Pensione araba fenice

Risparmio previdenziale
Il cantiere previdenziale è ancora aperto e nella Manovra il capitolo Inps è corposo. Ma cresce anche la consapevolezza che l’assegno pubblico non basterà e così i millennials si preparano
di Roberta Castellarin e Paola Valentini

Sorpresa (ma non troppo). I millennials in Italia sono quelli che si preoccupano di più per la propria pensione. Il dato colpisce perché nel Paese il cantiere pensioni in Italia è aperto da anni e questo è uno degli elementi che, probabilmente, scoraggia gli italiani a preoccuparsi fin da ora di colmare il gap che ci sarà tra assegno Inps e ultimo stipendio al momento dell’addio al lavoro. Ma dall’altra parte se si considera che nei millennials rientrano i nati dall’80 fino a metà anni 90, si evince che si sta parlando di persone che hanno tra i 30 e i 40 anni, già quindi nel mondo del lavoro e più sensibili al tema previdenziale perché cresciuti proprio negli anni in cui il sistema pensionistico italiano è stato messo a dieta. Da fine anni 80 infatti è iniziata la stretta sulle pensioni che tiene banco ancora oggi. Il risultato è che la generazione dei millennials la pensione la vorrebbe, pur con tutte le difficoltà legate all’intermittenza delle carriere. Come emerge dalla ricerca annuale Schroders Global Investor Study 2019, condotta su oltre 25 mila investitori in 32 Paesi.
«La pianificazione finanziaria in vista della pensione rappresenta uno dei temi più controversi, anche in ragione delle attuali dinamiche demografiche. Ma quanto mettono da parte gli investitori in vista dell’età post-lavorativa? A quanto pare non abbastanza», dicono gli esperti di Schroders, che aggiungono: «Infatti, pur essendo generalmente noti per essere dei buoni risparmiatori, gli italiani sono risultati tra gli investitori che risparmiano meno per la pensione. In Italia gli investitori non ancora in pensione accantonano in media il 12,4% del reddito totale, rispetto ad esempio ad austriaci e svizzeri, ai primi posti in classifica, che risparmiano rispettivamente il 21,6 e il 21,3%. La percentuale di risparmio dell’Italia è inferiore anche alla media globale al 15,3% e a quella europea al 14,9%». Tuttavia, risulta incoraggiante lo spaccato a livello generazionale. «Nonostante siano ancora in piena età lavorativa e sia maggiore il tempo che li separa dalla pensione, in Italia i millennials sono consapevoli di dover risparmiare di più, in quanto dedicano in media il 14,6% del proprio reddito ai risparmi per la pensione. Fanno seguito la generazione X, ovvero la fascia di età che va dalla soglia dei 40 anni fino a 50 anni) con l’11,5% e i Baby Boomer (51-70 anni) con il 9,7%. Una tendenza che si conferma anche a livello globale, ma con percentuali medie di risparmio generalmente più elevate e pari al 15,9% per i millennials, 14,7% per la generazione X e 13,7% per i Baby Boomer», si legge nello studio. Dalla ricerca emerge inoltre che un quarto (25%) degli italiani non ancora in pensione è preoccupato di non aver risparmiato abbastanza in vista di tale fase, risultando in linea con gli investitori a livello globale (24%). Lo studio ha evidenziato che a livello di fasce d’età, tra gli investitori non ancora in pensione, in Italia i Baby-Boomer (29%) e la generazione X (28%) sono più preoccupati dei millennials (20%). Simili i dati a livello globale, che mostrano una preoccupazione più diffusa tra i Baby-Boomer (33%) e generazione X (27%), confermando i millennials come la fascia d’età meno preoccupata (21%).
«Nonostante ciò, gli investitori italiani si aspettano in media che, una volta in pensione, potranno utilizzare ogni anno il 9,1% dei risparmi accantonati senza rischiare di restare a corto di denaro. Ciò segnala l’esistenza di una discrepanza tra la parte di risparmi allocata per la pensione considerata insufficiente e i livelli di spesa che viceversa sono attesi in tale fase della vita. Considerando lo spaccato per Paesi, gli italiani risultano così tra i più prudenti, con gli investitori globali che in media si aspettano di poter utilizzare ogni anno il 10,3% dei risparmi accantonati per la pensione», continua la ricerca che sottolinea come sul tema pensione gli investitori siano influenzati da diversi elementi.
