Banche alle prese col dilemma delle sofferenze

Torna l’incubo sofferenze per le banche italiane. Secondo il bollettino dell’Abi, ad agosto le sofferenze lorde in capo agli istituti di credito domestici hanno oltrepassato la quota dei 100 miliardi di euro, posizionandosi esattamente a 100,2 miliardi, 1,2 miliardi in più rispetto al mese precedente. E nei prossimi mesi, visto l’intensificarsi della tensione sui mercati internazionali, il dato è visto in crescita. «Penso che l’onda lunga del riflesso della crisi economica sulle sofferenze corporate dovrà ancora esaurirsi», spiega a Borsa&Finanza Francesco Guarneri, fondatore e presidente della società di gestione crediti Guber, che si aspetta un incremento delle aziende in difficoltà nei prossimi mesi. «È possibile immaginare che un 2-5% di imprese private non riuscirà a sopravvire nei prossimi cinque anni», stima Guarneri, che negli ultimi 24 mesi ha visto quasi raddoppiare il volume delle sofferenze nelle banche di medie dimensioni. In generale, si è assistito a un indebolimento della capacità di rimborso di imprese e famiglie e, quindi, a un peggioramento della qualità del credito. «L’unica cosa che possono fare le banche è rendere più efficienti i loro sistemi di recupero crediti, oppure procedere alla cessione dei non performing loan», aggiunge Guarneri. La cessione avviene normalmente pro-soluto ed è anticipata da una due diligence, volta a verificare il presumibile valore di realizzo del credito e/o del portafoglio crediti oggetto di eventuale cessione. Il fatto curioso, però, è che, nonostante le sofferenze siano aumentate, paradossalmente «nell’ultimo anno si è assistito a un rallentamento delle cessioni degli stessi non performing loan a causa del mancato incontro tra domanda e offerta», spiega il presidente della Guber, società che nel 2010 ha superato i 3 miliardi di euro di crediti in gestione, l’80% dei quali di origine bancaria e/o finanziaria. L’aspetto centrale è che mentre chi compra punta a speculare, cercando di strappare il prezzo più basso, chi vende vorrebbe farlo a valori più alti per evitare di iscrivere a bilancio possibili minusvalenze. Il problema risiede nel fatto che spesso nei bilanci delle banche i crediti sono iscritti a valori molto più elevati rispetto al valore realizzabile attraverso una cessione. Insomma, «investitori istituzionali interessati a rilevare pacchetti di non performing loan ci sono, ma stanno alla finestra ad aspettare», prosegue Guarneri, che ritiene che il sistema bancario italiano dovrebbe adottare, in generale, una politica più aggressiva di accantonamenti. Dopotutto si tratta di un mercato di ampie potenzialità. Stando a uno studio di Mediobanca, l’ammontare dei crediti dubbi (sofferenze, incagli e crediti ristrutturati e scaduti) alla fine del 2010 ha raggiunto una dimensione di 127 miliardi, contro i 47 scarsi del 2003. E tra le big, Unicredit ha mostrato un’incidenza del 6,7% dei crediti dubbi sul totale dei crediti alla clientela, Intesa Sanpaolo del 5,6%, Ubi del 5,2%, per poi salire, invece, al 7,3% di Mps e arrivare al 9,9% del Banco Popolare, che ha quindi un livello molto più alto rispetto alla media del 6,4% dell’intero aggregato bancario.
S.P.