Investimenti, ancora troppo fai-da-te

Fatica a crescere la fiducia nei consulenti, come emerge dall’ultimo rapporto Consob. Le attività in strumenti finanziari scendono del 3,1%, la liquidità è ai massimi e meno famiglie riescono a risparmiare
di Andrea Pira

È una contraddizione in termini. Nonostante l’avversione alle perdite, i risparmiatori italiani (ma il discorso può essere esteso a tutta l’Europa) continuano a investire in attività che perdono. «Sono vittime di un’illusione monetaria e neanche si accorgono di perdere soldi, per via dell’inflazione. Pertanto le somme depositate sui conti correnti si stanno svalutando e lo stesso fanno le polizze vita garantite. Per contro «i risparmiatori si rivolgono meno a bond, azioni quotate o anche fondi comuni molto semplici o strumenti quali gli Etf, che a lungo termine possono garantire rendimenti più alti, ma nel breve sono rischiosi», spiega Guillaume Prache, managing director di Better Finance. Anche questi dati a suo parere sono sintomo di una cultura finanziaria che continua a scarseggiare.
Basti pensare che il 30% degli italiani, o almeno del campione preso in considerazione dall’ultima indagine Consob, non sa cosa sia un conto corrente e tanto meno azioni, obbligazioni o, per tener conto anche di uno strumento alternativo di cui si parla molto di questi tempi, bitcoin. E un 21% non ha familiarità con concetti quali inflazione, diversificazione, rapporto rischio-rendimento.
Liquidità e conti correnti continuano a essere le scelte predilette, come emerge dal quinto rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie, presentato venerdì 8 novembre dall’autorità di vigilanza sui mercati e sulla borsa. Seguono i prodotti assicurativi e previdenziali. Alla fine del 2018, circa un terzo dello famiglie italiane dichiarava invece di possedere almeno un’attività finanziaria, rappresentata da fondi comuni e titoli di Stato, nel 26% e nel 18% dei casi. «Il tradizionale divario nella composizione delle attività finanziarie delle famiglie in Italia e nell’eurozona continua ad assottigliarsi», ha ribadito Commissario Consob Carmine Di Noia, per il quale comunque l’aumento del peso della liquidità nei portafogli al diminuire dei rendimenti degli investimenti potrebbe suggerire che sotto sotto il risparmiatore italiano non sia sprovveduto come invece sembrerebbe essere.
La cornice all’interno della quale si è mossa l’indagine è quella di una ricchezza finanziaria in calo. Viene però controbilanciata da un tasso di risparmio che lo scorso anno, per la prima volta dal 2014, è cresciuto, sebbene di poco arrivando al 10%, ma ancora dietro al dato dell’area della moneta unica, Soprattutto però si è eroso il numero di quanti riescono a risparmiare con regolarità (la percentuale cala al 31%). Le famiglie italiane, si legge ancora nello studio, investono sempre meno in strumenti finanziari (c’è stata una flessione del 3,1%). Preferiscono al contrario rivolgere lo sguardo ad attività reali, come l’acquisto di immobili, in aumento del 2,7%.

Andando più a fondo nell’analisi si scopre anche la propensione degli italiani al fai-da-te, quando si tratta di scelte di investimento. Appena il 20% infatti decide di affidarsi a un consulente finanziario o a un gestore. Chi lo fa è anche propenso a instaurare un rapporto duraturo e soprattutto tende a seguire le indicazioni ricevute anche perché la scelta del professionista è guidata soprattutto dall’accertamento delle sue compentenze.
Meno del 20% quindi consulta altre fonti e meno del 5% chiedere sempre una seconda opinione. Gli altri si dividono in modo equo tra chi decide in piena autonomia e chi si affida i consigli informali di parenti e amici, soprattutto se nel settore della finanza. La sfiducia è considerata il disincetivo principale a rivolgersi alla consulenza e poca fiducia viene accordata agli operatori finanziari siano essi banche, consulenti o chi è pagato per far fruttare il risparmio, anche se ci sono differenze di giudizio, ad esempio rispetto al proprio istituto di credito cui è dato maggiore credito che alle banche in senso lato. Ha pesato la crisi finanziaria e le vicende che hanno investito il mondo bancario negli ultimi anni.

«Le condizioni strutturali dei mercati sono cambiate», ha spiegato ancora Di Noia «occorrono competenza e comportamenti sostenibili che prima non erano sentiti come necessari». Necessaria quindi una maggiore pianificazione finanziaria e sensibilizzare i risparmiatori per poter poi migliorare le attitudini e i comportamenti. La cultura finanziaria continua a essere contenuta e a volte sovrastimata dagli stessi investitori.

Molto dipende dalla famiglia. Volendo tracciare l’identikit dell’investitore consapevole, o per lo meno dotato di conoscenze e propenso a comportamenti virtuosi, lo si può descrivere come abbiente, residente al Nord, con un alto livello di istruzione. Di solito è anche il più propenso a rivolgersi alla consulenza e sul piano psicologico riflette ottimismo, auto-controllo e una maggiore tolleranza al rischio e alle perdite, almeno a quelle recuperabili in tempi brevi. Per almeno un quarto delle famiglie invece le risorse sono assorbite dalle spese correnti. (riproduzione riservata)

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