I cinque miliardi chiesti a banche e assicurazioni e il vizio antico di uno Stato che chiede prima di aver dato. Dal prelievo notturno del 1992 al contributo scritto nel Documento programmatico di bilancio per il 2027, un filo lega le emergenze italiane: quando il conto arriva, lo paga sempre chi non lo ha scritto.
di Ivan Dimitri Calaprice
Nella notte fra il 9 e il 10 luglio 1992 il Governo Amato, con un decreto firmato a tarda ora e pubblicato all’alba, prelevò il sei per mille da ogni conto corrente bancario e postale italiano. La lira era sotto attacco, i conti pubblici erano un abisso e la scelta fu presentata come una necessità senza alternative. I cittadini scoprirono il mattino dopo che una parte dei loro risparmi, custoditi con la fiducia che si riserva a una cassaforte, era stata trasferita all’erario mentre dormivano. Il prelievo fu modesto nella cifra e immenso nel significato, perché insegnò a un intero Paese che il patrimonio privato è una riserva pubblica a cui lo Stato attinge quando non sa più dove guardare.
Trentaquattro anni dopo lo Stato ha scelto un altro modo di mettere le mani nelle tasche, più elegante, annunciato ma non meno odioso e perciò più insidioso. Nel Documento programmatico di bilancio trasmesso a Bruxelles, a copertura di una manovra da ventitré miliardi e mezzo, compare un contributo del settore finanziario da quasi cinque miliardi per il 2027, che prosegue con tre nel 2028 e con oltre due nel 2029. Nessun decreto notturno, nessun prelievo sui conti. Soltanto una riga in un documento, che segue i quattro miliardi e mezzo chiesti nel 2024 e i dieci in tre anni concordati l’anno scorso, e che arriva, secondo chi la dovrà pagare, senza preavviso, senza trattativa e senza che l’accordo precedente sia stato nemmeno citato.
Sia chiaro, perché la questione merita di essere affrontata al di là delle rispettive e legittime idee politiche. Chi difende il contributo ha argomenti che non si possono liquidare: gli utili delle banche sono passati da venticinque miliardi e mezzo nel 2022 a quarantasette e mezzo nel 2025, con oltre cinquanta attesi quest’anno, mentre sportelli e dipendenti diminuivano e l’aliquota effettiva si fermava sotto il venti per cento. Chi lo contesta ha argomenti altrettanto seri: l’articolo 53 della Costituzione lega il prelievo alla capacità contributiva e non alla fortuna di un settore, la certezza del diritto è un bene economico prima che giuridico, e un patto triennale firmato dodici mesi fa dovrebbe valere almeno dodici mesi.
Tacito scriveva che quando la repubblica è più corrotta le leggi sono più numerose.
Tacito oggi sarebbe sen’altro andato a vivere altrove. E non avrebbe fatto nè il banchiere nè l’assicuratore.
L’Italia produce da decenni norme sull’emergenza con una fecondità che non ha eguali nella prevenzione. La storia delle accise sui carburanti, in parte documento e in parte leggenda, ne è il monumento: la guerra d’Etiopia, la crisi di Suez, il Vajont, il Belice, il Friuli, l’Irpinia, ogni tragedia ha lasciato nel prezzo della benzina un’impronta sopravvissuta alla tragedia stessa. Il meccanismo è rimasto intatto nella cultura amministrativa: l’evento colpisce, o semplicemente il bilancio non torna, lo Stato cerca denaro, lo trova nelle tasche di chi non ha scelto nulla e non ha alcuna colpa, e la contromisura strutturale slitta alla legislatura successiva, dove l’aspetta un’altra emergenza.
Si guardi alla lista delle cose che in questo Paese andrebbero aggiustate prima di chiedere a un settore di finanziare le conseguenze del non averle aggiustate. Il dissesto idrogeologico riguarda oltre il novanta per cento dei comuni e i piani di messa in sicurezza giacciono finanziati per frazioni. Le scuole costruite prima della normativa antisismica sono la maggioranza di quelle esistenti. I ponti censiti come bisognosi di interventi si contano a migliaia. La rete idrica disperde quasi metà dell’acqua immessa. La giustizia civile impiega anni dove l’Europa impiega mesi. Nessuna di queste voci è un mistero, tutte sono note da decenni, e tutte perdono sistematicamente contro la spesa che produce consenso entro la scadenza elettorale.
