L’Agenda di tutti

A cavallo tra un governo e un altro, a Roma capita di incontrare una figura di tecnico, che, come Mario Draghi, sembra un marziano sbarcato sul pianeta della politica. Eppure, anche venendo da un altro mondo, ha molte cose da dire. È il caso di Vittorio Colao, ministro dell’Innovazione tecnologica e della transizione digitale, intervistato da chi scrive nelle antiche sale dell’Istituto Sturzo ad un convegno dell’Università Europea sulle piattaforme digitali. Il resoconto per i lettori di Milano Finanza è parte della lunga chiacchierata, promossa dalla professoressa Valeria Falce, esperta di diritto della concorrenza.

Domanda. Ministro Colao, a che punto è la digitalizzazione del Paese e che situazione lascia a chi verrà col nuovo governo?

Risposta. Prima di risponderle, una premessa. Credo che se continuiamo ad andare avanti con l’approccio che i giuristi parlano di Antitrust, gli economisti di dominanza, gli ingegneri di innovazione, i filosofi della politica di diritti individuali e di rapporti sociali e i politici si preoccupano dei risultati delle elezioni, questa cosa porterà delle divergenze pazzesche che poi non si riusciranno a riconciliare.

D. La premessa non è incoraggiante. Che situazione ha trovato?

R. Innanzitutto non così male come a volte si descrive. Certo, c’è l’indice Desi (Digital Economy and Society Index, ndr) che dice che siamo tra i peggiori d’Europa ma stiamo recuperando e vi garantisco che saliremo anche l’anno prossimo. Però è fuori di dubbio che abbiamo delle cose da fare.

D. Quali, in concreto?

R. Paradossalmente grazie al Pnrr abbiamo messo degli obiettivi a marzo del 2021 quasi più ambiziosi di quelli europei e l’abbiamo fatto non tanto sui numeri da raggiungere ma sui tempi. L’abbiamo fatto proprio perché il meccanismo del Pnrr è un meccanismo virtuoso che porta delle milestone precise sui tempi e quindi ci si arriverà. Partiamo da una situazione di connettività non tra le migliori d’Europa. Abbiamo relativamente poca fibra, abbiamo un 4G buono, 5G non eccellente, abbiamo poco cloud. Il tema del cloud, soprattutto, è un tema importante: perché finché si parla di infrastrutture, scusi se banalizzo, si tratta di fare buchi e mettere antenne.

D. Ma il cloud non è fare dei buchi…

R. Esatto. Ci sono molti problemi connessi. Il cloud è un problema di mentalità, di cultura, di migrazione, di capire che non bisogna spostare delle applicazioni ma cambiare i processi con cui si gestiscono le cose. E questa è la vera, enorme, sfida culturale italiana. Partivamo però francamente con delle buone basi messe dalle persone che ci hanno preceduto, per esempio, sul tema dell’identità digitale.

D. Com’è la situazione dell’identità digitale?

R. Non siamo tanto indietro rispetto al resto d’Europa, 32 milioni di identità digitali vuol dire 43% della popolazione italiana. Non è male, anzi. Ho avuto la mia situazione pensionistica in 2 minuti dall’Inps, mentre in Inghilterra, dove ho lavorato 16 anni, ci ho messo due mesi ad avere la stessa roba. Non avevo il passaporto giusto, c’erano dei motivi pratici, però alla fine i 2 minuti sono 2 minuti. Adesso Milano sta sperimentando le notifiche anche sulle multe e sui permessi. Se riusciremo, a dicembre partirà la piattaforma notifiche nazionali su tutto il domicilio digitale. La vita della pubblica amministrazione deve essere più soddisfacente per i dipendenti ma anche più rapida per i cittadini. Non siamo indietro da questo punto di vista, anzi, forse siamo avanti rispetto agli altri paesi europei. Questo va detto con forza, ma non per dire che siamo stati bravi, ma per ricordare che abbiamo creato le condizioni, perché chi arriverà dopo di noi possa veramente completare il lavoro e veramente accelerare.

