In Italia è ripresa a due velocità

DALLA 24ª EDIZIONE DELL’INDAGINE: LE GRANDI AREE URBANE HANNO RETTO MEGLIO ALLA PANDEMIA
Si fa più netta la separazione tra province del centro-nord, dove migliorano le condizioni a vantaggio dei cittadini, e quelle di sud e isole, dove, complice anche la pandemia, sono esplose aree di forte disagio sociale e personale; mentre sono soprattutto le province che fanno parte del cluster Metropoli a trainare la ripresa. Sono, in estrema sintesi, le tre tendenze principali emerse dall’indagine di ItaliaOggi-Università la Sapienza di Roma, in collaborazione con Cattolica Assicurazioni (Gruppo Generali), giunta quest’anno alla 24ª edizione.

Le novità metodologiche introdotte due anni fa e quelle intervenute anche quest’anno hanno consentito di delineare un quadro dettagliato delle tendenze in atto, pur in un contesto reso incerto dall’emergenza pandemica e dal quadro macroeconomico e geopolitico.

È proprio la complessità dell’attuale scenario e le crescenti difficoltà che ne derivano a determinare, come anticipato, una netta frattura tra il centro-nord, contraddistinto da un maggiore resilienza rispetto agli eventi in corso, e l’Italia meridionale e insulare.

La seconda tendenza, che è verosimilmente collegata alla precedente, riguarda l’emersione di significative aree di disagio sociale e personale prevalentemente dislocate nel Mezzogiorno. Il fenomeno assume una particolare rilevanza nella attuale situazione, dovuta all’emergenza pandemia, che ha messo sotto pressione le strutture sanitarie e ha spinto il governo a intervenire con nuove e inedite forme di assistenza.

La terza tendenza, che si è delineata con chiarezza a partire dallo scorso anno, è una forte ripresa che ha caratterizzato le province del centro-nord appartenenti al cluster Metropoli.

Come vedremo con maggiore dettaglio in seguito, il punteggio medio finale delle province di questo raggruppamento si colloca ai vertici per la prima volta da quando abbiamo introdotto il nuovo strumento di lettura trasversale. Verosimilmente tale fenomeno indica che nella fase di uscita dall’emergenza pandemica, sono le grandi aree urbane del centro-nord che hanno mostrato la maggiore resilienza.

Nella sua evoluzione storica, il fenomeno che etichettiamo come “qualità della vita” è sempre stato caratterizzato da un percorso non lineare, determinato com’è da un insieme estremamente eterogeneo di cause che si sovrappongono e interagiscono tra loro su e nel territorio, ed è solo nel lungo periodo che risulta possibile individuare dinamiche e tendenze di fondo.

Risulterà quindi cruciale indagare gli effetti a medio e lungo termine della pandemia su un sistema complesso qual è quello delle province italiane.

Per fotografare lo “stato” della qualità della vita nel nostro Paese, facciamo riferimento al numero di province in cui la qualità della vita è valutata come buona o accettabile e alla relativa popolazione.

Le province censite nei primi due gruppi nel 2019, e cioè alla vigilia della crisi innescata dalla diffusione del Covid, erano 65 su 107, confermando il lieve ma costante incremento osservato nei due anni precedenti.

Nel 2020, a causa dell’emergenza pandemica, si è registrata una battuta di arresto, con 60 province su 107 caratterizzate da una qualità della vita buona o accettabile. Lo scorso anno le province in cui la qualità della vita è risultata buona o accettabile sono state 63 su 107, colmando parzialmente il divario manifestatosi l’anno precedente.

Quest’anno la qualità della vita è risultata buona o accettabile in 64 su 107 province italiane (Tab. 1), con un ulteriore miglioramento rispetto all’anno passato.

Solo 2 province dislocate nel nord ovest sono caratterizzate da un livello di qualità della vita scarso o insufficiente (erano 3 lo scorso anno), una è dislocata nel nord est (nessuna nel 2021), 3 si trovano nell’Italia centrale (erano 5 nella passata edizione dell’indagine), mentre a figurare nei due gruppi di coda sono prevalentemente province dell’Italia meridionale e insulare (37, contro le 36 censite l’anno passato).

Tradotto in termini di popolazione (Tab. 2), significa che 21 milioni 789 mila residenti (pari al 36,9% della popolazione italiana) vivono in territori caratterizzati da una qualità della vita scarsa o insufficiente, contro i 22 milioni 256 mila residenti della passata edizione, pari al 37,4% della popolazione, con un relativo miglioramento rispetto ai due anni precedenti.

Restringendo l’attenzione al gruppo di coda, la situazione è sostanzialmente analoga, poiché si osservano alcuni segnali di miglioramento. Infatti, la popolazione residente nelle 21 province caratterizzate da un livello insufficiente di qualità della vita ammonta quest’anno a 13 milioni 36 mila unità, pari al 22,1% della popolazione italiana, contro 14 milioni 456 mila unità (24,3%) censite lo scorso anno.

Va tutta via precisato che le 21 province in oggetto si dislocano esclusivamente in Italia meridionale e insulare, quindi continua a manifestarsi un quadro di profonda frattura tra le province del centro nord, dove la qualità della vita migliora, e quelle del Mezzogiorno, dove la qualità della vita si attesta su livelli insufficienti.

Il gruppo di testa

Analizziamo il quadro nelle 64 province in cui la qualità della vita è risultata buona o accettabile. Anche quest’anno i gruppi 1 e 2 comprendono gran parte delle province dell’arco alpino centrale e orientale, della pianura padana e dell’appennino tosco emiliano, con consolidate ramificazioni verso Toscana, Umbria e Marche.

