Nel 2025 quasi sette europei su dieci dichiarano una salute buona o molto buona, ma gli indicatori Eurostat mostrano un netto gradiente sociale: istruzione, reddito, condizione occupazionale e disabilità influenzano la percezione della salute, l’accesso alle cure e persino gli stili di vita. Nel complesso, nell’Unione europea il 67,9% della popolazione con almeno 16 anni valuta positivamente il proprio stato di salute, l’8,8% lo giudica cattivo o molto cattivo e il restante 23,3% lo considera discreto.

La parte finale dell’edizione 2026 di Key figures on European living conditions ricostruisce un quadro in cui salute e benessere non dipendono soltanto dall’età o dalla disponibilità dei servizi sanitari: incidono in modo rilevante anche le disuguaglianze economiche, le limitazioni funzionali e la posizione sociale degli individui.

 

Istruzione e salute percepita

 

Nell’Ue, il 79,1% delle persone con istruzione elevata dichiara di godere di una salute buona o molto buona, quota che scende al 68,2% fra chi possiede un titolo medio e al 56,1% fra chi ha al massimo un livello di istruzione secondaria inferiore. Il differenziale fra istruzione bassa e alta sfiora quindi i 23 punti percentuali.

Il dato non prova di per sé un rapporto causale diretto, ma conferma la sovrapposizione tra capitale culturale, condizioni professionali, reddito, capacità di prevenzione e stato di salute. L’istruzione agisce infatti come un fattore associato a una più solida posizione socioeconomica e a una maggiore capacità di orientarsi tra i servizi, adottare comportamenti preventivi e sostenere eventuali spese di cura.

Anche la spesa sanitaria delle famiglie presenta ampie differenze nell’Unione. Nel 2024 la spesa media per abitante per medicinali, prodotti sanitari, assistenza ambulatoriale, ospedaliera e altri servizi è stata pari a 930 euro. Si va da meno di 500 euro pro capite in Slovacchia, Cechia, Ungheria, Slovenia e Romania a oltre 1.200 euro in Belgio, Lussemburgo e Germania. Eurostat richiama, tuttavia, la necessità di leggere il confronto tenendo conto sia dei diversi prezzi sia delle caratteristiche dei rispettivi sistemi sanitari e della diversa ripartizione tra spesa pubblica e spesa privata.

Cure, attese e ostacoli territoriali

A livello europeo, il 2,4% delle persone con almeno 16 anni ha dichiarato nel 2025 un bisogno non soddisfatto di visita o esame medico per ragioni di costo, distanza o liste d’attesa. Il valore medio nasconde però squilibri territoriali molto pronunciati.

Le liste d’attesa sono il principale fattore segnalato, con l’1,2% della popolazione; seguono il costo della prestazione, indicato dall’1%, e la distanza dal luogo di cura, allo 0,1%. Le 13 regioni greche registrano tutte livelli di bisogno sanitario insoddisfatto superiori a quelli di qualsiasi altra regione Ue. Fuori dalla Grecia, il valore regionale più elevato si rileva nel Pohjois- ja Itä-Suomi, in Finlandia, con il 9%, mentre il minimo è pari a zero nella regione ceca di Jihovýchod.

La fotografia suggerisce che l’accesso formale a un sistema sanitario non coincide automaticamente con un accesso effettivo e tempestivo alle prestazioni. Tempi di attesa, onerosità economica e distanza geografica possono tradursi in rinuncia o ritardo nella cura, con un impatto potenzialmente più pesante sulle persone già esposte a condizioni di fragilità economica.

Povertà e limitazioni funzionali

La distanza tra persone a rischio di povertà e persone non esposte al rischio emerge anche nelle difficoltà nello svolgimento delle attività fondamentali della vita quotidiana. Per tutte le sei funzioni considerate — vedere, sentire, camminare, ricordare o concentrarsi, comunicare e prendersi cura di sé — le persone a rischio di povertà riportano più frequentemente difficoltà moderate o gravi.