D. Il Covid ha mostrato il ruolo fondamentale della sanità digitale.

R. È un tema molto importante. Abbiamo fatto un grande lavoro per omogeneizzare il fascicolo nazionale e per creare un’architettura che è stata approvata per condividere in maniera sicura i dati. Stiamo partendo con alcune gare per fare telemedicina, che ovviamente funziona solo se si è digitalizzati. Qui c’è la prima grande sfida culturale.

D. Quale?

R. Vogliamo avere una medicina preventiva in Italia? Qualcuno se la sente di dire no grazie, non voglio che questo Paese mi avvisi se io vado a rischio? Se c’è un’applicazione creata da un esperto di intelligenza artificiale che mette assieme i miei dati, dagli esami clinici a quello che misura il mio iWatch, se fumo, la mia età, dove vivo, cosa faccio e quant’altro, questa app può arrivare a dirmi: attenzione, sei a rischio cardiaco oppure sei a rischio colesterolo. Questa possibilità la vogliamo o no? Questa è una domanda, che sembra una sciocchezza, è un quesito ancora senza una risposta chiara oggi in Italia. Io, come hacker di Stato, dico: certo che la voglio la sanità digitale.

D. Ci sono blocchi nell’amministrazione che impediscono questo sviluppo?

R. Serve quell’approccio integrato di cui parlavo prima. Perché ci sono i principi, le leggi, c’è il discorso dello scoring delle persone, ci sono le compagnie di assicurazioni che ovviamente lo vogliono per scopi diversi e quindi bisogna stare attenti a capire. La vera sfida è culturale. Io penso che il Paese sia più pronto di quello che noi crediamo. La risposta che abbiamo avuto dai Comuni e dalle Asl è buona. Ma i pezzi, quei pezzi di Stato che citavo all’inizio, il sistema giuridico, il sistema economico, il sistema dei principi della politica, filosofico-sociali, devono dialogare. E poi, ad un certo punto, qualcuno deve decidere. Questa è la politica. Ovviamente noi abbiamo spinto il fascicolo sanitario integrato, la telemedicina e la gestione del domicilio digitale della sanità. Però poi qualcuno deve dire se vogliamo mandare o no le notifiche a casa a tutti.

D. Chi frena questo sviluppo?

R. Non vorrei che un pezzo dello Stato dica “no” a questo sviluppo digitale perché devo difendere le mie cinque persone, le mie sette raccomandate e i miei 12mila dipendenti che fanno questa cosa in un modo diverso. Quindi siamo di fronte ad un bivio: possiamo decidere come Paese di continuare nel salto in avanti oppure continuare a vivacchiare.

D. A che punto è il Pnrr?

R. Direi che sta andando bene. Abbiamo posto tutte le milestone e il presidente Draghi ci ha chiesto di accelerare. Può darsi anche che riusciremo a fare a ottobre qualche cosa che era previsto per dicembre. Francamente sono convinto che abbiamo messo delle buone basi, però sono 18 mesi su cinque anni. È come quando decolla un aereo, dopo il decollo deve andare al massimo per evitare lo stallo. Noi abbiamo fatto decollare il Pnrr.

D. Sul digitale cosa avete fatto per il Pnrr?

R. Penso che sulla connettività abbiamo stupito tutti, in dodici mesi siamo passati dalla mappatura ai contratti firmati. Quindi adesso si tratta di farle, le cose. Abbiamo varato leggi per semplificare l’installazione delle reti e firmato il contratto per il cloud nazionale.

D. C’è un metodo Pnrr?

R. Sì, avere tempi e obiettivi da centrare entro un certo tempo. E come nella vita c’è un costo se non rispetti i tempi di quello che fai: perdi soldi. Si tratta di un normale buon metodo gestionale.La base c’è, abbiamo davanti tre anni e mezzo di grande lavoro.

D. Potrebbe servire una figura tipo quella del generale Figliuolo per il Covid per traghettare la vostra esperienza verso il nuovo esecutivo?

R. A voi giornalisti piacciono queste immagini forti e lungi da me, avendo fatto la scuola alpina e ammirando molto Figliuolo, dire che non serve un Figliuolo. Ma non serve un commissario, serve molto di più: la capacità di coordinamento orizzontale e trasversale. Occorre avere un’orchestrazione, un’architettura condivisa, che è quello che abbiamo cercato di fare all’ultimo Comitato per l’innovazione digitale, dove abbiamo stabilito chi fa cosa. Non è un tema di commissario.

