di Roberta Castellarin
Sapere quando e con quale assegno si andrà in pensione resta un rebus per molti italiani. Dalla riforma Sacconi del 2009, infatti, l’età a cui si può lasciare il lavoro dipende dalla speranza di vita e, dopo la riforma Fornero, questa verrà aggiornata ogni due anni dal 2019 in poi. Nel frattempo l’aggiornamento è stato triennale, quindi nel 2013 (3 mesi), poi nel 2016 (4 mesi) e ora il prossimo appuntamento è proprio per il 2019 (sulla base di quanto è variata la speranza di vita tra il 2013 e il 2016).

Lo hanno ben chiaro quei lavoratori che dovrebbero andare in pensione dal 2019 e che ancora non sanno se dovranno aspettare cinque mesi in più prima di aver diritto al buen retiro. Dai dati Istat sul 2016 pubblicati questo autunno è emerso che a 65 anni l’aspettativa di vita arriva a 20,7 anni per il totale dei residenti; da qui la necessità di rinviare di qualche mese l’addio al lavoro per tenere in equilibrio i conti dell’Inps, istituto guidato da Tito Boeri. Infatti è proprio sulla base della speranza di vita a 65 anni che la legge fissa l’età in cui diventa possibile andare in pensione. Avuta la conferma dei numeri Istat, il governo deve fissare la nuova soglia che dal 2019 potrebbe appunto salire a 67 anni.

Gli incontri in corso in questi giorni tra governo e sindacati cercano di individuare la platea di lavoratori che potranno essere esentati dal rinvio. Per ora sono state individuate 15 categorie di lavori gravosi cui non si alzerà l’età pensionabile dal 2019. Non solo. Il governo ha anche proposto un ritocco al meccanismo di calcolo dell’aspettativa di vita, a cui agganciare l’età di pensione, a partire dal 2021. In particolare la proposta è che, a differenza di quanto avviene ora, si consideri un meccanismo che tenga conto anche degli eventuali cali della speranza di vita. Quindi a partire dal 2021 l’aspettativa di vita verrebbe calcolata considerando la media del biennio 2018-2019 confrontata con la media del biennio precedente; l’eventuale aumento sarebbe portato sul biennio 2021-2022. Nel caso invece di un dato negativo, questo sarebbe scalato nella verifica per il biennio successivo (2023-2024). Dunque, anche in caso di riduzione dell’aspettativa di vita, non ci sarebbe mai un calo dell’età pensionabile ma solo uno stop.
D’altronde quanto sta accadendo in questi giorni deve far ricordare che il nuovo sistema previdenziale italiano, nato dalle riforme che si sono susseguite, ha dato sicurezza allo stato in termini di conti pubblici, ma a scapito di una maggiore incertezza per i lavoratori sul quando andranno in pensione e soprattutto con che assegno. La speranza di vita, infatti, non incide soltanto sulla data del possibile pensionamento, ma anche sui coefficienti di trasformazione in rendita. Che diventano via via più penalizzanti all’allungarsi della speranza di vita. I coefficienti di trasformazione sono valori che concorrono al calcolo della pensione con metodo contributivo. Grazie a questi valori il montante contributivo versato dal lavoratore durante la sua vita lavorativa viene trasformato nella pensione annua. Anche questi coefficienti, finora aggiornati ogni tre anni, dal 2019 avranno una revisione biennale in parallelo con quanto accade alla revisione dell’età. Come ricorda l’Inps, i coefficienti di trasformazione variano in base all’età anagrafica del lavoratore nel momento in cui consegue la prestazione previdenziale. Maggiore è l’età del lavoratore, più elevati risulteranno anche i coefficienti di trasformazione.

Il tutto contribuisce quindi a creare un dilemma nei lavoratori: lavorare più a lungo vuol dire avere un assegno più generoso e meno lontano dall’ultimo stipendio, mentre uscire prima (quando è possibile) comporta una pensione più bassa. È quindi importante fin d’ora pensare a come attrezzarsi in modo da avere più sicurezze almeno in termini di reddito futuro.

La società di consulenza indipendente Progetica ha elaborato per MF-Milano Finanza un’analisi su quanto bisogna versare alla previdenza complementare fin da oggi per avere al momento della pensione il 90% del reddito attuale.

Nella tabella pubblicata in queste pagine si indicano due possibili scenari, ossia uno in cui la speranza di vita cresce poco d’ora in poi e il pil resta stagnante. E un altro in cui invece sale molto la speranza di vita e il pil cresce dell’1% all’anno. La stima su quanto versare è stata tarata sul caso prudenziale, in modo da non correre il rischio di sottostimare il versamento necessario. Se poi la pensione pubblica sarà più alta chi è stato prudente avrà risorse in più sulle quali contare oppure in fase di monitoraggio potrà ridurre il versamento.

Ma ecco cosa succede caso per caso.

