Pagina a cura di Luigi dell’Olio 

Dalle aziende italiane arriva un segnale importante di normalizzazione dopo la lunga stagione della crisi. I protesti (vale a dire i procedimenti con i quali si attesta l’avvenuta presentazione di una cambiale o di un assegno al debitore e il rifiuto da parte dello stesso di pagare o accettare il titolo), che risultavano in calo già dal 2013, sono tornati sotto i livelli del 2007. A rivelarlo è uno studio realizzato da Cerved, che ItaliaOggi Sette pubblica in anteprima. Il fenomeno, in parte favorito dall’uscita in massa delle società più fragili per effetto della crisi, si è rafforzato grazie alla ripresa congiunturale che ha caratterizzato la prima metà del 2015. Con l’auspicio che il proseguimento del trend positivo dell’economia (anche il terzo e il quarto trimestre dell’anno in corso dovrebbero chiudersi con il pil in progresso) possa aiutare l’Italia a raggiungere i livelli europei. Una condizione fondamentale soprattutto per le aziende, e il loro numero è in costante crescita, che si confrontano sui mercati internazionali.

 

Bene industria e servizi, faticano le costruzioni. Tra aprile e giugno sono 13.800 le imprese alle quali è stato levato almeno un protesto, quasi un quinto in meno (il 18% per l’esattezza) rispetto allo stesso periodo del 2014. Grazie a questo calo, il numero di società protestate è tornato abbondantemente sotto i livelli del 2007 (-9,4%). Il miglioramento ha coinvolto l’intera economia, anche se guardando all’arco temporale di otto anni emergono grandi differenze tra i settori. Nell’edilizia si registra una contrazione in linea con il dato nazionale (-18,4%), ma il numero di società con almeno un protesto è ancora superiore ai livelli del 2007 (+5,7%). Del resto, questo è il comparto che maggiormente ha sofferto negli anni della recessione, sia per il crollo delle compravendite, sia per l’incremento della tassazione sul mattone. La diffusione del fenomeno rimane nelle costruzioni più elevata rispetto al resto dell’economia, con una società protestata ogni 100 attive, rispetto alle 0,6 dei servizi e alle 0,7 dell’industria. Quest’ultimo è il settore merceologico in cui i protesti sono calati prima e in modo più consistente. Nel secondo trimestre è proseguito questo miglioramento, con un calo del 16,6% su base annua (il 28,5% in meno rispetto al 2007).

In tutti i settori manifatturieri si registrano riduzioni con tassi a doppia cifra (con la sola eccezione del largo consumo, -0,3%) e livelli dei protesti al di sotto di quelli pre-crisi. Anche nei servizi vi è un netto calo di società protestate: tra aprile e giugno 2015 sono state 7.700, vale a dire 1.600 in meno rispetto allo stesso periodo del 2014 (-17,3%) e circa 500 meno del livello del 2007 (-5,6%).Il miglioramento nel confronto con il 2007 ha riguardato tutto il terziario, con la sola eccezione delle società immobiliari (+4,8%), mentre la logistica ha fatto registrare un valore in linea con l’ultimo anno di crescita prima di Lehman brothers (-0,5%).

 

Il Mezzogiorno migliora, ma resta indietro. I dati territoriali evidenziano che il netto calo dei protesti ha riguardato tutta la Penisola, con tassi a doppia cifra. Nel Nordest il numero di società protestate si è ridotto del 23,2% rispetto al secondo trimestre 2014 a quota 1.400, oltre 400 meno del livello del 2007 (-21,2%). In tutta l’area il fenomeno è tornato al di sotto dei livelli pre-crisi. Il miglioramento su base annua non coinvolge però il Trentino-Alto Adige, regione che aveva risentito solo parzialmente degli effetti della crisi.

Tra aprile e giugno sono state protestate 2.700 mila società con sede nel Nordovest, circa un quinto in meno dello stesso periodo del 2014 (-19,7%) e del 2007 (-19,4%), con riduzioni del fenomeno che interessano tutte le regioni dell’area.

Calano del 18,6% rispetto al secondo trimestre 2014 le società protestate nel Centro, a quota 3.700: sono 300 in meno rispetto al livello del 2007 (-8,3%). Grazie a queste tendenze, in tutte le regioni dell’Italia Centrale il numero di società protestate è tornato sotto i livelli pre-crisi, con miglioramenti particolarmente consistenti in Toscana e nelle Marche.

Nonostante un calo del 15,6% su base annua, il Mezzogiorno continua a evidenziare un gap negativo con il resto della Penisola, con 1,1 società protestate ogni 100 attive (0,5 nel Nordovest, 0,4 nel Nordest, 0,8 al Centro). Il livello dei protesti è tornato al di sotto del 2007 anche al Sud (-1,1%), ma non in Sicilia (+3,1%), Puglia (+0,6%) e Campania (+0,5%).

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