La qualità della vita nelle province del nord ovest risulta in miglioramento, con 23 province (erano 22 lo scorso anno) su 25 censite nei due gruppi di testa. Una situazione sostanzialmente simile caratterizza il nord est, con 21 su 22 province che si classificano nei due gruppi di testa e 17 su 22 nel gruppo di eccellenza, contro le 13 censite nella passata edizione.

Anche in Italia centrale la situazione è in miglioramento rispetto allo scorso anno, con 19 province su 22 censite nei primi due gruppi (contro le 17 province della passata edizione), un risultato comunque in linea con quelli degli anni passati.

Quanto alle province dell’Italia meridionale e insulare, si classifica nei primi due gruppi solo una provincia del Mezzogiorno su 38, contro le 2 censite nel 2021.

Restringendo l’attenzione alle 32 posizioni di testa (contro le 26 dello scorso anno) troviamo nel raggruppamento 10 province del nord ovest, una in più rispetto alla passata edizione (nell’ordine Cuneo e Verbano-Cusio-Ossola in Piemonte; Aosta; Milano, Sondrio, Monza e della Brianza, Bergamo, Brescia, Mantova e Como in Lombardia), 17 province del nord est contro le 13 della passata edizione (Trento e Bolzano, rispettivamente prima e seconda classificata quest’anno, in Trentino-Alto Adige; Verona, Treviso, Venezia, Belluno, Vicenza e Padova in Veneto; Pordenone, Trieste e Udine in Friuli-Venezia Giulia; Bologna, Parma, Modena, Reggio Emilia, Forlì-Cesena e Ferrara in Emilia-Romagna); 5 province in rappresentanza dell’Italia centrale, contro le 4 censite nella passata edizione (Firenze, Siena e Pisa in Toscana; Ancona e Pesano e Urbino nelle Marche).

Dai risultati della presente indagine sembrerebbe quindi confermato il superamento del divario che contrapponeva la maggior parte delle province del centro-nord, di dimensioni medio-piccole e caratterizzate da livelli di qualità della vita elevati e stabili nel tempo, e le relative aree metropolitane (Milano, Bergamo, Brescia, Bologna, Firenze), che anche quest’anno figurano nelle posizioni di testa.

La prima e l’ultima

Trento è la provincia che registra i più elevati livelli di qualità della vita nel 2022, confermando gli eccellenti piazzamenti già ottenuti nelle passate edizioni della nostra indagine. Dal 1999 Trento è stabilmente nel gruppo di eccellenza e non è mai scesa, in 24 edizioni dell’indagine, al di sotto del 7° piazzamento.

Valutiamo quali sono stati i principali elementi del successo di Trento rispetto a Crotone, ultima classificata anche quest’anno, con l’ausilio di un diagramma radar, che esprime la posizione complessiva di una singola provincia in termini di aree.

Quanto più l’area è estesa, tanto più risulta elevata la qualità della vita del territorio analizzato. La superficie teorica massima, quella in corrispondenza della quale si avrebbe la qualità della vita in astratto più elevata (ovvero un punteggio pari a 1.000 in tutte le dimensioni d’analisi), coincide con un poligono, in cui il numero di lati è pari al numero delle dimensioni di analisi.

Il risultato di eccellenza ottenuto quest’anno da Trento è determinato dagli eccellenti piazzamenti conseguiti in pressoché tutti gli ambiti considerati dall’indagine. Infatti, la provincia di Trento si piazza nel gruppo 1 in ben 8 dimensioni su 9, un caso che non si era mai verificato nelle passate 23 edizioni dello studio.

Ad ogni modo Trento esemplifica bene gli andamenti simili delle altre province dislocate prevalentemente nel nord-est e appartenenti al cluster Adriatico, il cui punteggio medio a livello dimensionale eccede il corrispondente punteggio medio nazionale in ben 7 dimensioni su 9.

Quanto a Crotone, la provincia che si piazza all’ultimo posto in classifica anche nel 2022, è un caso paradigmatico di provincia del Mezzogiorno, di cui presenta le tipiche criticità in molti degli aspetti relativi alla qualità della vita. La provincia di Crotone si classifica nel gruppo 2 nella dimensione del sistema salute, nel gruppo 3 nelle dimensioni relative a popolazione e reati e sicurezza, nel gruppo di coda nelle restanti 6 dimensioni (affari e lavoro, ambiente, istruzione e formazione, reddito e ricchezza, sicurezza sociale e tempo libero).

I cluster provinciali

Abbiamo osservato in precedenza che la qualità della vita in Italia non è soltanto caratterizzata da una distribuzione altamente disomogenea fra Nord e Sud del nostro paese, ma anche da dinamiche che contrappongono province «minori» caratterizzate da elevati livelli di qualità della vita e grandi centri urbani.

Appare quindi interessante applicare una metodologia di analisi finalizzata all’individuazione di raggruppamenti (cluster) di province in base a criteri di similarità, per poi procedere ad una prima lettura trasversale del fenomeno analizzato.

L’applicazione di una tecnica di cluster analysis gerarchica sulle 107 province, utilizzando come variabili i punteggi finali delle 9 dimensioni considerate nel nostro studio, ci ha consentito di individuare cinque raggruppamenti di province con caratteristiche simili. Le province classificate nei cinque cluster sono elencate nella Tabella 4.

Il cluster Mediterraneo racchiude per lo più province e città metropolitane dislocate in Italia meridionale e insulare. Vi figurano infatti, oltre a due province laziali (Frosinone e Latina), la provincia di Isernia e tutte le province di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, ma esclude la provincia di Campobasso e le province di Abruzzo, Basilicata e Sardegna che, quindi, hanno caratteristiche più simili a province di analoga dimensione dislocate in Italia centro-settentrionale.

