Nei 9 mesi le maggiori sgr (766 miliardi di masse) hanno registrato 1,4 miliardi di euro di utili. La quota variabile media legata ai rendimenti dei fondi è il 21% dei profitti. Ma sta iniziando a calare

di Marco Capponi
Che la rimonta delle reti di consulenza italiana dopo la crisi dei mercati innescata dal Covid-19 fosse robusta era già nell’aria da tempo, con dati di raccolta e masse in crescita già a partire dai mesi estivi. In pochi, però, avrebbero immaginato quello che è emerso dalle trimestrali relative ai nove mesi tra gennaio e settembre: le principali reti e sgr quotate (tabella in alto) hanno registrato masse in gestione da record e utili robusti, in grado di tenere testa, e a volte anche a migliorare, i risultati del corrispondente periodo dello scorso anno. Nel complesso le sei società analizzate da MF-Milano Finanza (per il gruppo Intesa Sanpaolo è stata considerata Eurizon Capital) hanno riportato a fine settembre masse in gestione pari a 766 miliardi di euro, con una raccolta netta positiva per 21 miliardi e 1,4 miliardi di utile netto. Tra le direttrici di queste performance solide, da una parte c’è il forte rimbalzo dei mercati iniziato nel secondo trimestre, che ha giovato sia sulla raccolta (e quindi sulle masse in gestione), sia sulle commissioni di performance. Che sono state in totale pari a 236 milioni, il 17% degli utili netti, ma escludendo Fineco, che non le applica, il valore cumulato dei profitti scende a 1,1 miliardi e quindi il peso delle commissioni di performance diventa del 21%. D’altro lato, anche in vista della maggiore pressione da parte della autorità di vigilanza sui ricavi legati alle fee di incentivo, da ultima l’Esma che ha chiesto alle sgr di adottare misure più eque per i risparmiatori (articolo precedente), le società hanno spinto sulla diversificazione dei business, tenendo a bada il rischio e proteggendo i patrimoni nelle fasi di volatilità, e si sono fatte trovare pronte a conquistare nuovi asset e mercati.

Un esempio dell’importanza del contesto macroeconomico è dato dai conti di Anima, la cui raccolta netta nei nove mesi è aumentata a tripla cifra con commissioni di incentivo al +74%, pari al 40% degli utili netti, grazie all’andamento positivo dei fondi e dei mercati (23% nel 2019). Si segnala che Anima calcola le commissioni su base annua, come richiedono le nuove indicazioni dell’Esma. Di fronte alla crisi la sgr milanese ha ridotto i profili di rischio e ha focalizzato il business sugli investitori istituzionali, soprattutto nel ramo della previdenza complementare e della clientela assicurativa.

L’incremento dei ricavi assicurativi è stato importante anche per Azimut, che ha beneficiato delle maggiori commissioni variabili nel terzo trimestre, anche se il saldo da inizio anno dei ricavi da performance fee resta negativo (-50%) rispetto allo stesso periodo 2019. La posta è pari al 27% dei suoi profitti netti, in calo rispetto all’anno precedente (66%) perché il gruppo presieduto da Pietro Giuliani ha iniziato a introdurre dal 2019 (il processo di adeguamento non è ancora terminato) una nuova struttura di calcolo di questa voce nei suoi fondi lussemburghesi, per adeguarsi al pressing delle authority, aumentando nel contempo le commissioni di gestione e quindi compensando il calo degli utili (230 milioni, -7,1%) anche grazie al record storico di masse raggiunto a fine ottobre: 63,5 miliardi. Un dato reso possibile dall’acquisizione dell’americana Sanctuary, che ha portato un tesoretto di 7 miliardi di asset e ha permesso alla società di raggiungere il 35% di attività internazionali sul totale di gruppo.

Per Banca Generali robusta la crescita del patrimonio che a fine settembre era pari a 70,4 miliardi (+6,5% su base annua), anche grazie all’acquisizione di Valuer. Ancora più solido l’aumento della raccolta (+7,7% a 4 miliardi). E per i ricavi del gruppo le commissioni di performance restano una fonte importante: sono salite del 4,2% a 100 milioni, il 51% dei 195 milioni di profitti netti nel periodo (in linea con il 49% del 2019 perché la società non è ancora intervenuta, come Azimut su queste fee, ma ha detto che lo farà a inizio 2021). Un aumento reso possibile dalla crescita dei mercati di gennaio e febbraio, e poi dal rimbalzo post pandemico, guidato dall’attivismo delle banche centrali.

In calo invece di quasi il 65% le performance fee nei nove mesi di Banca Mediolanum, a 10,9 milioni sui quasi 250 milioni di utili netti, il 4% rispetto al 62% del 2019. Anche il gruppo guidato dall’ad Massimo Doris, insieme con Azimut, è intervenuto a inizio 2019 aumentando le commissioni di gestione per frenare l’impatto del passaggio dal calcolo mensile a quello annuale delle commissioni di performance. Tanto che l’utile dei nove mesi è sceso solo del 12,3% grazie al boom della raccolta netta a 5,8 miliardi, più del doppio del 2019, con un contributo di 2,2 miliardi dato dai fondi.

In aumento anche il patrimonio gestito da Eurizon Capital, che a fine settembre era a 334,5 miliardi (+2,5% annuo), con commissioni di incentivo in crescita di quasi il 55% a 19 milioni (peso del 17,5% dal 16% del 2019). Per la controllata di Intesa Sanpaolo è stato importante inoltre il contributo della cinese Penghua Fm, di cui ha il 49%, che ha raggiunto masse pari a 99 miliardi e una raccolta nei nove mesi di oltre 12 miliardi.

Nove mesi d’oro infine per Finecobank, l’istituto che meno di tutti ha sofferto le misure imposte dalla pandemia grazie alla natura digital. L’utile netto è salito di quasi il 23%, con ricavi trainati da una crescita annua dell’83,7% nel brokerage. Le masse, arrivate a 85 miliardi +8,2% sui nove mesi del 2019, mostrano un trend inarrestabile: dal 2014 al 2019 il patrimonio è cresciuto a un tasso annuo dell’11,1%, e ormai Fineco gestisce il 28% dei volumi azionari scambiati in Italia. Nel frattempo la banca si sta espandendo nel Regno Unito. (riproduzione riservata)

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