L’industria del private banking verso 1.000 miliardi

FORUM AIPB: TRA IL 2022 E IL 2024 PREVISTA CRESCITA ANNUA DEL 6,8%. IL MODELLO DI CONSULENZA EVOLVE VERSO I FAMILY OFFICE
di Marco Capponi
Obiettivo 1.084 miliardi di euro. A tanto dovrebbero ammontare a fine 2024 le masse dell’industria italiana del private banking secondo quanto previsto da Aipb, associazione di categoria degli operatori di settore, nel corso della conferenza stampa inaugurale del XVIII Forum Aipb, che parte oggi. Il risultato, ha spiegato il presidente dell’associazione, Andrea Ragaini (Banca Generali), sarà frutto «di una raccolta media annua attesa del 6,8%, contro il 2,7% degli operatori retail», a sua volta imputabile al +3,2% di nuovi afflussi e al +3,6% di effetto mercato.

I 1.000 miliardi costituiscono una soglia psicologica importante per il private banking: non si tratterebbe di una prima volta, ma di un ritorno ai livelli di fine 2021, quando l’industria ha chiuso i 12 mesi con 1.037 miliardi di masse. Complice l’effetto mercato, la stima per fine 2022 è di 949 miliardi, anche se rispetto alla data presa come parametro di dicembre 2020 (932 miliardi) la raccolta è stata positiva del 6%, più che compensando il -5% di effetto mercato. «Dal 2007», ha evidenziato Ragaini, «il settore ha registrato un tasso di crescita composito annuo (cagr, ndr) del 6,6%, che si confronta con il +1,4% della ricchezza italiana e con il -0,3% del pil del Paese».

Il merito del successo, secondo il presidente dell’associazione, va ricercato nei tre elementi che danno il nome al forum di quest’anno: «Fiducia, innovazione, protezione». In particolare, Ragaini ha messo in luce l’evoluzione del modello di consulenza verso «un dialogo che vada oltre gli investimenti finanziari, tanto che ormai il 50% del tempo durante gli incontri viene dedicato ad argomenti extra-portafoglio». In un certo senso, «l’obiettivo è quello di arrivare a un modo di fare consulenza olistico, simile a quello dei family office». Non a caso l’indice di fiducia verso il private banking è aumentato di 26 punti nel corso della serie storica, passando dal 59% del 2007 all’84% attuale. «Abbiamo notato inoltre», ha aggiunto Ragaini, «che la differenza tra il gradimento dei clienti serviti dal private banking e quelli non serviti tende ad allargarsi durante i periodi di crisi, confermando che la fiducia si consolida durante i momenti di difficoltà». Sotto il profilo strettamente finanziario il faro dell’attività dei private banker è la diversificazione: «Dobbiamo spingere i clienti a togliere la liquidità dei conti correnti e investire in modo razionale, allungando il più possibile l’orizzonte temporale», ha ricordato Ragaini. Il confronto tra le famiglie servite dal private banking e il campione generale italiano mostra una sensibile riduzione, per le prime, della quota di denaro destinata a parcheggi infruttuosi. «E poi c’è l’innovazione», ha elencato il presidente di Aipb, «che ci ha portato nel 2018 a spingere sull’acceleratore dei mercati privati, e ora a puntare sui digital asset: non criptovalute, anche se alla base c’è tutto il potenziale della tecnologia blockchain».

Quanto ai prossimi punti all’ordine del giorno, il focus primario dell’industria del private banking è su ricambio generazionale dei clienti e dei professionisti. «Attualmente questo lavoro non è attrattivo per i giovani laureati: l’età media nel 2020 era di 50 anni, tre in più rispetto ai 47 del 2012». In questo contesto l’associazione ha dato da poco avvio alle iscrizioni per la terza edizione del master post-universitario in private banking e wealth management. «Dobbiamo inserire banker che abbiano le stesse idee dei giovani investitori», ha concluso Ragaini. (riproduzione riservata)
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