Il cluster Francigena comprende province situate prevalentemente nel nord ovest, con significativi prolungamenti verso la Toscana, ma province simili per struttura sono dislocate anche nel nord est. In particolare, un gruppo di province, geograficamente contigue, forma un corridoio che va dalle Alpi occidentali alla Liguria e alla Toscana tirrenica, estendendosi fino alla provincia di Grosseto.

Il cluster Padano racchiude un continuum di province dislocate tra Piemonte orientale, Lombardia e Veneto fino alla provincia di Rovigo, nonché altre province con caratteristiche simili, in termini di struttura dei punteggi dimensionali, ma dislocate in altre ripartizioni territoriali. In termini di popolazione, la ripartizione geografica più rappresentata nel cluster padano è il nord ovest.

Il cluster Adriatico a sua volta presenta caratteristiche molto simili al cluster precedente, con la differenza che la ripartizione geografica più rappresentata è il nord est.

In ultimo, il cluster Metropoli classifica tutte le città metropolitane del centro nord, ad eccezione di Venezia, più alcune province le cui caratteristiche sono maggiormente simili a quelle di una città metropolitana, soprattutto in termini di capacità di attrazione di flussi turistici. È interessante notare come 4 province/città metropolitane di fatto formino un sistema unico che va dal Tirreno all’Adriatico e che comprende le province di Pisa, Firenze, Bologna e Ravenna.

Le principali informazioni relative ai 5 cluster provinciali nel 2022 sono riportate nella Tabella 5, da cui è agevole verificare che, contrariamente a quanto verificatosi nelle passate edizioni dell’indagine, il cluster Metropoli è caratterizzato dal maggiore punteggio medio in classifica finale. Tale risultato in parte è dovuto alle innovazioni metodologiche introdotte a partire dallo scorso anno, in parte indica che la ripresa dallo shock pandemico potrebbe essersi manifestato nei grandi sistemi urbani del centro-nord in anticipo rispetto alle altre aree del paese.

Nella Tabella 6 sono elencate le dimensioni rispetto alle quali il punteggio medio delle province appartenenti a ciascuno dei cinque cluster eccede quello medio nazionale. Dall’esame delle informazioni riassuntive contenute in questa tabella, appare chiaro che ciascun raggruppamento provinciale ha una sua struttura caratteristica, che si condensa nella presenza di punti di forza e di debolezza.

L’impatto della pandemia

L’ondata pandemica che si è propagata a partire dal febbraio del 2020 ha colpito le varie province con differenti gradi di severità.

Come nelle due precedenti edizioni, sono stati calcolati 3 indicatori per misurare l’impatto della pandemia: la variazione percentuale dei decessi di persone di età inferiore a 65 anni registrati dal 1° gennaio al 31 luglio 2022 rispetto alla media quinquennale dei decessi registrati nello stesso periodo degli anni 2015-2019; lo stesso indicatore calcolato per le persone di età di 65 anni o più; l’incidenza di casi registrati di Covid-19 per 1000 abitanti, calcolata al 4 ottobre 2022 con riferimento alla popolazione residente al 1° febbraio 2020. Il calcolo dei 3 indicatori nei 5 cluster provinciali (Cfr. Tabella 7) consente di effettuare alcune considerazioni sui fattori che possono aver favorito la diffusione del virus.

Dalla lettura della tabella, appare evidente che la pandemia abbia determinato ovunque un incremento della mortalità nelle fasce più deboli della popolazione, e cioè le persone di 65 anni o più, con variazioni percentuali comprese tra il 5,8% del cluster Francigena al 12,7% del cluster Mediterraneo. Si tratta di numeri importanti e superiori a quelli registrati lo scorso anno.

Quanto all’incidenza dei casi di Covid-19, il valore dell’indicatore risulta sostanzialmente simile in tutti i cluster e pari in media a 368 casi per 1.000 abitanti. Appare evidente che la diffusione del contagio sia influenzata da fattori (catturati nelle dimensioni degli affari e lavoro, istruzione e formazione, tempo libero) che incrementano la frequenza dei contatti sociali, mentre le differenze riscontrate nei tassi di mortalità risentono evidentemente della differente struttura demografica (fotografata dalla dimensione della popolazione) e della differente offerta di servizi sanitari (catturata dalla dimensione del Sistema salute). In conclusione, la lettura trasversale resa possibile dalla classificazione in cluster consente di delineare un quadro più nitido e dettagliato delle tendenze che caratterizzano la qualità della vita delle province italiane, sia nel complesso, sia con riferimento all’attuale fase pandemica.

Affari e Lavoro
partire da quest’anno, i dati relativi ai tassi di occupazione e disoccupazione sono considerati distintamente per maschi e femmine. Nonostante tale innovazione, la classifica non risulta eccessivamente alterata rispetto alla passata edizione.

Infatti come lo scorso anno Bolzano e Bologna aprono la classifica della dimensione affari e lavoro, confermando i risultati conseguiti nelle passate edizioni dell’indagine. A seguire Pordenone, Cuneo e Trieste, che a loro volta hanno sempre figurato nel gruppo di testa negli ultimi anni.

Tra le 37 province comprese nel gruppo di testa (erano 33 lo scorso anno), 12 appartengono al nord-ovest, contro le 6 della passata edizione: 3 in Piemonte (Cuneo, Biella e Asti); la provincia di Aosta in 28ª posizione; ben 7 delle 12 pro-vince lombarde, contro le 2 delle tre passate edizioni (nell’ordine Brescia, Bergamo, Lecco, Mantova, Milano, Monza e della Brianza e Varese); la provincia di Genova in rappresentanza della Liguria.

