Il divario tra danni economici causati dalle catastrofi naturali e perdite effettivamente assicurate non può essere colmato da compagnie Danni e riassicuratori da soli. È la conclusione di una nuova analisi di Moody’s, secondo cui dal 2015 il 57,8% delle perdite catastrofali è rimasto privo di copertura assicurativa; anche nel 2025 oltre la metà dei danni economici da eventi naturali non risulta assicurata.
Per Moody’s, l’aumento dell’intensità e della frequenza degli eventi, unito alla crescente concentrazione delle esposizioni, supera la capacità che il settore assicurativo privato può assumere in modo sostenibile. La chiusura del protection gap richiede quindi un insieme di strumenti: migliore conoscenza dei rischi, investimenti nella resilienza degli edifici e delle infrastrutture, sviluppo delle soluzioni di trasferimento del rischio e maggiore integrazione tra risorse pubbliche e private.
Assicuratori e riassicuratori devono mantenere premi adeguati a pagare i sinistri, rispettare i requisiti patrimoniali e remunerare il capitale investito. Questi vincoli limitano l’ammontare di rischio catastrofale correlato che può essere trattenuto o trasferito dal mercato tradizionale, soprattutto quando un singolo evento può colpire simultaneamente un numero elevato di assicurati.
La riassicurazione sostiene la capacità delle compagnie dirette, ma non elimina il problema: anche i riassicuratori affrontano la stessa esigenza di conciliare capitale sufficiente a coprire perdite estreme e rendimento adeguato sul rischio assunto. Per questo Moody’s indica nei mercati dei capitali, negli insurance-linked securities e negli strumenti di finanziamento pubblico-privato componenti potenzialmente decisive per ampliare la capacità di copertura.
Il protection gap è inoltre alimentato dalla ciclicità del mercato assicurativo e dall’andamento dei prezzi. Nelle fasi di rialzo della sinistralità o della capacità più scarsa, premi e franchigie possono crescere e rendere più difficile la sottoscrizione; d’altra parte, la mancata obbligatorietà della copertura e l’insufficiente disponibilità economica di famiglie e imprese lasciano alcune esposizioni fuori dal perimetro assicurativo.
Terremoti e alluvioni i fenomeni più scoperti
Il divario risulta massimo per gli eventi rari ma altamente severi, come i terremoti: danni potenzialmente enormi, bassa frequenza e forte correlazione delle perdite rendono difficile sia la tariffazione sia l’assorbimento del rischio. In molti mercati, l’assicurazione terremoto è volontaria, percepita come costosa o non necessaria, con tassi di adesione limitati.
Negli Stati Uniti, Moody’s stima che l’84% dell’esposizione al terremoto sia non assicurata. Per il rischio alluvione la quota non coperta è pari all’83%. Sono le due maggiori lacune di protezione tra i principali pericoli naturali censiti nel mercato statunitense.
Per confronto, il gap è più contenuto per eventi ricorrenti e più spesso assicurati. Gli incendi boschivi presentano un divario del 27%, favorito dalla maggiore propensione a sottoscrivere la copertura e, in molti casi, dai requisiti posti dagli istituti di credito ipotecario. Il gap per le tempeste convettive severe è del 48%, mentre per gli uragani si attesta al 49%, anche in ragione della maggiore diffusione delle coperture e degli obblighi assicurativi collegati ai finanziamenti immobiliari.
Prevenzione e capacità alternativa
La tesi di Moody’s è che l’assicurazione tradizionale continui ad avere un ruolo centrale, ma debba essere affiancata da una strategia più ampia di gestione del rischio. In particolare, assumono rilievo:
interventi di prevenzione e adattamento per ridurre la vulnerabilità fisica degli edifici, delle infrastrutture e delle filiere produttive;
dati e modellistica per rendere più chiara l’esposizione di territori, famiglie, imprese e finanziatori;
coperture più accessibili e una maggiore diffusione della cultura assicurativa;
programmi pubblico-privati, garanzie e meccanismi di finanziamento ex ante;
ricorso più esteso a capitale alternativo, compresi cat bond e altri strumenti ILS.
Secondo le stime richiamate nell’analisi, un evento catastrofale statunitense con tempo di ritorno di 200 anni potrebbe generare 1.100 miliardi di dollari di danni complessivi e un protection gap di circa 700 miliardi: una perdita non assicurata di dimensioni prossime all’intera base di capitale della riassicurazione globale.
Il messaggio per i decisori pubblici e per il mercato è quindi che il costo delle catastrofi non assicurate non scompare: viene trasferito, dopo l’evento, su famiglie, imprese, banche, enti territoriali e finanza pubblica. Ridurre il gap significa spostare una parte della gestione del rischio dalla risposta emergenziale alla prevenzione, alla pianificazione finanziaria e al trasferimento ex ante delle perdite.
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