Cribis-Crif: tra le imprese dopo 3 anni torna a crescere il tasso di default

di Marco Capponi
Iniziano a emergere segnali di tensione finanziaria per le imprese, anche a livello di crediti deteriorati. Una dinamica strettamente collegata con la fine dei piani di preammortamento della finanza agevolata varati in risposta alla pandemia, ma che potrebbe iniziare a riflettere anche le difficoltà esplose con i rincari delle materie prime e la corsa dei prezzi dell’energia. Il quadro emerge dalla quarta edizione dell’Osservatorio Npe di Cribis Credit Management (gruppo Crif), che ha rilevato come a giugno 2022 i tassi di default bancari abbiano registrato un aumento per la prima volta da giugno 2019, periodo precedente alla pandemia e quindi agli interventi governativi a sostegno del credito.

«Dopo aver toccato i minimi storici», ha commentato Alberto Sondri, executive director di Cribis Credit Management, «tornano ad aumentare i tassi di default creditizi: la fine dei preammortamenti del Mediocredito Centrale ha determinato e determina progressivamente un aumento degli impegni medi finanziari mensili». Entrando nel dettaglio, nel corso del 2022 sono cresciuti i crediti classificati come Stage 2, cioè quelli ancora performing ma che mostrano un incremento significativo del rischio di credito, colpendo in particolare settori come costruzioni e infrastrutture, servizi e commercio. Più sicure, d’altro canto, le società chimico-farmaceutiche e quelle estrattrici di petrolio e gas, a sottolineare probabilmente il beneficio che stanno traendo dai rincari. Per quanto riguarda invece le inadempienze probabili, i crediti unlikely-to-pay (utp) sono stati confermati i trend in atto già a fine 2021: servizi finanziari, immobiliare, costruzioni e intrattenimento sono i settori più presenti, mentre farmaceutica, elettronica e chimica rimangono i più immuni.

L’analisi si è infine focalizzata, in partnership con Credit Village, sull’andamento delle cessioni dei crediti. Nel primo semestre del 2022 sono state effettuate operazioni per circa 19 miliardi di euro, di cui l’84% collegata a portafogli npl e il 16% a utp. (riproduzione riservata)
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