Al sicuro nel deposito

di Andrea Pira
Come Paperon de’ Paperoni gli italiani risparmiano non per potere o altro, ma per vedere aumentare i soldi nel proprio Deposito. Giuseppe De Rita, sociologo e presidente del Censis, ricorre a un paragone disneyano per descrivere un fenomeno già emerso negli ultimi anni, ma che la pandemia da Sars-Cov2 ha contribuito a rafforzare. «I risparmi delle famiglie sono in aumento e sono cresciuti durante il lockdown a tal punto che oggi il risparmio mobiliare e immobiliare è in sostanziale parità con l’ammontare del prodotto interno lordo del Paese previsto per fine anno: 1.700 miliardi di euro», spiega ancora riassumendo i contenuti del rapporto sui Buoni Investimenti, realizzato da Censis in collaborazione con Tendercapital.

«Le ultime crisi hanno generato paura nei cittadini e una tendenza a cercare sicurezza per il futuro. Con l’arrivo della pandemia questo tipo di atteggiamento è aumentato ed è aumentata la voglia di proteggersi, perché in fondo non essendoci altra difesa, quanto meno si cerca di avere soldi. Il risparmio cresce e chi risparmia lo fa per continuare a farlo anche inseguito. Non c’è più neppure quel gusto di una volta nel comprarsi una seconda casa o un’altra auto. Ormai siamo all’ambizione della liquidità immediatamente disponibile».

Domanda. Professor De Rita, si tratta di una tendenza che riguarda un particolare ceto sociale o tutta la società italiana?

Risposta. Quello che colpisce è l’apparente «cetomedizzazione» del risparmio e dei patrimoni. Il patrimonio creato in 70 anni è stato opera di tutti. Dall’impiegato pubblico che ha comprato l’appartamentino per sé o per i figli al piccolo imprenditore che investiva in un nuovo capannone fino all’autotrasportatore che comprava un camion. Tutto veniva patrimonializzato in base all’appartenenza di fascia sociale. Il risparmio attuale è invece prevalentemente dei garantiti. È un risparmio del ceto medio garantito. Non tutto il ceto medio è infatti cresciuto negli ultimi anni. Ma questo è qualcosa che si avverte poco. Il vecchio ceto medio che aveva fatto l’Italia si va spaccando. E ciò diventa evidente dalla scelte e dalle possibilità patrimoniali.

D. Stiamo assistendo al tentativo di non perdere il proprio status?

R. Da anni il ceto medio ha paura di scivolare verso il proletariato ma alla fine riesce comunque ad arrangiarsi. Anche nei momenti di difficoltà. Il governo ha dato forme di sostegno che sono squisitamente di aiuto al ceto medio garantito. Chi ha casa la può ristrutturare con il bonus al 110% e farsi un cappotto termico, in garage oltre alla macchina potrà mettere la bici, magari a pedalata assistita, e casomai aggiungere anche un monopattino. La differenza tra garantiti e non è però meno marcata. Anche i non garantiti attraverso l’economia sommersa hanno possibilità di fare del lavoro nero, conciliandolo con cassa integrazione e reddito di cittadinanza. La piccola borghesia italiana si arrangia in tutti i modi. Il corpaccione del ceto medio reagisce in diverso modo, con l’intento di mantenere le propria posizione e se possibile fare qualche progresso.

D. Ma come reagirebbe il ceto medio a una eventuale patrimoniale, che neppure il sottosegretario Pier Paolo Baretta ha smentito categoricamente?

R. Volendo essere un po’ cinici potrei dire che in questo momento il ceto medio se ne fregherebbe. Mettere una tassa sui patrimoni sembra facile, ma alla fine non lo è. Il grosso è immobiliare, ma nella pratica bisogna decidere se puntare su prima o seconda casa, se stare all’interno dei centri urbani e fare altre considerazioni. Oggi sarebbe più costoso farla che in passato. La gran parte del patrimonio liquido sta su conti correnti, investimenti in azioni o obbligazioni. Occorrerebbe lavorare su questi tre aspetti. La via più facile sarebbe fare come Giuliano Amato nel 1992 con il prelievo forzoso, ma la gente non accetterebbe un giochetto de genere. Guardando con gli occhi di un olandese o un finlandese mettere una patrimoniale per sfruttare un risparmio ormai ai livelli del pil potrebbe anche essere ragionevole, magari per abbassare il debito. Visto dall’Italia, invece, non è così non è facile neppure trovare quell’indifferenza che permetterebbe di portare a casa qualcosa.

D. Si potrebbe però intervenire con incentivi per convogliare i risparmi verso l’economia reale.

R. Esiste l’esigenza reale di indirizzare quelle risorse a imprese, gruppi familiari, interventi infrastrutturali. Ma bisognerebbe pubblicizzarla bene, non, ad esempio, proponendo Bot generici ma strumenti dedicati. Purtroppo le possibilità esistenti si concentrano su piccole imprese innovative, smart city, aziende di giovani brillanti. Manca la forza di fuoco sufficiente per potere utilizzare il volume di risparmio esistente. Una situazione come quella che stiamo vivendo richiederebbe soggetti da vecchia banca locale o cassa di risparmio capaci di mobilitare le risorse. Il clima, anche bancario, è però ora rivolto a una cultura finanziaria troppo macro, che dedica più attenzione al risiko, alle acquisizioni e alle fusioni e meno al lavoro della filiale di provincia. (riproduzione riservata)

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