Vecchie polizze a nuova Vita

di Anna Messia
«Adesso sarà premiato chi si dimostrerà più abile nella gestione. Così le polizze tradizionali potranno tornare a dominare la scena della raccolta assicurativa Vita italiana, a tutto beneficio dei clienti». A commentare in maniera decisamente positiva la riforma delle polizze tradizionali presentata da Ivass lo scorso 15 novembre è Raffaele Agrusti, top manager del settore assicurativo. Dallo scorso maggio Agrusti è al timone di Itas Mutua, e prima ancora è stato direttore finanziario della Rai. Ma quando in Italia si era iniziato a parlare di una possibile riforma di questi prodotti che garantiscono al cliente di riavere indietro come minimo il capitale investito, racconta a MF-MilanoFinanza, lui era nella squadra di Generali Assicurazioni , fino ad essere nominato, nel 2012, country manager per l’Italia che aggiunse alla carica di direttore generale del gruppo. «All’ora portammo all’authority l’esempio degli omologhi prodotti francesi, le ppe, o di quelli tedeschi», continua Agrusti. In Germania, con le polizze di tipo Rfb, le assicurazioni sono libere, in maniera discrezionale, di riconoscere ai clienti rendimenti che dipendono dagli utili netti raggiunti dal gruppo. Possono decidere di pagarli interamente agli assicurati o, in alternativa, di accantonarli in un fondo a riserva, da utilizzare per staccare rendimenti degli anni a venire. «Discrezionalità che ci era parsa eccessiva per l’Italia, al punto che proponemmo all’autorità dell’epoca, l’Isvap (poi divenuta Ivass e passata sotto il coordinamento di Banca d’Italia, ndr), di introdurre dei parametri oggettivi per vincolare le imprese a riconoscere i rendimenti ai clienti», continua. Ma evidentemente l’Isvap preferì evitare ogni tipo di manovra e ci sono voluti anni prima che una riforma delle polizze Vita tradizionali riuscisse ad essere avviata. Anni in cui, a causa anche delle nuove regole di solvibilità europee Solvency II, le polizza tradizionali, che hanno vincoli di capitale più stringenti, proprio perché vincolano le imprese a ridare indietro il capitale investito, hanno però perso terreno rispetto a prodotti a più alto contenuto finanziario, le unit linked. Polizze, queste ultime, che trasferiscono invece il rischio di perdita al cliente e che, proprio per questo motivo, hanno requisiti di capitale più leggeri.

Il calo della raccolta. Un trend confermato anche dai dati di raccolta del primo semestre di quest’anno, in cui le polizze vita garantite sono scese dell’8%, mentre quelle non garantite sono cresciute invece del 22%. Gli assicuratori, insomma, stanno sempre più o cambiando pelle riducendo l’offerta di polizze con garanzia del capitale e deviando verso prodotti a più alto contenuto finanziario che, a ben vedere, poco si distinguono dai fondi comuni o dalle sicav. Ed è un vero peccato, ha dichiarato il presidente di Ivass e direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, durante la presentazione della riforma, perché le polizze tradizionali, legate alle gestioni separate, in questi hanno dato buone soddisfazioni ai clienti, tenendo bassa la volatilità e investendo in un’ottica di lungo termine, offrendo certezze. Si tratta insomma, di prodotti che vanno salvaguardati e l’intervento di riforma dell’Ivass punta proprio a far ripartire la raccolta delle polizze tradizionali. Novità che ovviamente sono state ben accolte dall’Ania, l’associazione delle imprese di assicurazione guidata da Maria Bianca Farina, che quelle riforme le aveva chieste da tempo. Ora non resta che verificare se questi interventi saranno sufficienti per riposizionare l’offerta delle compagnie, che in questi mesi hanno continuato a spingere su unit o al massimo polizze miste in cui convivono entrambi i prodotti.

Le novità. Due sono in particolare gli interventi nei quali si sostanzia la manovra varata da Rossi. Il principale è quello che avvicina l’Italia alla Germania e riguarda le modalità di calcolo del rendimento della gestione separata. L’attuale assetto normativo obbliga le imprese a retrocedere agli assicurati tutti gli utili (e ovviamente anche le eventuali perdite) realizzate sulla gestione separata nell’anno di competenza. In pratica, se si vende oggi un titolo realizzando una plusvalenza, il rendimento deve essere distribuito subito. Proprio questo meccanismo ha spinto le imprese ad accumulare plusvalenze latenti negli anni, per evitare di depauperare i rendimenti degli anni futuri, irrigidendo le gestioni. E di fieno in cascina ce ne sarebbe ancora molto visto che le plusvalenze nelle gestioni separate valgono circa 30 miliardi. Il nuovo meccanismo Ivass consentirà invece di accantonare le plusvalenze nette realizzate facendole confluire in un fondo utili e dovranno essere liquidate entro un massimo di otto anni. Una sorta di fondo spalma plusvalenze che varrà però solo per i nuovi prodotti e che introduce una maggiore flessibilità nella gestione di queste polizze. Visto che sia i contratti vecchi sia quelli nuovi insisteranno presumibilmente sulle stesse gestioni separate (salvo la creazione di nuove gestioni), le imprese dovranno avere una sorta di doppia contabilità. «Questo intervento è ancora più ampio di quello che prospettammo noi all’epoca e finalmente consentirà alle compagnie di poter realizzare una gestione efficace di questi prodotti», dice Agrusti, portando ad esempio l’attuale situazione di mercati. «Oggi nelle gestioni separate che investono prevalentemente in Btp ci sono miliardi di plusvalenze che sono di fatto bloccate per evitare di dover distribuire subito tutti i rendimenti», continua, «ma una gestione efficiente, che sarà consentita con le nuove norme, vista la prospettiva di ripresa dei tassi, suggerirebbe invece di vendere quei titoli e di tenersi liquidi per comprarne con tassi più alti, come fa un gestore di fondi». Non solo. Le nuove regole prevedono che per tutti i contratti, anche quelli preesistenti, potranno utilizzare nuove modalità di registrazione dei proventi netti ricavati dalle operazioni su strumenti derivati quotati. E Ivass, presentando la manovra, ha anche chiarito che oggi non c’è nessun obbligo di riconoscere all’assicurato il capitale investito. Come dire che le imprese potrebbero, per rendere più attraenti questi prodotti, potrebbero utilizzare anche un’altra leva e scendere sotto il 100% del capitale garantito, fermandosi per esempio al 90 o al 95%. In questo caso, in verità, restano aperti i dubbi se le polizze potrebbero perdere le caratteristiche che si associano alle polizze tradizionali, come il requisito di impignorabilità o l’esclusione dall’asse ereditario. «Quel che è certo è che ora le compagnie saranno costrette a domandarsi se vale la pena continuare a spingere sulle unit esponendo i clienti a rischi finanziari cui spesso, proprio perché si rivolgono alle assicurazioni, non sono abituati», conclude Agrusti. E c’è poi un ulteriore aspetto che potrebbe fare la differenza, che riguarda Solvency II. I regolatori europei hanno consentito alle assicurazioni tedesche di poter utilizzare, ai fini del margine di solvibilità, il 50% dell’ammontare delle riserve che vengono accumulate nelle loro polizze tradizionali. Nel caso italiano, per fare un esempio, se venissero liquidati oggi i 30 miliardi di plusvalenze presenti nelle gestioni separate, spunterebbero fuori 15 miliardi da utilizzare per rafforzare il patrimonio delle imprese. Solvency II invece che un ostacolo potrebbe fare quindi da volano al rilancio delle vecchie polizze. (riproduzione riservata)
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