Pensioni per pochi, lavoro per pochissimi

di Roberto Sommella

Pubblichiamo qui di seguito un estratto de Gli Arrabbiati, la prima Guerra di Secessione europea, di Roberto Sommella (la Nuova Europa Edizioni), disponibile su tutti i bookstore digitali.
Il volume sarà presentato il prossimo 5 dicembre alle 17 alla Società Dante Alighieri di Roma, ospite il ministro Paolo Savona.

Avete mai fatto un giro dei circoli sul Tevere a Roma? In qualsiasi giorno e a qualsiasi ora sono pieni. Qualche colpo a tennis, un po’ di sole, la lettura dei giornali e poi di nuovo in campo dopo uno spaghetto. Il lavoro è un ricordo archiviato con serenità. Fuori, il traffico impazza, milioni di giovani si affannano su altrettanti motorini, biciclette, autobus per raggiungere scuole, università, lavori saltuari, precariato di vario genere. Nulla contro i circoli, per carità. È l’affresco del nostro paese, oggi: al caldo delle certezze pochi beneficiati; al gelo delle incertezze molti, moltissimi individui senza privilegi né tantomeno diritti. Molti arrabbiati. La Repubblica Italiana da anni ormai è fondata più sulla pensione che sul lavoro. Più sulla seconda casa che sul diritto alla prima. Più sul vassallaggio del presunto potente di turno che sulla partecipazione al bene comune. Sono risultati inutili tutti i meccanismi di incentivazione alle assunzioni in presenza di un sistema previdenziale che di fatto allunga sempre di più la vita lavorativa delle persone e un regime fiscale che deprime innovazione, ricambio generazionale e ricerca. Ora l’Istat stima che si dovrà lavorare fino a 70 anni.

Quando verrà il momento dei giovani? Mai. A meno che non si prenda il toro per le corna. Senza girarci intorno con scalini, scaloni e varie astruserie come il prestito per pagarsi una pensione anticipata. Basterebbero tre riforme che nessun governo di nessun colore, finora ha avuto mai la forza e il coraggio di prendere. Si deve cominciare con l’applicazione del sistema contributivo per tutti, invece di quello retributivo e di quello misto, che costringe lo Stato ogni anno a tassare i lavoratori per pagare le pensioni (anche alte) di coloro che ricevono l’assegno sulla base degli stipendi incassati, piuttosto che dei contributi versati (cosa che si chiede a tutti dal 1995 in poi e soprattutto ai giovani). A questa scelta andrebbe evidentemente abbinata la seconda mossa, la riduzione dell’età pensionabile a 65 anni, tassativi per tutti, in primo luogo per giudici e professori universitari. L’abbassamento, già bocciato da molti organismi internazionali, non sarebbe però da interpretare come un ritorno del partito della spesa, l’esatto contrario. Perché a questa nuova asticella va accoppiato, ed è la terza mossa, il divieto, sancito per legge, di lavorare, anche a titolo gratuito, nel pubblico come nel privato, dopo aver ricevuto l’assegno di quiescenza. Queste misure avranno un doppio effetto. Incoraggiare le imprese a puntare sulle nuove leve e far rientrare i cervelli in fuga, che hanno una sola paura: quella di fare i precari e i portaborse a vita di una persona che non andrà mai in pensione. (riproduzione riservata)

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