Ma per le imprese il Tfr è un buon affare?

di Sergio Corbello – presidente Assoprevidenza

Com’è noto, le adesioni alla previdenza complementare nel nostro Paese non presentano numeri esaltanti. In particolare, la crescita degli ultimi anni della partecipazione a forme collettive è in larga misura dovuta alle cosiddette adesioni contrattuali, cioè quelle stabilite dalle fonti negoziali, per l’intero bacino di utenza, con il solo contributo datoriale. L’idea di base è che esse, mercé l’opera di sensibilizzazione realizzata dalle forme nei riguardi degli aderenti automatici, nel tempo possano trasformarsi in iscrizioni ordinarie, con apporto contributivo anche del lavoratore e conferimento del Tfr, là ove previsto. La realtà è che risulta molto arduo persuadere gli aderenti contrattuali della necessità di costruire una vera posizione previdenziale, cosicché le conversioni sono poco frequenti. Parimenti, in via generale, le pur lodevoli campagne di sensibilizzazione per l’adesione dei singoli lavoratori producono effetti modesti. Assoprevidenza da sempre sostiene la necessità di un’adesione cogente alla previdenza complementare, stabilita non già per legge, bensì dai contratti collettivi, con versamento al fondo pensione di riferimento del contributo del datore, del lavoratore e del Tfr. Ciò, salva la possibilità di rinuncia all’iscrizione da parte di ogni singolo interessato, nel rispetto del principio di volontarietà. Tuttavia si è sempre stati consapevoli che il vero ostacolo alla sua adozione risiede nel Tfr presso le piccole imprese. La questione Tfr merita un rapido approfondimento: dal 1° gennaio 2007, le aziende con più di 50 dipendenti debbono conferire il Tfr mese per mese maturato a un Fondo di tesoreria, istituito presso l’Inps.
Il Fondo, che si stima riceva circa 5 miliardi di flussi l’anno, secondo l’impostazione di Tommaso Padoa-Schioppa, che lo ideò, era vincolato a finanziare investimenti infrastrutturali nel Paese. Non se ne fece mai nulla, il vincolo a favore delle infrastrutture fu cassato e il Fondo (fatto di denaro dei lavoratori che non abbiano destinato il loro Tfr a previdenza complementare) ingloriosamente e con grande miopia è utilizzato per tamponare il debito pubblico. Le aziende con meno di 50 dipendenti, invece, sono sottratte agli obblighi verso il Fondo di tesoreria e trattengono ancora il Tfr nei propri conti: esso resta un’obbligazione diretta verso i dipendenti, ma è stato, sinora, anche un utile autofinanziamento, a basso costo. Questo è il punto: le piccole imprese, nei fatti, sono ostili alla previdenza complementare, vuoi per il maggior costo rappresentato dalla (pur percentualmente modesta) contribuzione a proprio carico, vuoi, soprattutto, dalla conseguente sottrazione del Tfr maturando. Da questo, al di là delle belle parole, scaturisce la sostanziale indisponibilità delle parti datoriali a istituire forme di previdenza complementare obbligatorie ex contractu. Mi sembra ora che la questione possa essere riconsiderata nell’ottica dell’effettiva convenienza: con l’andamento attuale e prospettico dei tassi, il Tfr non appare più un autofinanziamento particolarmente a buon mercato: esso, infatti, ex lege, va remunerato al 75% dell’inflazione con la maggiorazione di 1,5 punti. Per l’impresa non è più un grande affare e, reputo, non lo sarà per parecchio tempo. Resta da vedere se sia ancora conveniente per i lavoratori conferire il Tfr maturando nei fondi pensione: la risposta è sì, a condizione di non essere troppo prossimi al pensionamento e di avere cura di evitare, presso la forma complementare di riferimento, comparti garantiti o, comunque, eccessivamente prudenti. Si è aperta una finestra, ragionevolmente della durata di almeno un biennio, per rafforzare sensibilmente tutti i fondi, vecchi o nuovi che siano, di origine negoziale. Prendendo a prestito le parole di Primo Levi, la domanda non può che essere: se non ora, quando? (riproduzione riservata)

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