Che rischio Quota 101

Cinquantadue miliardi. Di tanto aumenterà la spesa pensionistica nei prossimi tre anni secondo la Nadef. Dai 297,4 miliardi del 2022 si passerà ai 349,8 del 2025. Finora un balzo simile è avvenuto in dieci anni: nel 2012 la spesa previdenziale era di 249,5 miliardi. Certo, all’invecchiamento demografico si è aggiunta l’inflazione. Ma è innegabile l’effetto di misure come Quota 100, che ha permesso di andare in pensione a 62 anni con almeno 38 anni di contributi. «Ci è costata 20 miliardi», spiega Elsa Fornero, ministra del Lavoro del governo Monti. «La nostra riforma -aggiunge- ci avrebbe portato intorno al 2050 al livello della maggior parte dei Paesi Ue». Avrà una seconda occasione. Perché senza un intervento rapido del futuro governo, da gennaio tornerà la «Fornero», mai abrogata anche se sempre derogata. Un incubo per il centrodestra, che l’ha sempre demonizzata.

Domanda. La Lega propone Quota 101. Quali conseguenze avrebbe?

Risposta. Ci sarebbe un nuovo aumento della «gobba» pensionistica (la curva che rapporta il numero dei pensionati e dei lavoratori) e continueremo a spendere una grossa fetta del pil in previdenza. Senza creare un’occupazione adeguata per i giovani, che indurremo ad andare all’estero. Quindi avremo un sistema pensionistico meno sostenibile ed equo. Non credo che Quota 101 porterà al collasso finanziario. Ma darà un’altra accelerata al declino dell’Italia.

D. Il ritorno della sua riforma, invece, che effetti avrebbe?

R. Ripristinerebbe un metodo di calcolo più sostenibile e indurrebbe gli italiani a rifiutare il nero. La formula è sempre la stessa: i contributi che versi li ricevi come pensione. Ogni passo indietro riporta all’innalzamento della spesa previdenziale rispetto al pil.

D. Quota 100 e 102 sono state un passo indietro?

R. Le due riforme vanno distinte. Quota 102 è stata introdotta per evitare uno scalone e attenuare il passaggio, brusco, a requisiti di pensionamento più severi. Quota 100, invece, era un tentativo di controriforma. Il governo giallo-verde aveva promesso di cancellare la «Fornero». Poi si è dovuto ricredere perché i costi erano troppo elevati e ha sperimentato Quota 100. Misura che comunque ha avuto un successo numerico, seppur parziale. Ma sarebbe stato meglio spendere quei 20 miliardi per incrementare i posti di lavoro: l’Italia, dopo la Grecia, ha il più basso tasso d’occupazione in Europa. Siamo a circa 10% sotto la Germania. Senza dimenticare che la povertà, oggi, è concentrata tra i giovani.

D. A tal proposito, Quota 100 ha incentivato il ricambio generazionale?

R. Si diceva che per ogni nuovo pensionato si sarebbero creati tre nuovi posti di lavoro. Invece è successo il contrario, per ogni tre uscite un nuovo occupato.

D. Perché allora alcuni politici perseverano?

R. Preferiscono illudere e promettere piuttosto che dire la verità: così pensano di aumentare con facilità i consensi. Politicamente i giovani contano meno. Gli anziani, invece, sono più numerosi e garantiscono più voti. È un atteggiamento cinico? Sì. Miope? Molto. Piuttosto dovrebbero chiedersi chi pagherà le pensioni degli anziani se i giovani andranno all’estero.

D. Per evitarlo, aiuterebbero dei meccanismi che spostino la ricchezza verso le fasce deboli?

R. Le pensioni d’oro hanno una discrepanza tra contributi versati e denaro ricevuto, dovuta al precedente metodo di calcolo. Quindi ben venga un contributo di solidarietà per dare alle categorie svantaggiate una pensione dignitosa. Intendiamoci però: non è il meccanismo per fare la pensione dei giovani. L’unico modo è assicurargli una buona carriera. Poi, per fortuna, i lavoratori stanno cominciando a capire che se sono in buona salute e hanno un’occupazione, lavorare uno o due anni in più può garantirgli un assegno più robusto.

D. Potrebbe aiutarli anche un fondo pensione?

R. Sì, ma è impossibile aderire senza un’adeguata retribuzione. Per questo motivo bisogna concentrarsi sulla quantità e qualità del lavoro, per fare incontrare domanda e offerta a un livello più alto. Invece, continuiamo a pensare all’occupazione in termini di sostituzione: se entra uno deve uscire un altro. Ma così non aumentiamo i lavoratori, anzi li riduciamo senza risollevare il Paese. Non è un caso se il Fondo monetario dice che siamo di fronte a una nuova recessione.

D. Monti è subentrato a Berlusconi proprio in un momento di crisi economica. Adesso che è tornato il centrodestra, teme che la storia si ripeta?

R. Penso che Giorgia Meloni sia più intelligente di alcuni suoi alleati. Sa che se si brucia sarà difficile recuperare la carriera politica. Quindi, sarà più prudente di chi, nel 2011, ha portato l’Italia vicino al collasso finanziario. Certo, deve tenere a bada i partiti che non comprendono i meccanismi del bilancio pubblico. Ma con i voti che ha ottenuto ci riuscirà.

D. Si dice che Giorgia Meloni voglia affidare ai tecnici i ministeri di peso. È la scelta giusta?

R. I governi devono essere politici. I tecnici spesso vengono usati e gettati sulla pubblica piazza per suscitare le ire degli elettori. Detto questo, in alcuni ministeri potrebbero essere d’aiuto, perché sanno tenere a bada i politici meno responsabili. Dunque, se Giorgia Meloni trovasse due/tre tecnici per i ministeri chiave, farebbe bene a inserirli nella sua squadra. (riproduzione riservata)
Fonte: