Quali sono i costi che il consumatore ha diritto di vedersi rimborsati se decide di estinguere un finanziamento prima della scadenza? Intorno a questa semplice domanda si è innescata una complicatissima vicenda fatta di ricorsi e contro-ricorsi, che è arrivata dritta fino alla Corte di Giustizia europea e, nei giorni scorsi, ha chiamato in causa pure la Corte Costituzionale italiana. Quest’ultima potrebbe sconfessare l’intervento in materia fatto dal governo di Mario Draghi a luglio 2021 mettendo però a rischio, tra il settore del credito al consumo e quello cessione del quinto, un giro d’affari di circa 5 miliardi di euro, che potrebbe far saltare i conti di più di qualche impresa del settore.
I giudici della Consulta si sono riuniti lo scorso 8 novembre ma finora nulla è trapelato dagli uffici di Piazza del Quirinale e non è escluso che prima di pronunciarsi, a loro volta, possano chiedere un nuovo parere alla Corte del Lussemburgo visto che in discussione, prima di tutto, c’è il diritto europeo e la materia, come detto, è decisamente ingarbugliata. Ma andiamo con ordine. La questione è quella della sentenza Lexitor, che prende il nome dalla società polacca che offre servizi ai consumatori rilevando i diritti di credito e che già nel 2019 si era rivolta ai giudici europei per avere definitivamente chiarezza sulla portata della direttiva europea che nel 2010 ha sancito, per la prima volta, il principio che, in caso di rimborso anticipato del credito da parte del consumatore, quest’ultimo abbia diritto a una riduzione del costo totale del credito, pari all’importo degli interessi e dei costi dovuti per la vita residua del contratto. Ma quali sono per la precisione questi costi? Solo gli interessi e i costi dovuti per la parte residua del contratto (cosiddetti costi ricorrenti) o bisogna includere anche l’imposta di bollo, le commissioni pagate agli agenti intermediari che hanno consigliato quel credito e le spese della istruttoria senza cui quel prestito non sarebbe stato concesso (costi upfront)? La pronuncia della Corte di Giustizia, arrivata a settembre 2019, a sorpresa, ha allargato i rimborsi a tutti i costi, creando scompiglio in Europa. Ma il vero caos è nato intorno alla questione della retroattività di quella decisione e proprio su questo punto la Consulta italiana dovrà dire la sua. Perché il governo Draghi, con il Sostegni bis, ha recepito la sentenza Lexitor a far data dal 25 luglio dello scorso anno escludendone quindi la retroattività non solo dal 2010, ma pure dal 2019, quando era già arrivata la sentenza dei giudici del Lussemburgo. Del resto «la direttiva era chiara nel passaggio in cui aveva specificato che le nuove norme si sarebbero applicate esclusivamente dalla data del recepimento dei legislatori nazionali», spiega il professor Marcello Cecchetti, costituzionalista che che ha seguito da vicino il giudizio davanti alla Consulta.

Insomma Draghi avrebbe agito secondo le norme europee e tra l’altro l’Italia non è l’unico Paese ad aver fatto questa scelta. «Anche l’Austria ha recepito la Lexitor a gennaio 2021 escludendo la retroattività», aggiunge Franco Masera, presidente di Ibl Banca, istituto leader nel settore della cessione del quinto, ricordando che, nel caso in cui i giudici optassero per la retroattività ci sarebbe un effetto destabilizzante per il sistema con un danno complessivo, tra cessione del quinto e credito al consumo, stimato appunto in circa 5 miliardi di euro. «Il mercato della cessione del quinto si caratterizza per un erogato annuale di nuovi finanziamenti intorno ai 5 miliardi. L’onere della retroattività a carico delle banche che detengono in portafoglio questi crediti è stimabile in 2,2 miliardi di euro, e circa il 90% di questo onere deriva tra l’altro da costi sostenuti dal cliente al momento della sottoscrizione dei contratti che non hanno generato alcun ricavo per le banche stesse, come tasse e spese vive con soggetti terzi», aggiunge Masera. In pratica le banche dovrebbero restituire queste somme di cui non hanno beneficiato.

«Per la sola cessione del quinto, che ha una redditività annua di 100 milioni, ci vorrebbero circa 22 anni di utili futuri per compensare lo shock derivante da un’eventuale decisione di retroattività della Lexitor al 2010», aggiunge. E per il credito al consumo si calcola un ulteriore danno di 2,6 miliardi con un effetto tsunami sull’intero settore. Anche perché non si tratterebbe di risorse da accantonare ma di liquidità, pronto cassa, da restituire ai clienti che negli ultimi 10 anni hanno chiuso i finanziamenti prima del tempo con un impatto importante anche per le casse dello Stato calcolato in un minor gettito fiscale di circa 800 milioni. Un rebus per i giudici della Consulta e come se non bastasse ci sono altre due elementi che potrebbero ulteriormente cambiare lo scenario normativo in tema di rimborsi anticipati dei finanziamenti. Da una parte si attende una nuova pronuncia della Corte di Giustizia europea, alla quale la Corte Costituzionale austriaca ha chiesto se la Lexitor possa essere applicata anche ai mutui. In caso di una pronuncia positiva l’effetto su banche e società finanziarie sarebbe ben peggiore ai 5 miliardi di euro ipotizzati per gli altri finanziamenti considerano la durata in media più lunga e i costi più alti delle perizie. Una bomba per l’intero sistema finanziario. Ma dall’altra, parallelamente, stanno iniziando ad arrivare interpretazioni meno rigide della stessa Lexitor. In ballo c’è in particolare la nuova direttiva sul Credito al Consumo e il parere prevalente è che i rimborsi ai clienti in caso di estinzioni anticipate non debbano riguardare le spese di cui abbiano beneficiato soggetti terzi (quindi niente tasse e perizie per esempio) ma solo quelle incassate dall’intermediario. Un compromesso che potrebbe essere la soluzione, ma che riguarderebbe, inevitabilmente, solo il futuro mentre sul passato, per ora, continua a regnare il caos. (riproduzione riservata)
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