Si conferma nelle prime posizioni una nutrita presenza di province del nord-est, 19, una in più rispetto alla scorsa edizione, a testimonianza che il nord-est è caratterizzato da andamenti più favorevoli di quelli del nord-ovest. Tra le posizioni di testa figurano le due province del Trentino-Alto Adige, tutte le province venete ad eccezione di Rovigo; e 3 delle 4 province del Friuli-Venezia Giulia, ad eccezione di Gorizia. Trova una ulteriore conferma la rilevante presenza dell’Emilia Romagna, con 8 su 9 province censite nel gruppo di testa, mentre Rimini si classifica nel gruppo 2.

Anche la Toscana conferma la sua presenza nelle posizioni di testa, dove figura con 4 province, una in meno rispetto alle due passate edizioni, nell’ordine Pisa, Firenze, Siena e Arezzo. Sempre per il centro-Italia, si piazzano nel gruppo di testa le 2 province marchigiane di Fermo e Pesaro e Urbino, contro le 4 della passata edizione.

L’Italia centrale è maggiormente rappresentata nel gruppo 2, dove figura con 10 delle sue 22 province, tre in più rispetto alla passata edizione. Nel gruppo 2 si piazzano le 13 province del nord-ovest non classificate nelle posizioni di testa; le 3 province del nord-est, contro le 4 dello scorso anno, non classificate nelle posizioni di testa (Rovigo in Veneto, Gorizia in Friuli-Venezia Giulia e Rimini in Emilia-Romagna); le citate 10 province del centro (le restanti province toscane ad eccezione di Pistoia, la due province umbre, le restanti province marchigiane). Inoltre, sono presenti nel gruppo 2 due province dell’Italia meridionale e insulare, contro le 3 censite lo scorso anno (Teramo in Abruzzo e Nuoro in Sardegna).

Le 42 posizioni classificate nei gruppi 3 e 4 comprendono come nelle passate edizioni quasi esclusivamente province dell’Italia meridionale e insulare.

Con particolare riferimento al gruppo di coda, composto come nei due anni passati da 21 province, vi figurano esclusivamente province dell’Italia meridionale e insulare.

Si collocano in fondo alla classi-fica 3 delle 5 province campane (nell’ordine Salerno, Caserta e Napoli); tutte le province pugliesi a eccezione di Bari; le 5 province calabresi; tutte le province siciliane a eccezione di Ragusa. A chiudere la classifica, come nelle tre passate edizioni, Crotone.

Ambiente

Tre anni fa la dimensione ambientale è stata oggetto di alcune importanti innovazioni, tra cui l’inserimento di dati relativi alla densità veicolare, riferita sia ai capoluoghi di provincia/città metropolitana, sia all’intero territorio provinciale. Quanto all’interpretazione dei risultati, come nelle passate edizioni la sottodimensione negativamente associata alla qualità della vita comprende prevalentemente indicatori di impatto ambientale, mentre nella sottodimensione positiva figurano anche variabili il cui andamento può essere messo in relazione alle azioni degli amministratori locali.

Quest’anno è Trento a classificarsi al primo posto nella dimensione ambientale, seguita da Rieti, Venezia e Verbano-Cusio-Ossola. Nelle 21 posizioni di testa, 2 in meno rispetto alla passata edizione, figurano 12 province dell’Italia settentrionale, 8 dell’Italia centrale e una provincia appartenente all’Italia meridionale e insulare. Appartengono al gruppo di testa 4 province del nord ovest, quattro in meno rispetto allo scorso anno (Verbano-Cusio-Ossola in Piemonte; Mantova, Brescia e Sondrio in Lombardia), 8 province del nord est contro le 13 dello scorso anno (Trento e Bolzano in Trentino-Alto Adige; Venezia in Veneto; Pordenone per il Friuli-Venezia Giulia; Bologna, Reggio Emilia, Parma e Forlì-Cesena in Emilia Romagna). Inoltre, come già si è detto in precedenza, figurano nel gruppo di testa 8 province dell’Italia centrale, contro le 4 della passata edizione (Lucca e Prato in Toscana; tutte le province marchigiane; Rieti nel Lazio) e la provincia dell’Aquila in rappresentanza del Mezzogiorno.

Nel complesso la consistenza numerica dei primi due gruppi, comprendenti province in cui la qualità ambientale è classificata come buona o accettabile, è in aumento rispetto allo scorso anno. Infatti il gruppo 2 passa da 26 a 30 province e complessivamente le province censite nei primi due gruppi, dove la qualità ambientale è buona o accettabile, passano da 49 a 51. Parallelamente al miglioramento osservato, rileviamo quest’anno un parziale ribilanciamento nella presenza di province appartenenti alle 4 ripartizioni geografiche tra i 4 gruppi.

Nelle restanti 56 province la qualità ambientale è classificata come scarsa o insufficiente. Con particolare riferimento alle 24 province censite nel gruppo di coda (contro le 25 dello scorso anno), vi figurano 8 province del nord ovest (Novara, Asti e Alessandria in Piemonte; Como e Monza e della Brianza in Lombardia; 3 delle 4 province liguri ad eccezione di La Spezia), 3 province del nord est (Vicenza, Rovigo e Verona in Veneto), 2 province del centro Italia contro le 3 della passata edizione (Latina e Frosinone nel Lazio) e 11 province in Italia meridionale e insulare, contro le 17 dello scorso anno (le due pro-vince molisane; Salerno, Avellino e Napoli in Campania; Foggia e Taranto in Puglia; Crotone in Calabria; Caltanissetta, Siracusa e Catania in Sicilia). Chiude la classifica Napoli.