1) Per chi ha oggi 60 anni la meta è vicina: potrà andare in pensione a 67 anni e 2 mesi se la speranza di vita sale poco e a 67 anni 7 mesi se sale molto. Se si tratta di un lavoratore dipendente nel caso di uno stipendio mensile di 2.200 euro sempre nel caso prudenziale di crescita del pil a zero e speranza di vita che cresce poco potrà contare su un assegno di 1.898 euro. Per arrivare al 90% del reddito attuale dovrà quindi versare fin da oggi 296 euro in una gestione con un basso profilo di rischio o 268 euro in una più aggressiva. Per un autonomo sempre di 60 anni il gap è più ampio e l’assegno si ferma a 1.637 euro per cui arrivare al 90% vuol dire versare oggi oltre 1.000 euro al mese.

2) Per chi oggi ha 50 anni l’età varia tra scenario più prudenziale e scenario più favorevole da 67 anni e 9 mesi e 68 anni e 11 mesi. Per chi è dipendente e ha un reddito mensile di 1.800 euro l’assegno dello scenario prudente sarà di 1.517 euro. Ma in questo caso il maggior tempo a disposizione rende meno onerosi i versamenti per arrivare alla meta con una cifra totale che copra il 90% del reddito attuale. Se si sceglie una linea a rischio basso bisognerà versare 126 euro al mese, mentre una linea più rischiosa potrebbe permettere di raggiungere l’obiettivo con un versamento di 99 euro al mese. Anche in questo caso per il lavoratore autonomo il sacrificio aumenta. L’assegno, infatti, in questo caso si attesta a 1.193 euro e quindi bisognerà versare fin da ora 407 euro in una linea a rischio medio-alto per arrivare al 90% del reddito al momento dell’addio al lavoro.

3) Per chi ha 40 anni e quindi ricade del tutto nel contributivo le variabili in gioco aumentano. In questo caso si può infatti optare per la pensione anticipata di tre anni, ma solo nel caso in cui la pensione sia maggiore di 2,8 volte l’assegno sociale. Quindi un lavoratore dipendente quarantenne che guadagna 1.400 euro al mese oggi potrà andare in pensione a 65 anni con una pensione pubblica di 1.000 euro nello scenario più prudente. Si tratta quindi di versare 129 euro al mese in una linea a rischio medio alto per arrivare al 90% del reddito attuale al momento della pensione. Se la speranza di vita cresce molto e non può optare per la pensione anticipata dovrà aspettare i 70 anni e 5 mesi, ma avrà un assegno più alto a 1.334 euro.

4) Per un trentenne dipendente che guadagna 1.000 euro al mese la pensione scatterà a 65 anni e 5 mesi se potrà optare per quella anticipata con un assegno di 735 euro in uno scenario prudente con la speranza di vita che cresce poco e il pil fermo. Mentre l’assegno arriva a 963 euro se deve rinviare il momento della pensione a 71 anni e 10 mesi perché non si può optare per l’uscita anticipata. Il trentenne dovrebbe versare da ora 46 euro al mese nella linea a rischio medio-alto se vuole avere una scorta che gli permetta di arrivare al 90% del reddito attuale.
Sottolinea Andrea Carbone della società di consulenza indipendente Progetica: «In sintesi, andare in pensione prima è positivo per chi desidera smettere di lavorare appena possibile; ma porta con sé pensioni più basse e la necessità di versare di più in previdenza integrativa, perché è minore il tempo che manca alla pensione». Aggiunge Carbone: «Al contrario, andare in pensione dopo significa rimandare il momento della fine dell’attività lavorativa, ma avere una pensione pubblica più ricca e una minor necessità di versamenti in previdenza integrativa a parità di obiettivo. Il tutto a patto, naturalmente, di poter contare sulla continuità lavorativa». Carbone ricorda che, come spesso accade, in previdenza tempo e denari hanno comportamenti inversi: prima si va, meno denari si hanno (o più bisogna versarne). Quale scenario usare per effettuare una pianificazione previdenziale? «Quello prudenziale, che considera la data di pensionamento più bassa e consente di non sottostimare il versamento necessario, naturalmente da monitorare nel tempo», risponde Carbone.

La questione tempo è importante anche per individuare la giusta asset allocation nel momento in cui si costruisce un portafoglio destinato a costruire un risparmio previdenziale. MF-Milano Finanza ha chiesto alla società Moneyfarm, una società internazionale indipendente di gestione del risparmio, di individuare quattro diversi portafogli tarati proprio in base all’età attuale e a quando potrà andare in pensione il risparmiatore. Sebastiano Picone, direttore commerciale per l’Italia di Moneyfarm ricorda che chi investe a fini previdenziale dovrebbe per prima cosa assicurarsi che il proprio investimento soddisfi le alcune caratteristiche. «Deve avere bassi costi, dato il loro enorme impatto nel lungo periodo e una diversificazione globale, valutaria e per asset class vista l’importanza di gestire il rischio di investimento, Inoltre è necessario l’utilizzo di strumenti efficienti e a basso costo, facilmente liquidabili», dice Picone. «E il supporto di una sana disciplina di risparmio, che permetta di accantonare costantemente, meglio se a cadenza mensile».

