Il futuro sarà dei robo-advisor?

di Chiara Cantoni

Nel report pubblicato con PwC Luxembourg, Reshaping retail fund distribution, Caceis (asset servicing di Crédit Agricole) li identifica come il futuro del risparmio gestito, la via obbligata per intercettare la generazione dei Millenials, cresciuta a pane e banda larga, abituata a decifrare il mondo in tempo reale sotto forma di bit, spesso da mobile.

Il fenomeno, esploso negli Stati Uniti, è quello dei robo-advisor, piattaforme online che, sfruttando algoritmi di risk management e asset allocation, offrono soluzioni di investimento precostituite per costruire portafogli più o meno personalizzati, a fronte di parcelle molto inferiori rispetto a quelle dei consulenti tradizionali. I vantaggi legati alla tecnologia, la competitività dei costi e l’ottimizzazione del rapporto rischio/rendimento, hanno messo in moto il business, totalizzando nel 2014 circa 19 miliardi di dollari in asset gestiti. Senza contare le valutazioni da capogiro raggiunte in pochi anni nel mercato del private equity da start up di settore come Wealthfront, Betterment o Personal Capital. In Italia, le più accreditate sono MoneyFarm, Advise Only e SoldiExpert. Eppure, anche fra gli addetti ai lavori, non manca lo scetticismo. Nell’indagine Robo-advisor vs Human-advisor, realizzata da Professione Finanza e Pwc su un campione di 1.061 professionisti iscritti ad Assoreti, il 63,5% degli intervistati ritiene che un consulente virtuale non possa produrre risultati migliori della controparte in carne e ossa e solo il 4,1% teme che possa sottrargli quote significative di clientela.

Uomini contro macchine: la sfida che appassiona da sempre l’immaginario collettivo trova oggi nella consulenza finanziaria un nuovo, inesplorato, campo da gioco.

Gli esiti della partita sono incerti. Sicuro è che nei prossimi anni la fascia degli under 45 guadagnerà un peso crescente in termini di capitali gestiti: «Solo negli Usa si stima che 36 mila miliardi di dollari saranno trasferiti dagli attuali Hnwi agli eredi entro il 2016», si legge nel World wealth report 2015 di CapGemini e Rbc Wealth Management. Nel giro di un decennio, anche in Italia il 65% della ricchezza passerà di mano e i principali clienti della consulenza saranno under 35. «I Millennials rappresentano gli investitori del futuro», afferma Andrea Pennacchia, presidente del Comitato di comunicazione di Assogestioni, che ha promosso l’indagine Demia, I risparmiatori di domani. «È fondamentale capire le loro preferenze, come considerano il mondo del risparmio, con chi interagiscono e quali canali informativi utilizzino».

L’opinione condivisa è che il mondo del wealth management abbia trascurato le necessità dei giovani risparmiatori per concentrarsi sui patrimoni più consistenti dei Paperoni maturi. «L’industria li ha ignorati perché il servizio non era redditizio», sostiene Adam Nash, fondatore di Wealthfront, tra i leader dell’advisoring digitale, che oggi gestisce asset per 2,6 miliardi di dollari e un 60% di clientela under 35. «Ma la tecnologia sta cambiando lo scenario, rivelandosi uno strumento competitivo». E di facile accessibilità anche a coloro che si accostano per la prima volta al mondo degli investimenti senza disporre di ingenti capitali. In funzione delle caratteristiche e della propensione al rischio, rilevate tramite profilazione online, i robo-advisor individuano le migliori soluzioni di asset allocation, trattando soprattutto fondi passivi ed Etf a basso costo, con commissioni tre o quattro volte inferiori a quelle dell’industria tradizionale. Ma la leva low cost non è la sola. Il rapporto dei Millenials con gli strumenti digitali, rende più attrattiva la gestione automatizzata delle risorse: «Le generazioni Y si fidano abbastanza della tecnologia da delegare compiti importanti».

Efficienti nella creazione di portafogli semplificati, i robo-advisor lo sono molto meno di fronte a decisioni complesse sui grandi patrimoni, che richiedono pianificazioni a lungo termine e che, presumibilmente, continueranno a essere gestite col supporto di private banker qualificati. Il 72% dei professionisti intervistati nell’indagine di Professione Finanza e PwC ritiene che la capacità di creare un rapporto di fiducia stabile e duraturo sia la principale leva relazionale del consulente, non riproducibile da un algoritmo. Vero. Ciò non toglie, però, che la rivoluzione sia alle porte. E, se la vecchia guardia del wealth management continua a corteggiare Paperoni attempati e multi milionari, le preferenze dei più giovani avranno comunque un impatto importante nel gestire il cambio generazionale. «Quando i Millennials invecchieranno e vorranno interagire col proprio consulente, pretenderanno un rapporto altamente intermediato dalla tecnologia», dice Tom O’ Shea, direttore associato di Cerulli.

Mentre le opinioni differiscono fra sostenitori e detrattori del servizio virtuale, si fa largo una terza via che vede la tecnologia come strumento integrativo, accanto alla componente umana, nell’offerta di servizi più completi ed efficienti. Intervistati dalla Financial Planning Association sul contributo che il robo-advisoring potrebbe offrire alla loro attività, 771 professionisti hanno ipotizzato la possibilità di appaltare la gestione degli investimenti ai software per focalizzarsi sul valore aggiunto del business, creando servizi dedicati ai giovani o ai clienti più attenti ai costi. «La pianificazione finanziaria è un processo che implica molto più di un approccio semplificato alla ripartizione del proprio portafoglio di investimenti», afferma il presidente della Fpa, Edward Gjertsen. «Ciò detto, nulla vieta di considerare la robo-technology per implementare l’offerta». (riproduzione riservata)