«Quasi tutti gli investitori italiani non ancora in pensione (91%) riconoscono però che alcuni fattori potrebbero convincerli a risparmiare di più in vista di tale fase. Ad esempio, il 30% di questa fetta di investitori sarebbe propenso ad accantonare più denaro se avesse accesso a maggiori informazioni sulla quantità di risparmi necessari per sostenere lo stile di vita desiderato in pensione. Entrambi i dati sono simili alle medie globali: il 94% degli investitori non ancora in pensione ammette che alcune condizioni potrebbero incentivare maggiori risparmi e il 34% di essi lo farebbe concretamente a fronte di maggiori informazioni sul livello di risparmi di cui avrebbero bisogno per potersi permettere lo stile di vita auspicato dopo il pensionamento», continua la ricerca.Dallo studio emerge infine che all’opposto, esistono anche alcuni fattori che influenzano negativamente la propensione degli investitori ad accantonare per la pensione. Ad esempio, il 17% degli italiani (identica la media globale), pur volendo risparmiare, ritiene che i bisogni del momento siano più rilevanti. Tra gli altri bias comportamentali selezionati dai rispondenti, sempre il 17% degli investitori italiani (15% il dato globale) ammette di concedersi delle spese nel presente invece di risparmiare per la pensione, mentre il 15% degli investitori italiani si dice fiducioso che i contributi versati dal datore di lavoro saranno sufficienti per la pensione (16% la media globale).
«I dati suggeriscono che gli investitori a livello globale non hanno aspettative realistiche riguardo allo stile di vita che vorrebbero dopo il pensionamento. Le persone vivono sempre più a lungo e si meriterebbero di godersi la pensione al termine della carriera grazie a risparmi sufficienti. Tuttavia, lo studio indica che per molti investitori le cose non stanno così. È necessario che le persone inizino a risparmiare in modo sostanziale e il prima possibile mentre lavorano e, prima del pensionamento, valutino con attenzione quale sia il livello di reddito per loro sostenibile durante la pensione», spiega Sangita Chawla, head of retirement savings di Schroders.
Certo bisogna anche ricordare che l’ammontare monstre di ricchezza privata che fa dell’Italia un Paese particolarmente appetibile per blasonate private bank e asset manager internazionali, che qui hanno importanti presenze, è soprattutto nelle mani di chi in pensione c’è già e con assegni molto più generosi di quelli che aspetteranno le future generazioni. Alla riflessione del presidente di Intesa Sanpaolo , Gian Maria Gros-Pietro, che ha sottolineato: «Con 9.743 miliardi di euro di ricchezza cumulata, gli italiani si confermano un popolo che l’arte del risparmio ce l‘ha nel Dna», dovrebbe seguire un approfondimento su come questo ammontare di risparmio sia ripartito. In questo viene per esempio in aiuto con la sua fotografia annuale di chi sono i possessori di quote di fondi comuni. Nel capitolo dedicato alle caratteristiche anagrafiche dei sottoscrittori si legge: «L’età media a fine 2018 è di 60 anni. La quota dei sottoscrittori di età compresa tra i 26 e i 35 anni è scesa dal 15% al 6%, quella degli investitori più anziani (oltre i 75 anni) è invece cresciuta passando dal 9% al 19%». Indicazioni simili arrivano dalle indagini sul mercato del private banking. E da qui viene spontaneo chiedersi se non sarà necessaria una solidarietà generazionale familiare per provvedere alle future pensioni integrative di figli 40-50 enni o nipoti ventenni. Quella stessa solidarietà generazionale o di genere che la politica non è riuscita in realtà ad introdurre nonostante le numerose riforme approvate negli anni dal Parlamento. Esiste infatti anche una questione di genere in Italia, come negli altri Paesi europei (vedere approfondimento sulla Germania in queste pagine) perché sono proprio le donne che, spesso, devono fare i conti con le conseguenze dei buchi previdenziali o dei contratti part-time.