Il divario maggiore riguarda la capacità di camminare: riferisce difficoltà il 24,9% delle persone a rischio di povertà, contro il 16,9% di quelle non a rischio, con una distanza di 8 punti percentuali. Seguono le difficoltà di memoria o concentrazione, con uno scarto di 6 punti; vedere, 4,9 punti; cura di sé, 4,3; comunicazione, 3,5; udito, 1,8 punti.

Il dato evidenzia la natura circolare tra difficoltà economiche e salute: le limitazioni funzionali possono ridurre partecipazione al lavoro e reddito disponibile, mentre una situazione di povertà può ostacolare prevenzione, continuità delle cure, alimentazione e adattamento dell’abitazione o dell’ambiente di vita.

Stili di vita e disuguaglianze

Nel 2025 il 51% degli europei di almeno 16 anni risulta in sovrappeso secondo l’indice di massa corporea: il 34,9% vive una condizione di pre-obesità e il 16% una condizione di obesità. La quota di persone in sovrappeso è inferiore tra chi possiede un’istruzione elevata, al 45%, mentre sale al 54,1% fra chi ha un livello medio e al 52,8% fra chi ha un’istruzione bassa.

Sul fronte alimentare, il 39,8% degli europei consuma frutta almeno una volta al giorno. L’Italia è il Paese con la quota più alta, pari al 54,3%, mentre il valore più basso è rilevato in Lituania, al 25,5%. A livello Ue, le differenze in funzione dell’istruzione sono relativamente contenute — 41,4% fra le persone più istruite, 39,4% fra quelle con istruzione bassa e 38,8% fra quelle con istruzione media — ma diventano più significative in alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale.

L’uso quotidiano di tabacco o prodotti assimilati — comprese sigarette elettroniche, sacchetti di nicotina e tabacco riscaldato — interessa il 16,5% della popolazione Ue. La prevalenza sale al 19,9% tra le persone a rischio di povertà o esclusione sociale e scende al 15,7% tra quelle non a rischio. Bulgaria, con il 26,3%, registra il livello più alto; Irlanda, con l’11,7%, e Paesi Bassi, con il 9,9%, si collocano invece sotto l’intervallo prevalente nell’Unione.

Il consumo di alcol segue dinamiche diverse. Il 45,8% degli europei dichiara di bere almeno una volta al mese: il 4,8% ogni giorno, il 19,2% ogni settimana e il 21,8% ogni mese. La frequenza è maggiore tra gli uomini, il 56,5% dei quali consuma alcol almeno mensilmente, rispetto al 35,9% delle donne. Le persone a rischio di povertà o esclusione risultano invece meno propense al consumo: il 47,5% non ha mai bevuto o non ha consumato alcol nell’anno precedente, contro il 29,9% fra le persone non a rischio.

Disabilità, povertà e bisogno assistenziale

Eurostat utilizza le limitazioni di lunga durata nelle attività abituali come proxy della disabilità. Nel 2025 il 24,2% della popolazione Ue con almeno 16 anni dichiara una limitazione, moderata o severa, con una prevalenza più elevata tra le donne — 26,5%, rispetto al 21,8% degli uomini.

Le quote più alte si registrano in Lettonia, 35,9%, Finlandia, 35%, ed Estonia, 34,1%; le più basse a Malta, 11%, e in Bulgaria, 13,3%. In tutti i Paesi dell’Unione, a eccezione di Cipro, la prevalenza è più alta tra le donne.

L’incidenza cresce fisiologicamente con l’età, ma in dimensioni molto rilevanti: dal 10,4% tra i 16 e i 44 anni al 23,6% tra i 45 e i 64 anni, fino al 47,5% tra le persone con 65 anni o più. In Romania, Lettonia e Croazia si osservano le distanze più ampie tra giovani e anziani; in Svezia il differenziale è invece il più contenuto.