Reati e sicurezza
Pordenone si classifica al primo posto nella dimensione relativa a reati e sicurezza, scalando tre posizioni rispetto alla passata edizione dell’indagine. Seguono, nell’ordine, Benevento, Treviso e Siena. Le province comprese in questo gruppo sono 30, una in più rispetto alle quattro edizioni passate, con l’ormai consolidata nutrita presenza di outsider (fenomeno che potrebbe essere spiegato agevolmente, soprattutto con riferimento alle province medio-piccole).

L’analisi dei risultati ottenuti nelle passate edizioni denota una sostanziale stabilità del quadro relativo alla sicurezza. Infatti, anche quest’anno le province in cui la situazione con riferimento alla sicurezza è risultata buona o accettabile ammontano a 61, dato in linea con quello delle ultime quattro edizioni dell’indagine, un risultato quindi stabile nel tempo e molto positivo.

Come detto, 30 province risultano classificate nelle posizioni di testa. Vi figurano 9 province del nord ovest, tre in più rispetto al 2021, di cui Cuneo e Vercelli in Piemonte, Aosta e 6 province lombarde, contro le 3 della passata edizione, nell’ordine Sondrio, Como, Lecco, Cremona, Lodi e Monza e della Brianza; 7 province del nord est, contro le 6 della passata edizione, di cui Trento in Trentino-Alto Adige, Treviso, Belluno, Vicenza e Rovigo in Veneto; le province di Pordenone e Udine in Friuli-Venezia Giulia; 5 province dell’Italia centrale, come lo scorso anno, tra cui figurano Siena in Toscana; le pro-vince di Ascoli Piceno, Ancona e Pesaro e Urbino nelle Marche, Rieti nel Lazio. Infine, fra le posizioni di testa figurano 9 province dell’Italia meridionale e insulare, contro le 12 censite lo scorso anno, di cui L’Aquila e Chieti in Abruzzo, Isernia in Molise, Benevento in Campania, Potenza in Basilicata; Ragusa in Sicilia e Oristano, Nuoro e Sud Sardegna in Sardegna.

La situazione si presenta sostanzialmente stabile anche nelle posizioni di coda, in cui figurano 20 province, una in più rispetto alla passata edizione. Il gruppo 4 comprende 5 province del nord ovest, due in più rispetto allo scorso anno, di cui 2 città metropolitane: Torino in Piemonte, Milano in Lombardia, Genova, Savona e Imperia in Liguria. Il nord-est è rappresentato da 6 province, una in meno rispetto all’indagine 2021, di cui Padova in Veneto, Trieste in Friuli-Venezia Giulia e 4 province dell’Emilia Romagna, due in meno rispetto allo scorso anno, nell’ordine Parma, Ravenna, Rimini e Bologna. Quanto all’Italia centrale, è in ulteriore leggero miglioramento la situazione relativa alle province toscane, che passano da 4 a 3, nell’ordine Grosseto, Firenze e Prato, mentre il Lazio è presente con Latina e Roma. Infine, l’Italia meridionale e insulare figura con 4 province, come lo scorso anno: Napoli in Campania, Foggia in Puglia, Catania e Siracusa in Sicilia.

L’indagine 2022 conferma, come nelle passate edizioni, la permanenza nelle posizioni di coda dei grandi centri urbani. Bologna chiude la classifica in ultima posizione.

Sicurezza sociale
Quest’anno la dimensione del disagio sociale e personale, fino al 2019 articolata in 8 indicatori statistici, si arricchisce di 4 ulteriori indicatori. Il primo si riferisce alla percentuale di giovani in età compresa tra 15 e 29 anni che non studiano e non lavorano, spesso indicati come Neet (acronimo dalla definizione inglese Not in education, employment or training). Inoltre al fine di catturare l’effetto determinato dall’attuale crisi pandemica sono stati inseriti, a partire dall’edizione 2020, 3 indicatori ad hoc. Gli indicatori considerati a livello provinciale sono la variazione nella mortalità registrata nel periodo 1° gennaio-31 luglio 2022 fra gli individui di età inferiore a 65 anni rispetto alla media quinquennale registrata fra il 2015 e il 2019, sempre con riferimento ai primi sette mesi dell’anno; lo stesso indicatore calcolato con riferimento agli individui di età maggiore o uguale a 65 anni; l’incidenza dei casi registrati di Covid-19. Naturalmente, l’inserimento di tali indicatori non consente di fornire una valutazione complessiva dell’impatto della pandemia, che ovviamente si esplica su tutte le dimensioni della qualità della vita. Una valutazione più accurata potrà essere effettuata soltanto quando saranno disponibili nuove e più aggiornate informazioni statistiche.

L’andamento dei tre indicatori relativi all’impatto pandemico registrato nel 2022 e l’effetto esercitato dall’inserimento del nuovo indicatore sui Neet determinano un netto mutamento della classifica relativa alla sicurezza sociale. La provincia che quest’anno apre la classifica è Cuneo, seguita da Asti, Fermo, Trieste e Biella.

