Pir, ritorno al futuro?

In arrivo le modifiche al regolamento dopo il flop dei vincoli legati ad Aim e venture capital. Si va verso l’abolizione, ma potrebbe spuntare una soglia minima del 5% da investire nelle pmi in generale
di Luisa Leone

Sui Pir il tempo volge al bello. Come anticipato da MF-Milano Finanza, il governo ha iniziato a lavorare alla revisione della disciplina dei Piani Individuali di Risparmio, con l’obiettivo di inserire le modifiche nella legge di Bilancio o nel collegato fiscale. L’idea di base sarebbe quella di un ritorno alle regole precedenti quelle introdotte con la manovra 2019, che hanno imposto il vincolo del 3,5% per gli investimenti nelle small cap quotate sull’Aim e del 3,5% nei fondi di venture capital. Una mossa, quest’ultima, che ha bloccato la raccolta di questi strumenti, i quali nel 2018 avevano incanalato risparmio per 4 miliardi, dopo l’exploit del 2017, quando il bottino aveva sfiorato gli 11 miliardi. E per quest’anno i dati più aggiornati (settembre) indicano che si registrano oltre 500 milioni di deflussi, che potrebbero arrivare a 700 milioni a fine 2019, secondo Equita .
«La soluzione migliore per rivitalizzare lo strumento è eliminare i vincoli sull’Aim e sul venture capital; il Pir 1.0 dopotutto era perfetto proprio perché semplice», commenta con MF-Milano Finanza di Luigi De Bellis, co-responsabile Ufficio Studi di Equita . Secondo il quale il mercato potrebbe ripartire senza esitazioni, una volta eliminate le criticità: «La raccolta ripartirebbe subito, si potrebbero rivitalizzare i prodotti esistenti. Una spinta in più potrebbe venire dallo scenario di tassi bassi, che rende ancora più attraente l’incentivo fiscale riconosciuto ai Pir».
Il tagliando a cui stanno lavorando i ministeri dello Sviluppo e dell’Economia potrebbe però prevedere qualche novità rispetto al puro e semplice ritorno al passato. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, al posto dei due paletti su Aim e venture capital potrebbe essere introdotta una soglia unica del 5% per le quotate più piccole, di dimensioni inferiori a quelle del Ftse Mid Cap. Così si incoraggerebbe comunque a investire in pmi trattate in borsa ma lasciando più scelta agli operatori, che potrebbero pescare anche tra le tante piccole del Mta senza essere ancorati all’Aim. Il nuovo vincolo risulterebbe probabilmente più digeribile dei precedenti, visto che lascerebbe ai gestori lo spazio per scegliere tra un buon numeri di titoli, non limitandosi all’Aim, e non comporterebbe i problemi di un investimento illiquido come il venture capital.
A breve comunque si dovrebbe fare più chiarezza, se, come pare, il governo fosse intenzionato a introdurre le modifiche nella Legge di Bilancio o nel decreto fiscale. Intanto il Parlamento ha dato segni di essere recettivo sul tema, con una convergenza tra maggioranza e opposizione sulla necessità di intervenire sfruttando la sessione di Bilancio appena avviata. Non solo; in commissione Finanze alla Camera è partita anche la discussione su una proposta di legge, a firma del deputato di Forza Italia Sestino Giacomoni, mirata proprio a rivitalizzare i Piani Individuali di Risparmio prevedendo l’abolizione dei vincoli oggi presenti e introducendo una serie di migliorie, dall’innalzamento del tetto di investimento annuo che può essere esentato dalla tassazione (oggi 30 mila euro) all’inserimento nel bouquet dei titoli investiti anche dei Btp. Una soluzione che però impatterebbe sui conti pubblici e che quindi ha poca possibilità di arrivare al traguardo. Ad ogni modo c’è ampio consenso sulla necessità di un intervento, diversamente «sarà un’opportunità mancata di convogliare parte dei 1.500 miliardi di risparmio degli italiani sulle nostre pmi, con il rischio di avere investitori che indirizzano risorse verso fondi europei e internazionali», aggiunge l’esperto di Equita .
D’altronde per raggiungere gli obiettivi che il governo si era posto con i vincoli su venture capitale e Aim ci sarebbero già gli Eltif (European Long Investment Fund), che sono fondi chiusi e quindi più adatti a investimenti illiquidi. A oggi il mercato italiano di questi strumenti non è molto sviluppato ma la prospettiva dell’incentivo fiscale, introdotto con il decreto Crescita la scorsa estate, potrebbe far da volano. Peccato che, come anticipato da MF-Milano Finanza, manca all’appello il decreto attuativo e soprattutto la richiesta di autorizzazione alla Ue, necessaria a concretizzare la defiscalizzazione, non sarebbe stata ancora neanche inviata a Bruxelles. Difficile quindi che tutto sia pronto per gennaio 2020, da quando teoricamente si potrebbe iniziare a investire contando sull’azzeramento delle tasse sui capital gain. «L’eventuale ritardo sul fronte degli incentivi fiscali andrebbe a incidere sulla velocità di raccolta degli Eltif; le agevolazioni fiscali sono fondamentali perché possono stimolare rapidamente la comparsa di nuovi fondi specializzati nelle pmi italiane, migliorare la liquidità del mercato, soprattutto con riferimento alle small-mid cap, e convogliare capitale verso investimenti a lungo termine nell’economia reale», conclude De Bellis. (riproduzione riservata)
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