di Sergio Sorgi, eQwa
In questi mesi ci siamo accorti di molte cose che davamo per scontate: per esempio, abbiamo riscoperto l’importanza del futuro e riesaminato lo stato sociale, che prima pareva «eccessivo» in termini di spesa e che invece ora si presenta fragile ed esiguo. Abbiamo compreso anche che le erogazioni monetarie sono indispensabili ma che i soldi prima o poi finiranno, e che ci vogliono soluzioni permanenti. In questo scenario, anche il welfare aziendale delle mense, degli asili, dei contributi per palestre e dei buoni pasto spesa non è più in linea coi bisogni imposti dalla pandemia. Che welfare serve, dunque, al tempo del Covid, e come realizzarlo?

Da tanti, uno

La prima cosa da fare è superare quel welfare «a silos» che occupandosi di problemi specifici perdeva di vista la persona nella sua visione integrata. È chiaro, infatti, che, se per esempio pensassimo di risolvere i problemi di non autosufficienza degli anziani con infermieri-automi, creeremmo nuove solitudini e peggioreremmo le condizioni psicologiche degli utenti. Allo stesso tempo, spingere acriticamente uno smart working che, specie per le donne, può trasformarsi in home (triple) working non necessariamente crea benessere. Lavorare a casa dovrebbe significare lavorare per obiettivi e non dover negoziare tra chi lavora sul tavolo e chi è costretto ad appoggiare il computer sull’asse da stiro. Bisogna, in sintesi, assumere una lettura integrata dei bisogni delle persone e adottare provvedimenti complessivi. Per questo, ci vogliono lenti adatte, e una grammatica comune.

La formula ideale? Benessere + Sostenibilità

Una visione ampia di welfare comprende il BES italiano, Benessere Equo e Sostenibile, e gli obiettivi di sviluppo sostenibile ONU (SDGs), che ci invitano a non consumare il futuro delle prossime generazioni. Classificare il benessere non significa parcellizzarlo ma, al contrario, privilegiare azioni che contribuiscono a migliorare lo stare bene in più direzioni. Per esempio, migliorare il benessere economico significa migliorare quello soggettivo, la possibilità di fruire di servizi di qualità, la quantità di tempo libero per le proprie passioni e così via. In tutto questo, mettere in competizione età, generi, popoli non serve. Il welfare, infatti, è per tutti e quindi ben vengano gli elogi del merito e il talento, ma bisogna considerare anche la lotteria alla nascita (l’impatto del «dove si posa la cicogna» sulle traiettorie di vita), gli imprevisti, la sfortuna, l’esito di quel che si propone. Una scuola pubblica che consente la didattica in presenza solo a chi ha voti alti o risiede nelle zone centrali della città, per esempio, non svolge una funzione educativa.