Nel raggruppamento di testa, composto da 29 province, sono ricomprese 13 province del nord-ovest, otto in più rispetto alla passata edizione. Vi figurano Cuneo, Asti, Biella, Vercelli, Verbano-Cusio-Ossola e Alessandria in Piemonte, Cremona, Bergamo, Mantova, Brescia e Milano in Lombardia di cui Cremona, Bergamo e Lodi in Lombardia, Savona e Genova in Liguria. Notevole in particolare il risultato della Lombardia, in quanto si piazzano nel gruppo di testa le province maggiormente colpite due anni fa dalla prima ondata della pandemia. Il nord-est torna a figurare nelle posizioni di vertice, in controtendenza rispetto alle due passate edizioni. Risultano classificate nel gruppo di testa le due province del Trentino-Alto Adige, Vicenza, Treviso e Verona per il Veneto, Trieste, Udine e Gorizia in rappresentanza del Friuli-Venezia Giulia. Inoltre, figurano nel gruppo di testa 7 province dell’Italia centrale (una in più rispetto allo scorso anno), tra cui Massa-Carrara, Firenze e Arezzo per la Toscana, Fermo in rappresentanza delle Marche, Frosinone, Rieti e Roma nel Lazio. L’Italia meridionale e insulare vede quasi azzerarsi la sua presenza nelle posizioni di vertice, essendo rappresentata dalla sola provincia di Avellino.

Con riferimento alle 18 province classificate nel gruppo di coda, una è dislocata nel nord-ovest (La Spezia, come lo scorso anno) e le restanti in Italia meridionale e insulare. Vi figurano Foggia, Lecce e Taranto per la Puglia, le province calabresi ad eccezione di Catanzaro, 6 delle 9 province siciliane, nell’ordine Palermo, Caltanissetta, Catania, Enna, Messina e Siracusa, le province sarde a eccezione di Nuoro.

La provincia che chiude la classifica è Siracusa.

Istruzione e formazione
Bologna si classifica in prima posizione nella dimensione dell’istruzione e formazione, che dall’edizione 2019 dell’indagine sostituisce la vecchia dimensione dei servizi finanziari e scolastici. A seguire altre tre province dell’Italia settentrionale, Trieste, Trento e Milano, che confermano gli eccellenti piazzamenti già conseguiti nelle due passate edizioni.

L’obiettivo che ci prefiggiamo con l’inserimento della dimensione dell’istruzione e formazione è chiaro: una maggiore dotazione di capitale umano, infatti, è una precondizione per una maggiore produttività e, dal punto di vista settoriale, favorisce una maggiore specializzazione in produzioni ad alto valore aggiunto, con evidenti benefici per la collettività, non soltanto sotto il profilo di una migliore capacità nella generazione di reddito. La dimensione comprende 6 indicatori, tutti positivamente associati alla qualità della vita, tratti dal Bes (Benessere equo e sostenibile) curato dall’Istat: tasso di partecipazione alla scuola dell’infanzia (che consente indirettamente di cogliere la disponibilità sul territorio di asili nido pubblici), percentuale di persone di età compresa tra 25 e 64 anni in possesso almeno di un diploma di istruzione secondaria superiore, percentuale di persone di età compresa tra 25 e 39 anni in possesso di laurea o altri titoli c.d. terziari, percentuale di persone di età compresa tra 25 e 64 anni coinvolte in attività di formazione permanente e, da quest’anno, la percentuale di studenti in possesso di adeguate competenze numeriche e alfabetiche. La classificazione delle unità territoriali provinciali evidenzia una valutazione sostanzialmente positiva con riferimento al nord est, in cui 21 su 22 province sono ricomprese nei primi due gruppi e soltanto una figura nel gruppo 3; una valutazione intermedia per le 25 province del nord ovest, che si ripartiscono fra i primi tre gruppi e, in maniera residuale nel gruppo 4, e per quelle del centro, le cui 22 province si concentrano prevalentemente nei gruppi 1 e 2, mentre una situazione generalmente sfavorevole sembrerebbe caratterizzare le 38 province del sud, che si collocano prevalentemente nel gruppo di coda. Nel raggruppamento di testa, che comprende 28 province ­ contro le 27 della passata edizione ­ figurano 5 province del nord-ovest, 3 in meno rispetto allo scorso anno (Aosta; Milano, Monza e della Brianza e Lecco in Lombardia; Genova in Liguria). Il nord est è rappresentato da 15 province, una in più rispetto al 2021 (Trento in Trentino-Alto Adige; Padova, Verona e Belluno in Veneto; le 4 province del Friuli-Venezia Giulia; 7 delle 9 province dell’Emilia Romagna ad eccezione di Forlì-Cesena e Piacenza). Inoltre, figurano nel gruppo di testa 8 province dell’Italia centrale, contro le 5 censite lo scorso anno: Firenze, Pisa e Siena in rappresentanza della Toscana; le due province umbre; Ancona e Pesaro e Urbino per le Marche; Roma per il Lazio.

Viceversa, le 23 province che si classificano nel gruppo di coda, una in meno rispetto alla passata edizione dell’indagine, appartengono in netta prevalenza all’Italia meridionale e insulare, con l’eccezione di Imperia in Liguria. Sono censite nel gruppo di coda 2 province campane, Caserta e Napoli; 3 province pugliesi, Taranto, Barletta-Andria-Trani e Foggia; tutte le pro-vince calabresi; tutte le province dislocate in Sicilia; 3 delle 5 province sarde, ad eccezione di Cagliari e Sud Sardegna. La provincia che figura in ultima posizione è Crotone.