Sullo sfondo il fatto che nell’undicesimo Report Melbourne Mercer Global Pension Index, che mette a confronto i sistemi previdenziali di 37 Paesi, evidenziando punti di forza e aree di attenzione, l’Italia si trova al 27° posto e si dimostra ancora debole in materia di sostenibilità, mentre risultano superiori alla media i valori di integrità e adeguatezza. Marco Valerio Morelli, amministratore delegato Mercer Italia commenta: «Con un’aspettativa di vita sempre più lunga e un tasso di crescita economica globale in potenziale contrazione, avere a disposizione una componente di lavoratori esperta e preparata è sicuramente un vantaggio competitivo che le aziende dovranno cominciare a considerare». Morelli aggiunge: «Essere age ready sarà la nuova sfida per gli individui e presupporrà un cambiamento di paradigma. Rispetto ad un modello che vede i tempi dello studio, del lavoro e della pensione come nettamente distaccati, sarà necessario considerare momenti di ibridazione e transizione, che garantiranno la sostenibilità del sistema pensionistico a livello individuale e collettivo».
Intanto proprio per capire quanto accumulare Progetica ha elaborato una simulazione sulla pensione attesa e su quanto versare in previdenza integrativa per avere il 90% del reddito da lavoro originario. L’analisi è stata condotta per uomini e donne, ipotizzando profili di dipendenti e autonomi, che iniziano a lavorare a 25 anni diversificati per età e reddito (30-40-50-60 e 1.000, 1.400, 1.800 e 2.200 euro), ed è stata ipotizzata la scelta di una linea di investimento a rischio basso e a rischio medio-alto per il versamento nel fondo pensione. «Le elaborazioni confermano due capisaldi: il tempo è il miglior alleato, gratuito, che abbiamo a disposizione e il rischio offerto dai mercati aiuta soprattutto chi è più giovane e più ha bisogno di integrare», afferma Andrea Carbone di Progetica. Dall’elaborazione emerge anche chiaro il tema di quanto sia importante anche scegliere le giuste classi di attivo in cui investire. E questo è ancora più vero nel momento in cui cresce la consapevolezza che in futuro i ritorni attesi dagli investimenti saranno più contenuti. Dall’edizione 2020 delle Long-Term Capital Market Assumptions di JP Morgan Am è emersa la previsione di una crescita globale modesta nei prossimi 10-15 anni e la conseguente necessità degli investitori di riconsiderare i porti sicuri all’interno dei propri portafogli, visto che l’asset class obbligazionaria non può più offrire lo stesso livello di protezione e di rendimenti positivi rispetto al passato.
Non è un caso che proprio il consiglio direttivo di Assogestioni ha approvato il titolo del Salone del Risparmio 2020, in programma a Milano dal 31 marzo al 2 aprile 2020: «Visioni per un mondo a tassi zero. Dalla liquidità all’economia reale». Da Assogestioni sottolineano: «Il tema scelto risponde concretamente alle sfide dettate dall’attuale contesto degli investimenti, caratterizzato da incertezza politica, appiattimento dei tassi di interesse, volatilità in aumento e livelli sempre maggiori di liquidità delle famiglie italiane (circa 1.500 miliardi di euro) parcheggiati nei conti correnti e in altri strumenti di deposito. Il tutto mentre il rallentamento del canale bancario come fonte di stimoli all’economia rende necessaria la ricerca di nuove strade per condurre il risparmio su un binario diretto verso l’economia reale e un impatto positivo sulla società». Aggiungono da Assogestioni: «Al centro dell’undicesima edizione dell’evento l’analisi di questa epoca che ha innescato un’evoluzione del ruolo sistemico dell’industria della gestione del risparmio. Il settore è pronto a fare la sua parte per una evoluzione della pianificazione finanziaria che convogli la ricchezza delle famiglie al tessuto produttivo del Paese». (riproduzione riservata)



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