Risparmi alla francese

In dieci anni la ricchezza finanziaria delle famiglie è raddoppiata: nel 2021 ammontava a 5.256 miliardi di euro. Ma solo il 5% del risparmio degli italiani è investito in Italia, contro il 14% in Germania e il 34% in Francia. Dal 2012 a oggi, inoltre, sono state chiuse 12mila filiali. Così 3.062 comuni sono rimasti senza banche di territorio dedite a promuovere l’inclusione finanziaria dei cittadini. «Dobbiamo fare in modo che la tradizionale propensione al risparmio degli italiani concorra allo sviluppo del Paese», spiega il presidente dell’Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio (Acri), Francesco Profumo. «Ma per far sì che ciò avvenga», prosegue, «servono incentivi per trasformare la liquidità in investimenti: è questa la richiesta che rivolgiamo al governo».

Domanda. Cosa dovrebbe fare la premier Giorgia Meloni per rendere più produttivo il risparmio?

Risposta. Le suggerirei di prendere spunto dal modello francese. La Francia è lo Stato dell’Unione europea che attrae il maggior numero di investimenti stranieri. Ci riesce grazie a incentivi e procedure amministrative semplificate. Ma, soprattutto, offre un sistema fiscale vantaggioso, con un sostanzioso credito d’imposta per le spese di ricerca e sviluppo. Inoltre ha creato diverse forme di defiscalizzazione degli investimenti dei privati nel venture capital. Ecco, questo modello sta dando ottimi risultati

D. Cosa ne pensa, invece, della proposta del presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, di tassare meno gli investimenti di lungo periodo?

R. Credo che sia una strada virtuosa perché favorirebbe gli investimenti pazienti e non speculativi. Darebbe anche una boccata di ossigeno alle tante realtà del nostro sistema economico che sono in difficoltà. Ma la promozione degli incentivi fiscali, da sola, non è sufficiente: va promossa l’educazione finanziaria. Informare i cittadini è determinante per aiutarli a scegliere in maniera imparziale, oltre che consapevole, gli strumenti più adatti alle loro esigenze.

D. Questo è il ruolo che, soprattutto in passato, svolgevano le casse di risparmio.

R. Sono state uno dei motori del Paese. Ma oggi, anche alla luce del progressivo spopolamento delle aree interne, il loro numero è veramente limitato: solo sette casse di risparmio sono associate all’Acri. Questa tendenza va invertita, per rendere i territori meno popolati e collegati di nuovo attraenti per i cittadini. Solo così daremo a chi ci nasce la possibilità di costruirsi un futuro.

D. Dalle casse di risparmio sono nate, ormai 30 anni fa, le fondazioni bancarie. Che ruolo rivestono per i territori?

R. Io credo che siano un corpo intermedio di grandissimo valore. Nella ricapitalizzazione del Monte dei Paschi, ad esempio, le fondazioni hanno contribuito con convinzione al recupero della più antica banca del mondo, sposando il piano industriale di qualità dell’ad Luigi Lovaglio. Ma il ruolo delle fondazioni va oltre le situazioni d’emergenza. Sono investitori di lungo termine, che intervengono in progetti determinanti per la qualità della vita nei nostri territori: è un po’ il compito che vorremmo assumesse il risparmio.

D. Che strategia suggerisce per canalizzarlo verso impieghi nazionali o locali, come ha chiesto il ministro Giorgetti?

R. Come insegna la Francia, dobbiamo pensare a un processo di lungo periodo, che agganci la consolidata propensione al risparmio degli italiani all’idea di concorrere allo sviluppo del Paese. Alcuni segnali positivi esistono già. Nel 2021 solo il 31% dei risparmiatori dichiarava di preferire gli investimenti in attività italiane con risvolti ambientali e sociali. Nel 2022 la percentuale è salita al 34%.

D. Ma perché è così importante che la liquidità degli italiani venga investita in Italia?

R. Sarebbe un segnale di fiducia nei confronti del Paese. Senza dimenticare che il risparmio è un volano potentissimo: se legato al Pnrr, permetterebbe di incamminarsi su un percorso più veloce di uscita dalla crisi.

D. Ma allora per quale motivo gli italiani non investono?

R. Io credo che sia un problema culturale. La difficoltà dei cittadini a incanalare il risparmio verso forme di produttività, purtroppo, è una triste nota di lungo periodo. Dal 2010 a oggi, infatti, la percentuale di chi preferisce la liquidità non è mai scesa sotto il 60%. Ecco perché è nostro compito accompagnare gli italiani verso un mix sapiente di risparmio, per far fronte agli imprevisti, e di investimenti rivolti al futuro.

D. Cosa succede a quel 60% che tiene il proprio denaro fermo sul conto corrente?

R. Siamo in una fase storica ad alta inflazione. E la perdurante crescita dei prezzi tende a far evaporare il risparmio, privandolo di gran parte del suo valore. In questo modo, l’inflazione si trasforma in una patrimoniale iniqua, perché introduce un terribile differenziale di classe ai danni dei ceti deboli.

D. A proposito di classi svantaggiate. Il risparmio è ai suoi massimi, ma sta diminuendo il numero degli italiani che mette del denaro da parte.

R. Io credo che la colpa sia del clima di incertezza permanente in cui viviamo da quasi tre anni. Al succedersi di pandemia, guerra in Ucraina e crisi energetica si è aggiunta l’inflazione. Questi fenomeni, uno dopo l’altro, hanno provocato una crescita dei nuclei con un saldo negativo. Uno su cinque ha fatto ricorso a prestiti o ha intaccato i risparmi e, oggi, solo il 39% delle famiglie può far fronte a spese non programmate di 10mila euro. Nel 2021 questa percentuale era del 42%: in un anno, quindi, abbiamo perso tre punti. (riproduzione riservata)

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