Popolazione
Apartire da quest’anno cambia l’impianto della dimensione della popolazione, con l’eliminazione della densità demografica; con la sostituzione di un indicatore, il numero medio di componenti del nucleo familiare, che l’Istat non pubblica più con la necessaria tempestività e che viene sostituito dal numero medio di figli per donna; con l’inserimento di 5 nuovi indicatori, di cui 3 nella dimensione negativa (l’indice di dipendenza strutturale, l’indice di dipendenza degli anziani e l’indice di vecchiaia) e 2 nella dimensione positiva (la speranza di vita alla nascita e la speranza di vita a 65 anni). Il profondo mutamento del disegno dimensionale sconsiglia ovviamente lo svolgimento di confronti tra le classifiche finali di quest’anno e quelle della passata edizione dell’indagine.

Indipendentemente dalle novità introdotte nell’impianto, Bolzano si conferma al primo posto nella classifica della popolazione, risultato che si ripete da otto anni a questa parte. Tuttavia, l’inserimento dei nuovi indicatori ha un effetto profondo sulla composizione del gruppo di testa, da cui escono tutte le province dell’Italia meridionale e insulare che occupavano fino allo scorso anno posizioni di vertice. Infatti a seguire si classificano nel gruppo di testa Trento, Bergamo, Monza e della Brianza e Verona.

Delle 21 province che figurano nelle posizioni di vertice (erano 23 nella passata edizione), 7 sono dislocate nel nord-ovest, tutte in Lombardia (nell’ordine Bergamo, Monza e della Brianza, Milano, Lodi, Brescia, Lecco e Como); il nord-est è presente con 9 province, contro le 2 censite lo scorso anno. Vi figurano Bolzano e Trento in Trentino-Alto Adige; 4 province venete (Verona, Treviso, Vicenza e Padova) e 3 province dell’Emilia Romagna (nell’ordine Modena, Reggio Emilia e Parma. Per l’Italia centrale figurano tre province, di cui Firenze in rappresentanza della Toscana, Latina e Roma in rappresentanza del Lazio. Nel gruppo di testa risultano classificate solo due province dell’Italia meridionale e insulare, contro le 20 della passata edizione, Ragusa in Sicilia e Cagliari in Sardegna.

Nelle 27 posizioni di coda (contro le 21 della passata edizione) si registra una significativa presenza di province del nord ovest, mentre a seguito dell’inserimento dei nuovi indicatori risulta anche una marcata presenza di province dell’Italia meridionale e insulare. Nel gruppo di coda troviamo 7 province dell’Italia nord-occidentale, fra cui 4 delle 8 province piemontesi (nell’ordine Asti, Alessandria, Biella e Vercelli) e le province liguri a eccezione di La Spezia. Il nord-est è rappresentato da 4 province, di cui Rovigo in Veneto; Udine e Trieste in Friuli-Venezia Giulia; Ferrara in Emilia Romagna. L’Italia centrale figura con 3 province, di cui Massa-Carrara in Toscana, Terni in Umbria e Frosinone nel Lazio. Infine le province dell’Italia meridionale e insulare che si classificano nel gruppo di coda sono 13. Vi figurano entrambe le province del Molise, Benevento in Campania, Taranto in Puglia, Potenza in Basilicata, 5 delle 9 province siciliane (nell’ordine Messina, Siracusa, Agrigento, Caltanissetta ed Enna) e 3 delle 5 province sarde (nell’ordine Nuoro, Sud Sardegna e Oristano). Chiude la classifica Enna.

Sistema salute
Terni apre la classifica della dimensione del Sistema salute, precedendo Isernia, prima nella passata edizione. A seguire Ancona, Cagliari e Catanzaro, a conferma degli eccellenti piazzamenti conseguiti nelle passate edizioni dell’indagine.

Nelle 20 posizioni di testa, due in più rispetto alle due passate edizioni, troviamo come lo scorso anno 2 province del nord-ovest, la provincia di Aosta e la provincia di Genova in rappresentanza della Liguria; una sola provincia del nord est, Rimini in Emilia Romagna; anche quest’anno l’Italia centrale figura con 6 pro-vince, fra cui Siena, Pisa e Grosseto in Toscana, Terni per l’Umbria, Ancona per le Marche e Roma per il Lazio; l’Italia meridionale e insulare è rappresentata da 11 province (due in più rispetto allo scorso anno), fra le quali figurano L’Aquila in Abruzzo, Isernia e Campobasso in Molise, Benevento e Avellino per la Campania, Foggia in Puglia, Potenza in Basilicata, Catanzaro in Calabria, Messina e Palermo in Sicilia e Cagliari in Sardegna.

Ad ogni modo, la scarsa consistenza del primo gruppo segnala che nelle province italiane la dotazione di servizi sanitari si attesta prevalentemente su livelli medi o medio-bassi. In generale, per quanto riguarda la distribuzione territoriale dei servizi, questa si presenta ampiamente eterogenea. I servizi sanitari si concentrano prevalentemente nelle province in cui è presente un grande centro urbano (Roma, Milano), in poli di eccellenza nella ricerca medica (Pisa, Siena), ma esistono anche altri fattori. L’eterogeneità nella distribuzione territoriale delle strutture sanitarie riflette verosimilmente le caratteristiche dei rispettivi bacini di utenza o specifiche scelte politiche nazionali e soprattutto locali. Va comunque notato che nelle prime 50 posizioni figurano tutte le province in cui sono presenti centri urbani di dimensioni medie e grandi. Nel complesso, sono 62 le province in cui la dotazione di servizi medico-ospedalieri e diagnostici risulta scarsa o insufficiente, due in più rispetto alle due passate edizioni.

