Confermata la necessità di una nuova manovra di correzione. In agenda anche la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa e la riforma delle pensioni di anzianità. Il premier: non sono un uomo Goldman Sachs 

di Andrea Bassi

 

Con un sorriso ironico Mario Monti l’ha buttata lì. «Permettetemi di rassicurarvi totalmente, ma proprio totalmente, sull’atteggiamento del governo o dei suoi membri circa complotti internazionali o poteri forti o superpotenze», ha detto replicando agli interventi durante il suo discorso programmatico di ieri in Senato.

 

Insomma, seppur nell’aula di Palazzo Madama nessuno glielo avesse esplicitamente rinfacciato, il neo-presidente del Consiglio ha voluto ribadire che lui non è un uomo Goldman Sachs. Comunque sia, ieri il suo governo ha superato agevolmente il primo scoglio, quello del voto di fiducia in Senato. Oggi si replicherà alla Camera senza particolari patemi d’animo. Dunque da lunedì Monti potrà mettersi a lavorare ventre a terra al programma illustrato in maniera abbastanza dettagliata ieri a Palazzo Madama.

La novità, rispetto alle attese, contenuta nel suo discorso è in pratica una sola: non ci sarà nessuna cura shock per il debito pubblico. Monti ha semplicemente parlato di «una riduzione graduale ma durevole». Un obiettivo, ha spiegato l’ex rettore della Bocconi, che sarà raggiunto facendo leva su tre pilastri: «rigore di bilancio, crescita ed equità».

 

Nessuno spazio insomma per programmi ambiziosi di abbattimento dello stock basati su prelievi o prestiti forzosi o utilizzi massicci del patrimonio pubblico. Su quest’ultimo punto, ha chiarito Monti, l’intenzione è portare semplicemente avanti il programma di dismissioni da 5 miliardi l’anno inserito da Giulio Tremonti nella legge di stabilità e che dà anche la possibilità di effettuare uno swap tra immobili e titoli pubblici. Il faro dell’abbattimento del debito, ha lasciato intendere il neo-premier, sarà ancora una volta l’avanzo primario, ossia la stessa strada in pratica seguita dai governi Ciampi e Prodi. Se la riduzione del debito prenderà tempi più lunghi, quella del deficit invece arriverà subito. «Nel corso delle prossime settimane», ha spiegato Monti, «valuteremo la necessità di ulteriori correttivi». Che un’altra manovra sia necessaria per rispettare il percorso di avvicinamento al pareggio di bilancio del 2013 è ormai acclarato. Anche sull’entità della correzione, circa 24-25 miliardi, ci sono pochi dubbi.

Risolto questo rebus, al governo se ne presenterà subito un altro, quello dell’attuazione delle delega fiscale e assistenziale ereditata dal governo Berlusconi e alla quale è stato affidato il ruolo principale per il raggiungimento dell’equilibrio dei conti. In realtà, per ora quella delega è una scatola vuota. Monti ha espresso la volontà di arrivare nel più breve tempo possibile a riempirla di contenuti, a partire da una relazione tecnica che stimi prudenzialmente gli effetti di questa riforma. Del resto il Fisco è stato uno dei passaggi essenziali del suo discorso programmatico. Il neo-premier non ha schivato gli argomenti più scivolosi e, in un certo qual modo, ha voluto dare informazioni precise. A iniziare dalla tassazione delle prime case, oggi esentate sia dall’Ici che dall’Imu, la nuova tassa municipale che la sostituirà dal 2014. Proprio partendo dal prelievo che servirà a finanziare i Comuni con il federalismo fiscale, Montiha spiegato che il governo intende «riesaminare il peso del prelievo sulla ricchezza immobiliare». Del resto, ha sottolineato, «tra i principali Paesi europei, l’Italia è caratterizzata da un’imposizione sulla proprietà immobiliare che risulta al confronto particolarmente bassa». I soldi della «patrimonialina», tuttavia, non dovrebbero essere usati per abbassare il deficit. Dovrebbero essere usati, come ha chiesto anche il neo-governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, per abbattere il costo del lavoro a carico delle imprese fiscalizzando i contributi per malattia e maternità. Anche il prelievo sui redditi, compatibilmente con le condizioni della finanza pubblica e con le previsioni della delega fiscale, dovrà essere ridotto, secondo Monti. La via che ha lasciato intravedere, è quella di un ulteriore ritocco del prelievo indiretto sull’Iva (casomai alzando di un punto l’aliquota intermedia del 10%). Non solo. Alla riduzione delle aliquote fiscali dovrà essere destinato anche tutto l’extragettito che si otterrà dalla lotta all’evasione fiscale, sulla quale il neopresidente del Consiglio punta in maniera rilevante. Così sarà abbassata fin da subito la soglia di uso del contante (probabilmente fino a 300 euro) e incentivato l’uso nelle transazioni della moneta elettronica. Un ruolo importante poi dovrebbe averlo anche il nuovo redditometro (Montiha parlato di monitoraggio della ricchezza accumulata) e l’incremento degli accertamenti induttivi. In realtà, almeno fino a oggi, l’Agenzia delle entrate ha sempre negato che lo strumento, che determina il reddito di una famiglia in base alle spese sostenute, potesse essere utilizzato per accertamenti di massa, garantendo che il suo fine fosse solo il miglioramento della compliance dei contribuenti. Ora la musica potrebbe cambiare. Non c’è però solo il bastone, c’è anche la carota. La lotta all’evasione, ha spiegato Monti, non dovrà essere fatta solo per fare riscossione e gli accertamenti dovranno avere una qualità maggiore.

C’è poi il capitolo previdenziale. Come per l’Ici, anche per la riforma delle pensioni il neo premier ha voluto essere chiaro. Innanzitutto ha precisato che «il sistema pensionistico italiano è tra i più sostenibili d’Europa», ma ci sono ancora delle «aree ingiustificate di privilegio». Il piano di riforma sarà discusso con le parti sociali, ma le linee-guida sembrano ormai delineate. Si andrà verso l’introduzione del contributivo pro-quota per tutti con un’età minima di pensionamento fissata a 63 anni e con un sistema di incentivi e penalizzazioni per l’anticipo del ritiro dal lavoro.

Molto, almeno nelle promesse, dovrebbe essere fatto anche nel controllo e nella riduzione della spesa pubblica attraverso la spending review. Si andrà a passo spedito sulla linea tracciata da Tremonti nella legge di stabilità con l’integrazione delle agenzie fiscali, la razionalizzazione di tutte le strutture periferiche dell’amministrazione dello Stato, il coordinamento delle attività delle forze dell’ordine, l’accorpamento degli enti della previdenza pubblica e la razionalizzazione dell’organizzazione giudiziaria. Nella spending review finiranno anche i cosiddetti costi della Casta. L’abolizione delle Province, per esempio, sarà avviata con legge ordinaria (partendo da quelle più piccole con degli accorpamenti) per accelerare i tempi. Monti ha anche lasciato intendere che spingerà per un taglio degli stipendi di parlamentari e consiglieri vari, ma anche dei dirigenti delle aziende controllate dallo Stato e dalle altre pubbliche amministrazioni che ricevono contributi pubblici. C’è infine il pacchetto-lavoro. Il neopresidente in pratica sposa in pieno la proposta di Pietro Ichino. I vecchi contratti di lavoro non saranno modificati. Quelli nuovi invece saranno rivisti colmando il fossato che si è creato tra i contratti a tempo indeterminato e quelli dei co.co.pro. La contrattazione sarà sempre più spostata verso i luoghi di lavoro. (riproduzione riservata)