Dalle attese agli investimenti: la sanità non è uguale per tutti

La fotografia scattata dall’Osservatorio Cittadinanzattiva-Tribunale diritti del malato

Pagine a cura di Sabrina Iadarola

Due Regioni, Campania e Calabria, ancora inadempienti nell’assicurare i livelli essenziali di assistenza. Ottantacinque punti di differenza tra il Veneto che è al primo posto in Italia e la Campania in coda. A confermare le disuguaglianze non solo Nord-Sud, ma da regione a regione, è anche la spesa sanitaria pro capite. Nel rapporto presentato dall’Osservatorio civico sul federalismo in sanità, promosso da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato e recentemente diffuso, a proposito di spesa sanitaria pubblica pro capite, si passa da un minimo di 1.770 euro della Campania, ad un massimo di 2.430 euro della Pa di Bolzano e 2.120 dell’Emilia-Romagna. Profonde anche le differenze sulla spesa sanitaria annuale delle famiglie: dai 159 euro in media della Lombardia, ai 64 euro della Campania.

Stesse differenze per la quota di ticket pro capite sostenuta dai cittadini: nel 2017 si passa dai 95 euro in Valle d’Aosta ai 32,8 della Sardegna.
Se gli introiti per lo Stato derivanti dai ticket sono in costante riduzione, il «merito» sembra essere imputabile ai superticket (ovvero i 10 euro aggiuntivi su ricetta). Da oltre 1,548 miliardi di euro del 2012 siamo passati a poco più di 1,336 miliardi del 2017, cioè 212 milioni di euro in meno l’anno.
Sette regioni, ossia Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Basilicata, si sono avvalse della possibilità di ricorrere a misure alternative ai 10 euro oppure, come nel caso di Emilia-Romagna, Lombardia e Abruzzo, a ridurre il peso del Superticket. Iniziative regionali che, se da una parte rappresentano una buona notizia per quelle regioni, dall’altra riaccendono i riflettori sulle profonde disuguaglianze che caratterizzano il Ssn e che «rischiano», si sottolinea nel rapporto di Cittadinanzattiva, «di aumentare in assenza di un provvedimento nazionale di abrogazione di questa vera e propria tassa sulla salute. Bisogna agire su questo, rapidamente e secondo criteri razionali e concretamente attenti alle vulnerabilità sociali, economiche e sanitarie e fondamentale per scongiurare un regionalismo differenziato nei diritti dei pazienti e nella loro effettiva esigibilità».

Sul fronte investimenti, per ammodernare le strutture e i macchinari del Ssn, a fronte di regioni come Veneto, Emilia-Romagna, Toscana che hanno sottoscritto il 100% delle risorse destinate, ve ne sono altre che hanno investito molto meno come Campania (31,1%), Molise (21,5%), Abruzzo (36,5%), Calabria (57,5%). Le risorse residue per Accordi di programma non ancora spesi sono pari a 4,102 miliardi di euro. Le disparità riguardano anche liste d’attesa, prevenzione vaccinale, screening oncologici, assistenza sanitaria territoriale e accesso ai farmaci. Con il risultato che il federalismo sanitario, inaugurato in Italia con la riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001, si sta sviluppando nella direzione di un’autonomia sì, ma differenziata, con conseguente quadro frastagliato della sanità e innumerevoli incertezze nella possibilità di tutelare in maniera equa e universale la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Gli effetti negativi sui diritti dei cittadini, generati talvolta dall’esercizio non corretto o mancato esercizio delle responsabilità tanto di livello nazionale, quanto di quello regionale, sono evidenti: ma i cittadini che colpa ne hanno? Perché allora non lavorare nella direzione di definire standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi ai servizi sanitari territoriali che consentano ad un cittadino di Napoli di accedere alle cure come fa un cittadino di Bolzano? Perché, ad esempio, non rivedere l’attuale sistema di riparto del fondo destinato agli obiettivi di piano sanitario nazionale al fine di «strategizzarli» meglio e finalizzarli ad aumentare qualità, accessibilità e sicurezza su tutto il territorio nazionale?

Accesso alle cure e liste d’attesa. Oltre 6 milioni di cittadini dichiarano di aver rinunciato a una prestazione per motivi economici soprattutto nelle regioni insulari e per le fasce di reddito più basse. Ma il problema dell’accesso alle cure e delle liste d’attesa, non è solo al Sud. Ad attendere a lungo per curarsi sono più di 11 milioni i cittadini che addebitano proprio ai tempi d’attesa troppo lunghi la loro rinuncia o il ritardo nell’effettuazione di una prestazione. Soprattutto nelle regioni del Centro Italia o quando si tratta di anziani sopra i 65 anni.
Si pensi che in ambito oncologico, dove l’urgenza e la tempestività sono fondamentali, per un intervento per tumore al polmone si attendono circa 13 giorni in Basilicata e Valle d’Aosta, oltre 43 in Veneto e addirittura 61 giorni in Calabria. Per un intervento di tumore alla mammella, se a Bolzano si attendono 16 giorni, in Valle d’Aosta ben 52; per il tumore all’utero 11 giorni sempre a Bolzano, ma nel Lazio 34. Per le protesi d’anca la variabilità è ancora più marcata: si passa dai 28 giorni della Calabria ai 107 del Veneto. Per l’accesso alle chemioterapie si registrano tempi piuttosto contenuti in tutte le regioni ma con punte significative di attese nel caso dell’Umbria dove si attendono anche 20 giorni (a Trento l’attesa è di 4,5 giorni).
Se parliamo di tempi d’accesso alle cure tra pubblico e intramoenia, in Campania per una visita oculistica nel pubblico si attendono oltre i 100 giorni, quando nel canale intramurario la stessa prestazione è erogata entro 5 giorni; per una colonscopia nel Lazio si attendono 175 giorni, in intramoenia soltanto 6 giorni; e ancora in Lombardia occorrono 98 giorni per un ecodoppler venoso nel pubblico, mentre sono 4 giorni in intramoenia; in Veneto per un ecocardiografia l’attesa nel pubblico è di 95 giorni, in intramoenia ci vuole appena una settimana.

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