Le posizioni di coda comprendono 28 province, due in più rispetto allo scorso anno. Di queste, 6 so-no dislocate nel nord ovest: Vercelli e Asti in Piemonte; Mantova e Como in Lombardia; Imperia e La Spezia in Liguria. Il nord est è presente nel gruppo di coda con 6 province, una in meno rispetto alla passata edizione. Vi figurano Trento per il Trentino-Alto Adige, il cui piazzamento potrebbe essere determinato da lacune nel sistema informativo disseminato dal Ministero della Salute; Vicenza e Treviso in Veneto; Udine e Gorizia in rappresentanza del Friuli-Venezia Giulia; Reggio Emilia in Emilia Romagna. Quanto all’Italia centrale, risultano censite 8 province, fra le quali figurano Lucca, Livorno e Pistoia in Toscana, Pesaro e Urbino e Fermo nelle Marche, Frosinone, Latina e Viterbo nel Lazio. Infine, per l’Italia meridionale e insulare troviamo Taranto e Barletta-Andria-Trani in Puglia; Cosenza e Vibo Valentia in Calabria; Trapani e Agrigento in Sicilia; Sud Sardegna e Oristano in Sardegna.

Chiude la classifica Trento.

Tempo libero
Siena si conferma al primo posto nella classifica del tempo libero e turismo, confermando i piazzamenti conseguiti nelle passate edizioni, così come Rimini, Aosta e Verbano-Cusio-Ossola, mentre Grosseto si piazza in quinta posizione. Complessivamente, il gruppo di testa comprende 21 province ed è caratterizzato da una notevole stabilità nel tempo, con una presenza pressoché esclusiva di province dell’Italia centro-settentrionale, a eccezione della provincia di Sassari in rappresentanza dell’Italia meridionale e insulare.

Nel gruppo di testa figurano le stesse 6 province del nord ovest che già si erano classificate negli anni passati (Verbano-Cusio-Ossola in Piemonte; Aosta; Sondrio in Lombardia; Imperia, Savona e La Spezia in Liguria), 4 province del Nord-est (Bolzano e Trento in Trentino-Alto Adige; Belluno in Veneto; Rimini in Emilia-Romagna), ben 10 province in Italia centrale (tutte le province toscane a eccezione di Massa-Carrara e Prato; Pesaro e Urbino e Macerata nelle Marche).

Infine, l’Italia meridionale e insulare è rappresentata da Sassari in Sardegna.

Il gruppo di coda comprende 28 province, prevalentemente dislocate nell’Italia meridionale e insulare. Il raggruppamento comprende 2 province del Nord-ovest (Lodi e Monza e della Brianza in Lombardia, come negli anni passati), una nel Nord-est (Rovigo in Veneto), mentre le restanti 25 sono dislocate in Italia meridionale e insulare.

Per la loro contiguità geografica, nel complesso, le province con una dotazione insufficiente di strutture e una spesa contenuta per il tempo libero tendono a configurare una vasta area geografica che va dal Tirreno alla fascia ionica e alle isole, e questo malgrado la potenziale vocazione turistica di quelle zone. Sono classificate nel gruppo 4 infatti Campobasso in Molise; 4 su 5 province campane, a eccezione di Salerno; tutte le province pugliesi; 3 delle 5 province calabresi, nell’ordine Reggio Calabria, Vibo Valentia e Crotone; tutte le province siciliane a eccezione di Messina; Oristano, Cagliari e Sud Sardegna in rappresentanza delle province sarde. Come negli anni passati, chiude la classifica Crotone.

Reddito e ricchezza
La dimensione del reddito e della ricchezza è stata oggetto di una profonda revisione nella passata edizione. La nuova struttura comprende ora il reddito medio annuale pro capite, il reddito medio annuale pro capite dei lavoratori dipendenti, l’importo medio annuale (e non più mensile) dei trattamenti pensionistici, la ricchezza patrimoniale pro capite e, nella sottodimensione negativa, la variazione dei prezzi al consumo, i valori immobiliari, l’incidenza delle sofferenze bancarie per i prestiti alle famiglie e l’incidenza dei trattamenti pensionistici di modesta entità sul totale dei trattamenti erogati.

Milano conferma il primo piazzamento già ottenuto nelle due passate edizioni. A seguire nel gruppo di testa troviamo Bologna, Monza e della Brianza e Piacenza. Le 24 posizioni di testa (tre in meno rispetto allo scorso anno) comprendono quasi esclusivamente province dell’Italia settentrionale. Vi figurano in particolare 10 province del nord ovest (una in meno rispetto alla passata edizione), di cui 3 in Piemonte, nell’ordine Torino, Novara e Cuneo, Aosta come unica provincia della Valle d’Aosta, 5 province lombarde come lo scorso anno, nell’ordine Milano, Monza e della Brianza, Como, Cremona e Lecco; Genova in rappresentanza della Liguria. Il nord est a sua volta è rappresentato da 12 province (tre in meno rispetto alla passata edizione): le due province del Trentino-Alto Adige, Venezia e Verona in Veneto, Trieste e Gorizia per il Friuli-Venezia Giulia, 6 delle 9 province dell’Emilia Romagna, nell’ordine Bologna, Piacenza, Modena, Parma, Reggio Emilia e Ravenna. Il centro è rappresentato dalle due province toscane di Firenze e Massa-Carrara.

Quanto alle 23 province censite nel gruppo di coda (due in meno dello scorso anno), viceversa, sono esclusivamente dislocate nell’Italia meridionale e insulare, un risultato che conferma quello già ottenuto nelle passate edizioni dell’indagine. Tra di esse figurano le cinque province campane; 4 delle 6 province pugliesi, ad eccezione di Bari e Brindisi; le 5 province calabresi; tutte le province/città metropolitane siciliane.

Chiude la classifica, come nelle tre passate edizioni, la provincia di Crotone.
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