L’addio di Unicredit Del Vecchio e le carte di Nagel

Un fatto epocale. L’uscita dal capitale di Mediobanca da parte di Unicredit, che mercoledì scorso ha venduto sul mercato l’8,4 per cento del capitale dell’istituto di Piazzetta Cuccia, che nel 1946 aveva contribuito a fondare assieme alla banca Commerciale italiana, è un segno di discontinuità nella storia del capitalismo italiano.
È stato reciso anche l’ultimo labile collegamento con il passato e l’epoca in cui le tre Bin (Comit, Credit e Banco di Roma) controllavano Mediobanca. Oggi Piazzetta Cuccia al 90 per cento è in mano al mercato, soprattutto fondi di investimento e il 10 per cento in portafoglio alla Delfin di Leonardo Del Vecchio, il fondatore di Luxottica che pare intenzionato a ridisegnare la finanza italiana. Se la separazione tra Unicredit e Mediobanca era una fine ampiamente annunciata visto il potenziale conflitto di interessi, «eravamo concorrenti» ha detto Jean Pierre Mustier, amministratore delegato della società venditrice che dall’operazione ha ricavato quasi 800 milioni di euro cash, il contemporaneo lievitare della quota in carico a Del Vecchio apre a scenari tutti da disegnare.
Regole
Del Vecchio, 84 anni, è uno dei grandi protagonisti del capitalismo italiano, con Caltagirone e la famiglia Benetton è socio delle Assicurazioni Generali e tutti e tre mettono assieme una quota pari al 13,86 per cento del Leone di Trieste. Una quota importante. Nelle Generali, il primo azionista è oggi Mediobanca (13,03 per cento), e il fatto che Del Vecchio sia presente in entrambe le società autorizza il disegno di ipotesi ardite, che potrebbero portare a una sostanziale ridistribuzione dei pesi nelle grandi società italiane. Perché, tanto per dirne una, la quota in Mediobanca amplifica il peso di Del Vecchio in Generali ben oltre il 4,86 per cento in portafoglio.
Al momento però, va tutto filtrato con le regole della finanza. Se appare fuori discussione la volontà di Del Vecchio di accelerare un percorso di cambiamento che potrebbe anche toccare i vertici delle due società, al fine di ottenere una maggiore attenzione alle opportunità di mercato, vanno anche sottolineati alcuni altri fatti. Negli anni recenti non si ricordano iniziative di Mediobanca volte a modificare il percorso del Leone, con l’esclusione del piano della subholding proposto dall’Unicredit di Mustier, ma bocciato in Mediobanca dopo una prima analisi di fattibilità. E non ci sono motivi per ritenere probabile un cambiamento delle strategie del passato.
Domani mattina il consiglio di amministrazione di Mediobanca approverà ufficialmente il nuovo piano industriale che guiderà l’istituto fino al 2023 nel segno della continuità con il passato, che ha visto l’ultimo esercizio chiudersi con un utile netto di 823 milioni di euro. Una strategia che, negli ultimi due mesi, ha registrato un’ampia condivisione da parte perlomeno del 90 per cento degli azionisti. Cambierà qualcosa nel futuro? Probabile. Ma l’ipotizzata scalata al 20 per cento del capitale da parte di Del Vecchio deve essere autorizzata dalla Bce, che dovrebbe nel caso valutare l’onorabilità, indiscutibile, dell’imprenditore e i suoi progetti. Qui le cose potrebbero complicarsi, essendo Delfin, il braccio operativo di Del Vecchio, una holding lussemburghese priva di licenza bancaria, la cui attività è riassunta in poche pagine di bilancio.
Sono processi autorizzativi comunque lunghi. Unipol ha atteso sette mesi il via libera della Bce per salire al 20 per cento in Bper. Per cui la via più rapida per far cambiare strategia a Mediobanca, verso una maggiore attenzione al corporate and investment banking, può passare al momento solo attraverso nuovi alleati. Che però all’orizzonte non si distinguono, anche perché la vicenda dello Ieo, l’Istituto europeo di oncologia di cui Del Vecchio è diventato recentemente primo azionista, ha lasciato qualche strascico nella comunità finanziaria milanese.
Anche in Generali risulta oggi complicato pensare a una crescita per linee esterne, come spiega, con i fatti, la concorrente Axa, che da due anni ha un piano di buy back azionario non trovando sul mercato modo migliore per remunerare il capitale.
«Rigetti»
Sul lato Unicredit, l’operazione va invece a inserirsi in un ampio contesto di disimpegno dalle partecipazioni non strategiche. Le più importanti di queste erano basate sul territorio italiano. In primavera Unicredit ha ceduto Fineco, ricavandone 2,1 miliardi cash, ora ha portato a casa 785 milioni dalla quota in Mediobanca, con una minima plusvalenza, mentre all’inizio del suo mandato, Mustier cedette Pioneer, ovvero il polo del risparmio gestito. Per completare la vendita delle grandi partecipate manca soltanto la turca Yapi Kredi. Nonostante nulla trapeli, su Yapi si concentrerà l’attenzione nei prossimi mesi.
Fra pochi giorni invece, il 3 dicembre, Mustier presenterà il nuovo piano industriale di gruppo, che è profondamente diverso da com’era fino alla metà del 2016. Guardando indietro si può individuare nel settembre 2018 il momento di non ritorno. Allora, all’uscita di Vincent Bolloré da Mediobanca, Mustier replicò battendosi per un patto più forte, che legasse i soci, non limitandosi all’obbligo di una mera consultazione. Un’ipotesi che venne «rigettata». Da quel momento Mustier ha considerato Mediobanca come una mera partecipazione finanziaria. Ora, arrivati alla«alienazione del cespite», le strade si separano. Resta il principio delle «tre i», secondo cui Generali dovrà continuare a essere italiana, internazionale e indipendente. Ma il testimone è a Del Vecchio.

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