RASSEGNA STAMPA ASSICURATIVA 11/11/2019

Selezione di notizie assicurative da quotidiani nazionali ed internazionali

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Undici azioni per governare i big data. Tra tutte, primeggia una preventiva valutazione di impatto sulla privacy. Anche quando l’obiettivo è di interesse pubblico (ad esempio lotta all’evasione fiscale o contributiva). È quanto si può desumere dalle «Linee guida e raccomandazioni di policy» per i big data diffuse dai Garanti della privacy, della concorrenza e mercato (Agcm) e delle comunicazioni (Agcom). Il documento è il frutto di una indagine conoscitiva nel corso della quale sono stati interpellati i principali operatori dell’economia dei dati, delle telecomunicazioni, dei settori finanziari e dell’editoria. Le linee guida mettono in evidenza quanto sia urgente una regolazione del mercato dei big data su base normativa, o di autoregolamentazione o in un qualunque altro modo, purché effettivo. Altrimenti ci si trova ad esaminare in maniera scoordinata singole questioni, senza sguardo d’insieme.
Nella prima metà del 2019 sono state elaborate oltre 1.600 leggi e policy in materia di cambiamento climatico in 164 diverse giurisdizioni nel mondo – un aumento di 25 volte dal 1997, anno in cui fu siglato il Protocollo di Kyoto. Questo significa che le società sono potenzialmente esposte a rischi e costi legati ai cambiamenti climatici che, se non identificati, potrebbero danneggiarne il patrimonio e la reputazione.
Secondo i dati riportati nel report – primo nel suo genere – «Cambiamenti climatici: come avere successo in un futuro a basso tasso di emissioni» condotta da Herbert Smith Freehills le aziende sono assoggettate a numerose norme legate ai cambiamenti climatici, con conseguente rischio connesso di contenzioso in sede di liquidazioni dei danni subiti.
Assiteca ha nominato Dario Zerboni nuovo direttore comunicazione, relazioni esterne e rapporti istituzionali. Romano, 57 anni, Dario Zerboni coordinerà le attività di comunicazione, relazioni esterne e rapporti istituzionali di Assiteca. Nel corso della sua carriera professionale Dario Zerboni ha ricoperto incarichi di prestigio ed è noto per esperienze manageriali di successo tra cui spicca quella in Civita, leader nel settore dei beni culturali, dove ha lavorato per oltre 20 anni (1999 – 2019) a fianco dei suoi fondatori Gianni Letta, Antonio Maccanico e Gianfranco Imperatori.

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Patrick Cohen, ceo di Axa in Italia: “Vanno in questa direzione il nostro ingresso nella diagnostica per coordinare il percorso sanitario dei clienti e prodotti parametrici che tutelano milioni di persone”
“Siamo convinti che le assicurazioni avranno un ruolo centrale nel promuovere una economia più sostenibile e inclusiva, per affrontare le nuove sfide sociali: il clima, la salute e l’inclusione socio-econornica».
  • Cattolica, Verona in fibrillazione tra Fondazione, Buffett e Opus Dei
Lo scontro tra il presidente Bedoni e l’ex ad Minali, che non ha più deleghe ma è rimasto in cda, agita i soci. La compagnia difende la sua “biodiversità” e la natura cooperativa. Ma un’assemblea straordinaria potrebbe cambiare lo statuto favorendo ricambi in consiglio
“Quando la nave è in tempesta non si cambia la rotta”. Alberto Minali, ex ad di Cattolica, usa la metafora marinaresca per raccontare quel che sta avvenendo nella compagnia, le cui sorti proprio lui ha cambiato nel recente passato. Sul futuro si vedrà, ma l’ex ceo ed ex direttore generale dl Generali arrivato sulla plancia di comando dal primo di giugno del 2017 ha determinato un cambio dl rotta significativo ad una compagnia che era in zona rischio. dopo aver perso l’accordo di bancassurance con la ex Bpvi, Minali ha inanellato i migliori risultati in termini dl utile degli ultimi 1O anni, con un’ultima riga nel 2018 positiva per 105 milioni di ecuro e un risultato operativo dl quasi 300 milioni, che ha portato a incrementare il dividendo per gli azionisti. 