Alcuni esempi concreti

Il welfare al tempo della crisi può spostare il luogo di soddisfazione dei bisogni e rende spesso necessario che i servizi raggiungano l’utente e non viceversa. Le cose da fare sono molte, e in alcuni casi sono già state realizzate. Per esempio, adoperando la classificazione del BES, per la salute si possono diffondere i servizi di assistenza e consegna dei medicinali necessari a domicilio. L’istruzione non può sempre essere sostituita da Didattica a Distanza, anche perché se padri e madri devono comunque lavorare, la presa in carico dei bambini più piccoli delle famiglie più fragili viene svolta dai fratelli e dalle sorelle maggiori, che così non possono curare efficacemente la propria istruzione. Bisognerebbe, pertanto, sviluppare forme di recupero che raggiungano gli studenti anche dove vivono. Parimenti, bisogna valorizzare il lavoro «agile», evitando discriminazioni di genere o demarcazioni nette tra lavori ripetitivi «da casa», senza possibilità di scambio sociale con colleghi, e lavori intellettuali o creativi per i quali si mettono a disposizione spazi e infrastrutture adeguate. Evidente, poi, la necessità di dare a tutti un’educazione finanziaria di qualità, per rinforzare l’economia personale, partendo dai consumi, e prevenire future crisi. L’educazione finanziaria dovrebbe entrare stabilmente nei percorsi di welfare pubblici e aziendali, anche perché oltre a supportare le persone più fragili, evita ai benestanti ed ai vulnerabili di scivolare verso il basso. In tema di relazioni sociali, si possono sviluppare microcomunità chiuse (bolle) che favoriscano forme protette di mutualità tra vicini. Sarebbe, inoltre, utile, procedere nell’educazione digitale, per rinforzare lo scambio sociale anche in remoto. La politica e le istituzioni sono chiamate, più di ieri, a indirizzare il cittadino verso gli operatori in grado di fornire risposte personali, offrendo un servizio centrale di orientamento. La politica locale, in tempo di crisi, dovrebbe avere maggior cura per i diritti: una città che si basa sulla movida non è una città sostenibile ma un luogo che sceglie di privilegiare il consumo usa e getta alla costruzione di una città orientata al bene comune nel futuro. Sul versante della sicurezza, si pone il tema del denaro, e in particolare dell’approvvigionamento di piccole somme di denaro contante per coloro che non sono ancora pienamente abituati alla moneta elettronica. Qui, operatori comunali, autorizzati dagli utenti e in accordo con le banche possono consegnare a domicilio pensioni o piccole somme, evitando ai cittadini più anziani il rischio di ammalarsi o di subire furti o frodi.

Il continuo calo di benessere soggettivo deriva anche dall’impossibilità di fare progetti. Ne deriva un’ansia collettiva che può essere mitigata da un supporto psicologico volto a uscire dalla paura del presente e a reinstallare il senso di un futuro possibile e attrattivo. Venendo alla cultura, potremmo chiedere ai network televisivi di rendersi più aperti, facilitare l’uso a tempo determinato di ebook o visite guidate a piccoli nuclei nei musei. Potremmo inoltre facilitare l’accesso a corsi di lingua «low cost» e a corsi di formazione gratuiti (MOOC), favorendone la diffusione.

In tema di ambiente, si possono incentivare i materiali sanificabili e riusabili, al posto della plastica monouso. Bisogna, inoltre, contribuire alla creazione di nuove abitudini positive. Se si facilita il traffico privato, alla fine della crisi non sarà rimasto nulla di utile per il futuro: se si costruiscono piste ciclabili, alla fine della crisi avremo città migliori. Il welfare, tuttavia, deve anche innovare, per creare le condizioni per un futuro prospero e sostenibile. Questo significa incrementare i laboratori di studio sul futuro (vedi milano2046) e attivare riflessioni sui futuri in diverse città, per preparare sin d’ora un «dopo» migliore del «prima». Infine, c’è grande bisogno di nuovi servizi; spesa a domicilio, spostamenti protetti tra casa e lavoro, fornitura di veicoli per la mobilità personale a basso impatto ambientale sono solo alcuni dei servizi necessari in questi inattesi tempi.

I ruoli, le divisioni dei compiti, le reti

Chi può gestire questi sforzi, e con quali risorse? L’unione fa la forza, e ci vuole un welfare di comunità nel quale pubblico e privato, pubblica amministrazione e corpi intermedi, terzo settore, associazioni e imprese collaborino, dando ciascuno quel che può e reindirizzando gli investimenti conseguenti. Per esempio, quello che le imprese non spendono in mense si può convertire in educazione finanziaria, e i soldi per il maggiordomo aziendale possono essere utilizzati per le consegne di medicinali a domicilio. Si tratta, in fondo di partire dalle urgenze più importanti. (riproduzione riservata)

