosità dei beneficiari.
Sul versante privato, ipotizzando che metà delle famiglie versi altri 10 euro mensili, il progetto mobiliterebbe a regime circa 400 milioni di euro annui di risparmio aggiuntivo. Anche questo è uno scenario condizionato all’effettiva partecipazione, non una raccolta già acquisita.
Disponibilità delle somme: finalità previdenziale e bisogni dei minori
Un nodo operativo riguarda il rapporto tra accumulazione di lungo periodo e possibilità di utilizzare il capitale prima della pensione. La proposta richiama le regole della previdenza complementare su anticipazioni e riscatti, ma suggerisce di valutare una disciplina più restrittiva durante la minore età, con eventuali eccezioni per finalità specifiche come istruzione e formazione superiore.
La scelta non è secondaria. Una maggiore accessibilità rende la posizione più utile rispetto a bisogni intermedi, ma può ridurre il capitale destinato alla pensione. Una maggiore indisponibilità protegge invece la finalità previdenziale, limitando però l’utilizzo delle somme nelle fasi precedenti della vita.
I nodi applicativi: adesione, costi ed equità
Il modello affida alla famiglia l’apertura della posizione e la scelta del fondo. L’universalità del contributo non coincide quindi, di per sé, con l’attivazione automatica del conto. Per tradurre il progetto in una misura effettiva andrebbero chiariti modalità di accesso, procedure e strumenti informativi, evitando che la complessità iniziale ostacoli proprio i nuclei meno familiari con la previdenza complementare.
Anche l’integrazione familiare richiede una lettura equilibrata: può rafforzare sensibilmente il risultato, ma dipende dalla capacità di risparmio. La dotazione pubblica sarebbe uniforme, mentre i montanti finali potrebbero differenziarsi in funzione dei versamenti privati. Il disegno dell’incentivo fiscale diventerebbe quindi parte della valutazione distributiva della proposta, non soltanto uno strumento di raccolta.
Infine, con contributi iniziali di modesto importo, il livello dei costi e la semplicità della gestione sarebbero elementi centrali. Il ricorso a strutture già esistenti è una scelta organizzativa precisa, ma l’efficacia per il beneficiario andrebbe valutata sul risultato netto e sulla qualità del percorso offerto.
Una proposta che anticipa l’ingresso nel secondo pilastro
“Previdenza dalla culla” sposta il momento iniziale dell’accumulazione dall’occupazione alla nascita. Il suo interesse non risiede soltanto nei 2.160 euro pubblici, ma nella possibilità di utilizzarli per attivare un rapporto duraturo con il risparmio previdenziale. A questa finalità Assogestioni e Arel affiancano quella di rafforzare gli investitori di lungo periodo e il mercato dei capitali.
Per il settore previdenziale e assicurativo il progetto apre dunque un confronto su nuovi aderenti, coinvolgimento delle famiglie e percorsi di investimento. La sua efficacia, però, non può essere misurata soltanto dai montanti più favorevoli delle simulazioni: dipenderà da partecipazione effettiva, continuità dei contributi, costi e chiarezza delle regole.
Il punto decisivo è trasformare il tempo disponibile in un vantaggio previdenziale concreto, senza presentare come certo ciò che resta condizionato alle scelte di risparmio e ai risultati della gestione.
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