Ricchezza, risparmio e priorità per l’economia del Paese. Questi sono i temi approfonditi nel secondo rapporto Aipb-Censis. «Questioni delicate, soprattutto se affrontate dopo un lungo periodo di crisi e di forte incertezza — ha commentato Antonella Massari, segretario generale di Aipb (Associazione italiana private banking) —. Le crisi generano ansie e paure e stimolano le persone a mettere in atto comportamenti di difesa». Così, si spiega come nel mondo del risparmio sia aumentata l’avversione al rischio, la resistenza ad affrontare investimenti di lungo periodo e l’elevata quota di liquidità sui conti correnti e di deposito.
Tuttavia, nel tastare il polso agli investitori sui loro orientamenti d’investimento, i curatori della ricerca Aipb-Censis hanno osservato che una percentuale non trascurabile (circa un terzo) degli intervistati, sarebbe disponibile a destinare una quota del proprio patrimonio all’economia reale, in infrastrutture e opere pubbliche, per dare un concreto contributo allo sviluppo del Paese. La realizzazione di nuove infrastrutture, dagli aeroporti, alle autostrade, alle ferrovie, alla fibra ottica, agli ospedali, alle scuole, ai porti, è considerata strategica per l’89% degli intervistati. Solo il 4,7% non condivide tale idea, mentre il 6,0% non ha opinioni in proposito.
Dal 2021 si andrà in pensione più tardi. Per adesso l’aumento è minimo, un solo mese. Ma per chi oggi ha 30 anni, l’uscita dal mondo del lavoro potrebbe arrivare sette mesi dopo il 72° compleanno: significa oltre cinque anni e mezzo di attività in più rispetto ai requisiti previsti dalla normativa vigente. Tutto dipende dall’evoluzione delle aspettative di vita. Se aumenteranno poco, lo stesso 30 enne riceverà il primo assegno dell’Inps a 68 anni e 7 mesi. Equivarrebbe, comunque, a 19 mesi in più di «fatica», rispetto a chi matura i requisiti oggi. Le stime portano la firma di Progetica, società indipendente di consulenza in educazione e pianificazione finanziaria, assicurativa e previdenziale e mettono nero su bianco, in cifre, quello che è un principio incontrovertibile: se viviamo sempre più a lungo, dovremo giocoforza ritardare l’uscita dal mondo del lavoro. Non ci sono alternative se si vuole tenere sotto controllo il bilancio dello Stato alla voce pensioni, che già incide per circa un terzo della spesa pubblica.
Se qualcuno avesse avuto dei dubbi su chi comanda davvero in Cattolica assicurazioni, il repentino defenestramento di Alberto Minali, dal primo giugno 2017 amministratore delegato del gruppo, ha fatto chiarezza. Cattolica è nelle solide mani del suo presidente, Paolo Bedoni, che interpreta un ampio mandato ricevuto dall’assemblea dei soci di questa cooperativa quotata in Borsa. Al di là della contraddizione evidente di una società mutualistica quotata, che per di più nel suo statuto chiede ai soci di professare la religione cattolica, trattandoli ora da soci e ora da azionisti, il punto centrale della vicenda che ha azzerato le deleghe di Minali è questo. L’uomo venuto dal mercato, il veronese richiamato a Verona dopo aver scalato le vette delle Assicurazioni Generali ed essere arrivato a un passo dalla nomina ad amministratore delegato, si è rivelato essere un corpo estraneo alle logiche che dominano nel profondo la compagnia.
Oggi la polizza Re auto sopporta imposte slegate dai comportamenti individuali. Uno scambio con il consumo di benzina metterebbe in moto un circolo virtuoso più equo e diretto a incoraggiare chi meno inquina. La proposta inedita dell’Ivass
Un fatto epocale. L’uscita dal capitale di Mediobanca da parte di Unicredit, che mercoledì scorso ha venduto sul mercato l’8,4 per cento del capitale dell’istituto di Piazzetta Cuccia, che nel 1946 aveva contribuito a fondare assieme alla banca Commerciale italiana, è un segno di discontinuità nella storia del capitalismo italiano.
È stato reciso anche l’ultimo labile collegamento con il passato e l’epoca in cui le tre Bin (Comit, Credit e Banco di Roma) controllavano Mediobanca. Oggi Piazzetta Cuccia al 90 per cento è in mano al mercato, soprattutto fondi di investimento e il 10 per cento in portafoglio alla Delfin di Leonardo Del Vecchio, il fondatore di Luxottica che pare intenzionato a ridisegnare la finanza italiana. Se la separazione tra Unicredit e Mediobanca era una fine ampiamente annunciata visto il potenziale conflitto di interessi, «eravamo concorrenti» ha detto Jean Pierre Mustier, amministratore delegato della società venditrice che dall’operazione ha ricavato quasi 800 milioni di euro cash, il contemporaneo lievitare della quota in carico a Del Vecchio apre a scenari tutti da disegnare.