Un polo della previdenza per il settore della comunicazione

Un polo della previdenza per il settore della comunicazione, che riconduce all’Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti, anche imprenditori e dipendenti del settore della comunicazione (come agenzie e uffici stampa), attualmente iscritti invece all’Inps. È quanto prevede un emendamento alla legge di Bilancio, all’esame della commissione omonima della camera dei deputati, al momento accantonata per la verifica delle coperture.

L’emendamento prevede che a decorrere dal primo gennaio 2019 i soggetti che svolgono l’attività di comunicatore professionale siano iscritti all’Inpgi. Il passaggio sarebbe automatico anche per i comunicatori che operano nelle amministrazioni pubbliche. Nel caso di attività di lavoro autonomo, la confluenza sarebbe all’Inpgi 2.
Come detto, la norma è in attesa di verifica delle coperture: l’incorporazione nell’Inpgi dei comunicatori, infatti, avrebbe un costo per lo stato (in termini di minori entrate per l’Istituto nazionale di previdenza) stimato in 130 milioni di euro.

Secondo alcune stime, i soli dipendenti delle agenzie di comunicazione sono circa 20 mila, contro gli attuali 15 mila giornalisti dipendenti iscritti all’Inpgi. Ma l’esborso sarebbe compensato dal fatto che così si eviterebbe la soluzione contraria, ovvero l’assorbimento dell’Inpgi da parte dell’Inps, il cui costo viene invece quantificato in 600/700 milioni di euro. A rappresentare l’incombente rischio di una confluenza nell’Inps sono i numeri dell’istituto guidato da Marina Macelloni. Come certificato dal bilancio di assestamento 2018 e dal preventivo 2009 (si veda ItaliaOggi del 9 novembre) per la fine del 2018 è atteso un ulteriore aggravio dei conti da 12,3 milioni circa. La proiezione è, quindi, di perdite che salgono fino ai 175,4 milioni di euro nella sua gestione principale. Nessun miglioramento è previsto, poi, per il 2019 quando il risultato economico dell’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani intitolato a Giovanni Amendola (1882-1926) è stimato in peggioramento a quota 181,5 milioni di euro. Già il 2017 è stato archiviato in rosso per oltre 100 milioni.
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