I nodi del contributivo

Carlo Giuro
Il metodo di calcolo contributivo espone il lavoratore a una serie di rischi, da quello legato all’attività lavorativa a quello economico, essendo i contributi versati rivalutati sulla base dell’andamento del pil, a quello demografico che impatta sulla revisione periodica dei coefficienti di trasformazione. MF-Milano Finanza ha approfondito i meccanismi del contributivo con l’aiuto di Alberto Cauzzi, ad di Epheso, società che progetta e realizza strumenti e metodologie per il supporto alla consulenza assicurativa, previdenziale e finanziaria.

Domanda. A chi si applica il contributivo?

Risposta. In base al combinato disposto delle riforme Dini e Fornero si applica ormai a tutti, ma in diversa misura. Chi ha iniziato a contribuire dal 1996 in poi si vedrà calcolare la pensione interamente nel contributivo. Chi ha maturato meno di 18 anni di contribuzione a tutto il 1995 avrà calcolata la quota dal 1996 col contributivo e il resto col retributivo. I restanti (più anziani) avranno il calcolo contributivo solo sui contributi a partire dal 2012.

D. Come funziona?

R. Il contributivo somma tutti i contributi accreditati, rivalutandoli di anno in anno all’andamento medio del pil dell’ultimo quinquennio, e al pensionamento ricava la pensione dividendo il montante per il numero di anni della speranza di vita del futuro pensionato.

D. Quanto pesa un ritardato ingresso nel mondo del lavoro nel contributivo puro?

R. Per le nuove generazioni l’età di ingresso o l’età di stabilizzazione del rapporto di lavoro è elevata. Tra lavori precari, studi universitari prolungati, inattività, si arriva alla soglia dei 30 anni. Nel sistema puramente contributivo la pensione anticipata di vecchiaia a oggi si può ottenere a 64 anni e con più di 20 di contribuzione, a patto che l’importo calcolato di pensione sia superiore 2,8 volte l’assegno sociale.

D. Quanto pesa la diversità di professione alla luce delle diverse aliquote?

R. Attualmente la gestione separata si è allineata ai dipendenti, gli autonomi sono saliti al 24% e anche i liberi professionisti hanno introdotto sia una maggiorazione, sia la contribuzione volontaria aggiuntiva. Va sottolineato che tra il lavoro dipendente e quello autonomo c’è una differenza importante nella retribuzione imponibile. La ral del lavoro dipendente non comprende il contributo a carico del datore di lavoro che è pari a circa un terzo, mentre il lavoro autonomo ha una cifra onnicomprensiva di tutte le restanti forme di contribuzione, e questo falsa il raffronto diretto.

D. Il ministero del Lavoro ha di recente comunicato, in base ai dati Istat, che il coefficiente da applicare per la rivalutazione del montante contributivo è negativo. Qual è il meccanismo?

R. Annualmente Istat calcola la media mobile dell’ultimo quinquennio del tasso di variazione del pil a prezzi correnti. Se tale valore è inferiore a zero il coefficiente di rivalutazione è posto a 1 e negli anni successivi si provvederà al recupero. Pertanto una caduta del pil sarà diluita nel numero necessario di anni per il recupero, mantenendo il coefficiente fermo a 1. Ad esempio il crollo dell’8,9% nel 2020 verrà recuperato -in funzione della ripresa che sembra sostenuta- in circa quattro o cinque anni, con coefficiente di rivalutazione fermo a 1.

D. Quanto incide l’invecchiamento sulla futura pensione?

R. Sulla pensione non incide, visto a tutti spetta il coefficiente della rispettiva generazione. Come sia cambiato il coefficiente nel tempo può dare una misura di quello che può accadere in futuro, anche se i trend recenti mostrano un costante invecchiamento demografico della popolazione: da questo punto di vista credo sia di maggiore efficacia riportare lo storico dei cambiamenti negli ultimi due decenni, dai quali si nota una riduzione che varia dall’11,5% al 17,5% circa.

D. In che misura l’adesione alla previdenza complementare può integrare il gap previdenziale?

R. Non esiste una misura standard: varia con l’entità della contribuzione e la durata del risparmio. Qui sorge la necessità di avere una visione chiara delle proprie aspettative di pensione, per potere agire con razionalità al risparmio previdenziale. Ciò che posso affermare con ragionevole certezza è che le generazioni future, coloro i quali hanno sino a 30-35 anni di età, farebbero bene a pensare immediatamente ad attivare un piano pensionistico integrativo, vista l’incertezza e l’estrema variabilità, oltre al valore medio più basso dei loro genitori, di pensione pubblica attesa alla fine della carriera. (riproduzione riservata)
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