LA NUOVA LINEA DEDICATA A SALUTE E BENESSERE È RIVOLTA AI DIPENDENTI E SI PUÒ ESTENDERE AI LORO FAMILIARI
Da Generali un welfare universale
di Laura Magna
Una nuova linea dedicata alla salute e al benessere dei lavoratori. Si chiama Attiva Welfare ed è firmata da Generali Italia. Si tratta di uno strumento di welfare per le aziende, che assume particolare valore nel momento attuale di emergenza sanitaria. «La novità sta nel fatto che offriamo tutele concrete per i dipendenti di tutte le aziende in qualsiasi settore, estensibili anche ai familiari», dice a MF-Milano Finanza Giancarlo Bosser, chief life ed employee benefits officer di Generali Italia , «con una soluzione modulare, semplice, economica e immediata: prevede offerte accessibili e ricche di contenuti, a costo ridotto e predefinito». E in questa «universalità» sta la sua principale novità.

La linea si compone di due soluzioni: Attiva Welfare Benefit, che è la soluzione assicurativa vera e propria multigaranzia con indennizzi immediati post ricovero e per patologie rilevanti, con servizi sanitari aggiuntivi innovativi offerti da Generali Welion ed Europ Assistance e accesso a un network di strutture sanitarie di eccellenza attraverso la Welion Card, ma anche a servizi di assistenza domiciliare. E Attiva Welfare Lungavita, che con l’assicurazione sulla vita integra e completa l’offerta di welfare aziendale e fornisce un aiuto concreto in caso di decesso del dipendente.

«In questo nuovo contesto la protezione del lavoratore e dei suoi familiari è sempre più importante. Sono stati inseriti nella nuova copertura servizi coerenti con il momento, come teleconsulto, visite a distanza, referti, prescrizioni di farmaci da remoto, integrando e aiutando la Sanità, messa a dura prova dall’emergenza», dice Bosser. «Ma non ci siamo limitati a questo: abbiamo pensato alla fase di post ricovero con indennità che mettiamo a disposizione dei lavoratori e che possono destinare o alla sanità integrativa all’assistenza della famiglia». Il lavoratore ha accesso ai servizi con la sottoscrizione del contratto e all’indennità in caso di ricovero o diagnosi di gravi patologie – diverse dal Covid – con percorso di cura più lungo e complesso.

«Attivare questo genere di copertura è fare welfare, con un risparmio fiscale per aziende e lavoratori. Crediamo che la soluzione che stiamo presentando avrà un’ottima accoglienza da parte del mercato», continua Bosser. Una certezza che deriva dal successo di un’offerta simile, lanciata a marzo per prima sul mercato da Generali, focalizzata sul Covid, che «sta coprendo 20 mila aziende e 2 milioni di lavoratori: ci aspettiamo che la linea attuale possa avere una diffusione simile, essendo la naturale prosecuzione della prima».

Generali Italia, Compagnia guidata dal country manager e ceo, Marco Sesana, è uno dei principali player in Italia della salute e della protezione aziendale: con oltre 24,6 miliardi di premi totali e una rete capillare di 40 mila distributori, oltre ai canali online e di bancassurance; con 13 mila dipendenti e 120 miliardi di asset under management. «Abbiamo un focus molto forte sulle Pmi, presso le quali vogliamo promuovere le tematiche del welfare che sono legate sia alla salute delle persone sia alle performance delle stesse aziende. È qualcosa che abbiamo misurato nel Welfare Index Pmi 2020: il welfare fa crescere l’impresa in termini di produttività e occupazione; le aziende con un welfare più maturo hanno avuto maggiore capacità di reagire all’emergenza e sono state punto di riferimento per la comunità».

Oltre alle coperture Covid lanciate a marzo, Generali Italia ha avviato da giugno un’iniziativa ad hoc che prevede un voucher con mensilità di premio gratuite e anticipate fino a un massimo di sei, modulate in base al settore di attività. «Siamo stati i primi in Italia: sono state già erogate più di 74 mila mensilità gratuite a favore delle aziende italiane dei settori maggiormente colpiti dal Covid – commercio e ristoro, artigiani, alberghi, agriturismi e uffici. È il segnale di un approccio globale e integrato a favore delle Pmi». (riproduzione riservata)

Fonte: logo_mf