La disabilità coincide con una maggiore esposizione alle difficoltà economiche. Nell’Ue è a rischio di povertà o esclusione sociale il 28,8% delle persone con disabilità, contro il 17,7% delle persone senza limitazioni. Il divario è presente in tutti gli Stati membri; in termini relativi, risulta massimo a Cipro e in Croazia e più contenuto, pur restando significativo, in Grecia, Spagna, Italia, Austria e Slovacchia.

Anche il bilancio familiare appare più fragile: il 48,5% delle persone con disabilità vive in nuclei che dichiarano difficoltà ad arrivare a fine mese, rispetto al 39,3% delle persone senza disabilità. In Italia, come in Grecia, la differenza relativa tra i due gruppi è tra le più contenute nell’Ue, ma il dato non indica un’assenza di difficoltà: segnala soltanto che le difficoltà economiche sono diffuse in misura più ravvicinata nei due gruppi.

L’occupazione riduce il rischio, ma non lo annulla. Tra gli occupati con disabilità, il 10,1% è comunque a rischio di povertà, contro l’8% degli occupati senza disabilità. Soltanto in Slovacchia, Malta e Austria la quota di lavoratori poveri risulta più bassa tra le persone con disabilità che tra quelle senza.

Il fabbisogno di assistenza di lungo periodo costituisce un ulteriore punto critico. Nel 2024, tra le persone che vivono in famiglie in cui almeno un componente ha dichiarato necessità di long-term care, soltanto il 28,3% ha ricevuto assistenza domiciliare professionale. La copertura supera il 60% in Danimarca, 63,5%, e a Cipro, 62,9%, mentre rimane inferiore al 10% in Estonia, 7,6%, Ungheria, 8,3%, e Polonia, 8,5%.

Nella popolazione che vive in nuclei con un bisogno di cura di lungo periodo, il 53% non usa assistenza domiciliare professionale e non dichiara bisogni insoddisfatti; il 19,9% riceve il servizio senza bisogni residui. Tra chi invece non riceve, o non riceve in misura sufficiente, assistenza professionale, il 10,5% segnala vincoli economici, il 5% l’indisponibilità dei servizi, il 2,1% il rifiuto della persona assistita e l’1,5% l’insoddisfazione per la qualità; il 7,9% indica altre ragioni.

Vita e fiducia: il benessere oltre il reddito

La speranza di vita alla nascita nell’Ue è risalita a 81,5 anni nel 2024, dopo l’arretramento causato dalla pandemia. Il dato torna sopra il livello pre-Covid del 2019, pari a 81,3 anni: nel 2020 e nel 2021 l’indicatore era sceso, rispettivamente, a 80,4 e 80,1 anni. Permane un significativo divario di genere: 84,1 anni per le donne e 78,9 per gli uomini.

La valutazione soggettiva della propria vita si attesta nel 2025 su 7,2 punti su una scala da zero a dieci. Il livello migliora lievemente rispetto al 7,1 del 2022 e al 7 del 2013, ma resta inferiore al 7,3 registrato nel 2018. Romania e Finlandia guidano la graduatoria con 7,8, seguite da Danimarca, Austria e Polonia con 7,7; il valore più basso è quello della Bulgaria, con 6,3.

La fiducia negli altri, intesa come fiducia verso persone sconosciute e non verso la propria rete di relazioni, è invece più contenuta: la media europea è 5,8 su dieci. Si scende sotto 5 a Cipro, Francia, Lituania e Slovenia; Finlandia, con 7, e Romania, con 7,5, registrano i punteggi più elevati. Anche qui emerge il gradiente educativo: la fiducia media è 6,1 tra i più istruiti, 5,7 con istruzione media e 5,4 con istruzione bassa.

Dal report emerge in sintesi come la qualità della vita europea migliori su alcuni indicatori medi, dalla ripresa della speranza di vita alla lieve crescita della soddisfazione personale, ma restano forti differenze nelle condizioni materiali, nell’accesso alla sanità e nell’esposizione alla disabilità. Per i sistemi di welfare, la questione non riguarda soltanto l’erogazione di cure, ma l’integrazione tra prevenzione, assistenza di lungo periodo, contrasto alla povertà e inclusione lavorativa.