Qualche mese fa ho espresso il banalisimo pensiero su un social che prima di chiedere soldi ai privati lo Stato dovrebbe cercarseli da soli. Un “manager” di una compagnia mi attaccò violentemente perchè a suo dire la cat nat era la panacea di tutti i mali.
Non lo è.Comunque la si pensi. Perchè uno Stato che demandi al privato la soluzione di problema che dovrebbe in primis risolvere lui è anzitutto uno Stato inetto e incapace. E a nulla serve opinare che non ci sono soldi, che la situazione è drammatica, che bisogna farei conti con la realtà. Perchè tutti questi assunti certificano solo un dato: abbiamo fallito. E da un fallimento ne deriveranno sempre di peggiori. Fino allo sfascio totale.
A quel manager iperteso vorrei dire che il suo ragionamento è espressione di un tronfio, triste e trionfale statalismo che non ha mai studiato Keynes.
Per le assicurazioni il discorso ha una sfumatura in più, che i commentatori generalisti trascurano. Le ipotesi circolate, dal disivolto nuovo rialzo dell’Irap già portata al sette virgola nove per cento, al rinvio dei benefici fiscali su avviamenti e imposte anticipate, fino all’anticipo integrale dei contributi sui premi auto destinati alla sanità, hanno una caratteristica comune: incidono su un’industria il cui patrimonio è in larga parte denaro degli assicurati, accantonato per pagare sinistri che non sono ancora accaduti. Tassare la riserva, o anticiparne la fiscalità, significa tassare una promessa. E le promesse, in questo mestiere, si pagano con il premio dell’anno dopo, versato da famiglie e imprese che non siedono a nessun tavolo.
Tocqueville, osservando la democrazia americana, temeva una forma di potere che chiamava tutelare: un potere assoluto, minuzioso, regolare, provvido e mite, che non spezza le volontà ma le ammorbidisce, che lavora volentieri alla felicità dei cittadini purché ne sia l’unico arbitro. Uno Stato che chiama contributo volontario ciò che scrive in un documento di bilancio, che esclude la parola tassa mentre discute di aliquote, che si divide fra chi parla di extraprofitti e chi nega che esistano, assomiglia a quel potere più di quanto vorrebbe ammettere. Non espropria nessuno. Decide che il bilancio della sua inerzia sia un costo d’impresa, e lo affida alla cortesia di chi lo riceve.
Machiavelli, nel capitolo del Principe dedicato alla crudeltà e alla pietà, annotava che gli uomini dimenticano più in fretta la morte del padre che la perdita del patrimonio. Il prelievo del 1992 è ricordato ancora oggi da chi lo subì, con una precisione che nessun altro provvedimento di quella stagione ha conservato, perché toccò il denaro nella sua forma più intima. I cinque miliardi del 2027 non lasceranno la stessa cicatrice, e questo è esattamente il problema. Spalmati su tre esercizi, filtrati da aliquote e differimenti, assorbiti nei bilanci di soggetti che il pubblico non compiange, passeranno senza che nessuno li percepisca come un trasferimento. Le misure che non fanno male a chi vota non vengono mai giudicate.
Il ministro dell’Economia, raggiunto dalle proteste mentre era all’estero, ha risposto che le regole non cambiano, sono cambiate le circostanze. Stiamo certificando il nostro fallimento come stato? È una frase onesta, e per questo preoccupante. Le circostanze che cambiano sono il motivo per cui esiste il diritto, che serve a dare a chi investe una ragione per farlo anche quando il clima gira. Un settore che ha firmato un patto triennale e si vede presentare un conto nuovo dopo un anno non impara che lo Stato è in difficoltà, cosa che sapeva già. Impara che i patti con lo Stato hanno la durata di un ciclo di bilancio, e regola di conseguenza i propri investimenti, i propri prezzi e la propria disponibilità al prossimo tavolo.
L’Italia delle emergenze naviga da decenni con questa andatura, senza una rotta, raccogliendo ogni vento che passa e chiamandolo impropriamente rotta. Il prelievo di una notte, l’accisa di una tragedia, il contributo di una manovra sono episodi della stessa navigazione a vista, nella quale il conto viene presentato a chi non ha mai visto la carta nautica. Si può discutere se tutto questo sia giusto, e si discuterà. Non si può discutere che cosa riveli. Un Paese che va avanti a tentoni non è un Paese che ha una visione. È un Paese che ha soltanto delle tasche, e sa esattamente dove trovarle. Nelle nostre. O meglio, di chi non scappa a Dubai.
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