La chiave è generare rendimento tenendo sotto controllo il rischio. «La nostra esperienza di gestori ci insegna che molti risparmiatori sono alla ricerca di prodotti garantiti e che incorporano protezioni. Molto spesso i prodotti con queste caratteristiche, nella maggior parte dei casi estremamente complessi e costosi, hanno bassissime prospettive di rendimento specialmente nell’attuale contesto economico finanziario», aggiunge Picone. L’esperto di Moneyfarm ricorda anche che quando si pianifica in ottica previdenziale bisogna considerare non solo l’effetto inflazionistico, ma anche il rischio legato al possibile mutamento della legislazione nel medio termine. «Per queste ragioni, la consulenza non si può accontentare, come succede troppo spesso, di assecondare l’appetito al rischio dell’investitore, ma deve essere il supporto che aiuta a prendere le scelte giuste aiutando il risparmiatore a individuare il giusto equilibrio tra rischio e rendimento», ricorda Picone, «Quello che proviamo a far capire a chi si rivolge a noi è che spesso il tempo e il contenimento dei costi sono la miglior protezione che si può ottenere per il proprio risparmio».

A) Per chi ha oggi 30 anni e andrà in pensione a 65 anni e 5 mesi «l’ideale è costruire un portafoglio di investimento con un’esposizione importante all’azionario sia emergente sia sviluppato, che vada oltre il 60%. La componente azionaria si bilancia con un 20% di obbligazioni ad alto rendimento (high yield) e con un’esposizione alle materie prime pari a circa il 5%. Il ruolo delle materie prime, quando si hanno orizzonti temporali così lunghi, è dare un contributo in termini di copertura del rischio inflazionistico. Il restante 15% circa è da detenersi in bond governativi a breve e liquidità», spiega Picone che avverte, però, che bisogna avere un approccio dinamico, andando a correggere i pesi e le esposizioni valutarie nel corso del tempo. Il livello di rischio si può ridurre poi progressivamente, man mano ci si avvicina alla data obiettivo. In un orizzonte temporale così lungo il controllo dei costi è fondamentale perché può incidere molto sul capitale che si riesce ad accumulare.

B) Per chi oggi ha 40 anni il portafoglio resta esposto molto sull’azionario, ma viene ridotta l’esposizione sui Paesi emergenti, vista la volatilità di questa asset class. Da Moneyfarm ricordano che il peso totale dell’azionario per garantire una crescita congrua del capitale dovrà comunque essere superiore al 50% e il contributo dell’obbligazionario ad alto rendimento superiore al 15%, fatta salva la possibilità di ridurre gradualmente il peso di queste asset class. In questa soluzione, oltre a una copertura inflazionistica garantita dalle materie prime, è presente anche un’esposizione diretta all’inflazione con bond governativi indicizzati al livello dei prezzi in quota vicina al 10%. Per garantire flessibilità, la presenza di una quota intorno al 10% di bond governativi a breve e liquidità è fondamentale.

C) Per chi ha 50 anni l’asset allocation cambia: «Per un risparmiatore in piena maturità lavorativa, che quindi ha potenzialmente un elevato reddito e ha una capacità di risparmio e di contribuire con versamenti maggiori, è più adatta una soluzione di investimento che sia più solida ed equilibrata dove quindi l’equilibrio tra asset class ad elevato e basso rendimento/rischio sia più bilanciato», dice Picone. Con un peso dell’asset class azionaria vicina al 50% e un obbligazionario complessivo che abbia circa lo stesso peso. Nel caso dell’obbligazionario un contributo del 20% sui bond ad alto rendimento e 10% sui bond indicizzati all’inflazione. Il contributo dei bond governativi a breve e liquidità aumenta fino a circa il 20%. Nel portafoglio non sono più presenti le materie prime.

D) Per chi ha 60 anni, infine, la ricetta è più prudente. «Quando l’obiettivo pensionistico si avvicina, nella soluzione di investimento è il caso di rinunciare alle asset class più volatili come l’azionario dei Paesi emergenti e le materie prime. Anche il contributo dell’azionario dei Paesi sviluppati si riduce a circa il 30%, in modo da limitare la volatilità del portafoglio e comunque garantire una crescita del capitale nel corso del periodo di investimento», aggiunge Picone. Il restante 70% si investe in obbligazionario, con l’obiettivo di difendere il capitale dall’inflazione e dal deprezzamento. L’obbligazionario sarà suddiviso in 30% di bond governativi a breve e liquidità, circa il 10% in bond societari a elevato merito creditizio (investment grade), e un 18% in bond ad alto rendimento e bond governativi dei Paesi emergenti. La componente obbligazionaria si completa con un’esposizione ai bond indicizzati all’inflazione pari a circa il 15%. (riproduzione riservata)

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