D. Allora la difficoltà dove è, anche per il prossimo governo?

R. Dobbiamo convincere ogni pezzo dello Stato a prendere in carico le proprie responsabilità. Più che un commissario è una questione di design authority. Serve un’autorità che dica: è roba tua, la fai tu.

D. Esisteva l’agenda Draghi?

R. Io non l’ho vista. Il presidente Draghi quando mi chiamò a febbraio con una certa ipotesi, gli dissi che secondo me era meglio un’altra ipotesi di organizzazione. Lui si è convinto e così poi mi ha dato delle persone e mi ha permesso di assumerne altre. Mi è stato dietro in tutti i momenti in cui serviva l’autorità di orchestrare qualcosa.

D. Lei e Draghi venite da un altro mondo rispetto alla politica. Vi siete detti qualche volta, Madonna mia com’è difficile governare?

R. Con Draghi no, con i miei colleghi tutti i giorni.

D. Draghi visto da vicino?

R. Molto razionale anche su temi che non sono i suoi. Ed è estremamente capace di distillare l’essenza del punto, e dire questo è giusto. Così ti senti veramente sostenuto. L’orchestrazione del disegno complessivo è molto importante. Esempio: ddl concorrenza. Il premier non va a parlare dei dettagli, ti dice: quella è roba tua: arrangiati.

D. Quindi autorevole capacità di sintesi.

R. Grandissima capacità di sintesi, un po’ di umorismo anche. Che devo dire? Lo apprezzo molto.

D. La nostra architettura digitale in questa fase così drammatica, con la guerra e penetrazioni di ogni tipo è al sicuro?

R. Solo uno col tasso alcolico altissimo può dire che siamo perfettamente al sicuro. C’è un bellissimo detto inglese in fatto di cybersecurity: “you must always run because they find you” (devi correre sempre perché ti trovano, ndr). Per questo devi continuare a migliorare in sicurezza, come abbiamo fatto col Pnrr e con un’Agenzia di cybersecurity, la quale con Roberto Baldoni sta facendo anche tutte le dislocazioni territoriali che ti permettono di andare, da una parte, a monitorare i gangli più vulnerabili e, dall’altra, a intervenire rapidamente. Non saremo mai in completa sicurezza, ma dobbiamo alzare il livello di sicurezza.

D. È la risposta canonica. Siamo in sicurezza in Italia?

R. La risposta è no, perché la migrazione al cloud è ancora molto bassa ed è fuori di dubbio che un sistema mantenuto, diciamo in cloud, è un cloud sicuro. È chiaro che quanto più si va verso Fort Knox, tanto più si è sicuri, ma anche a Fort Knox alla fine c’è qualcuno che ha la chiave.

D. L’intelligenza artificiale avrà un impatto molto forte nell’economia digitale?

R. Io distinguerei: il digitale abilita tutto, la AI è invece una delle maniere per abilitare tutto. Io penso che ci sia una enorme opportunità che deriverà da questa intelligenza digitale e dalla capacità di computing power nell’identificare, in maniere insospettate e non visibili, la migliore allocazione di risorse. Penso ai temi ambientali, all’efficienza dei nostri sistemi di trasporto e a quella del riscaldamento, alla produzione industriale.

D. Si ridurrà il lavoro con l’intelligenza artificiale?

R. Sicuramente ci sono una serie di livelli decisionali operativi che scompariranno, ma anche un sacco di altri servizi che invece nasceranno di fianco al posto che scompare. Il vero tema è quello delle competenze, per questo abbiamo bisogno di più gente che studi. E per questo abbiamo introdotto il Fondo Repubblica Digitale, che è già operativo. Non possiamo continuare a fare formazione in questo paese dicendo ti insegno a digitare dei nomi, ti insegno a fare un mestiere diverso.

L’intervista si conclude qui. Se il governo futuro di Giorgia Meloni cercherà ancora un alpino, ma per il Pnrr, sa dove trovarlo. (riproduzione riservata)
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