Crediti deteriorati in aumento

LO SCENARIO DELINEATO DALLA 4ª EDIZIONE DELL’OSSERVATORIO NPE DI CRIBIS CREDIT MANAGEMENT

di Antonio Longo
Dopo tre anni, torna a peggiorare la capacità da parte delle imprese di onorare i propri debiti con le banche. Ma ciò avviene con pesi diversi a seconda dei comparti. Infatti, il settore delle costruzioni e delle infrastrutture e quello dei servizi manifestano i maggiori rischi di insolvenza. I settori, invece, in cui si registra una quota ridotta di esposizione sono quelli di estrazione olio e gas, chimica e il comparto farmaceutico. È quanto si rileva dalla lettura della quarta edizione dell’Osservatorio Npe di Cribis Credit Management che fornisce una visione complessiva sul mercato dei Non performing exposure, ossia i crediti deteriorati. Nello scorso mese di giugno, il mercato ha fatto registrare, per la prima volta da anni, un incremento dei tassi di default per i crediti concessi a famiglie e imprese. A giudizio degli analisti la causa di tale andamento è da ricollegare anche alla fine dei piani di preammortamento della finanza agevolata. Un trend simile risale a giugno 2019, in un periodo antecedente la pandemia e gli interventi governativi a sostegno del credito. «Il sistema economico ha reagito all’emergenza pandemica facendo leva sugli aspetti che caratterizzano il panorama italiano: ricchezza privata e capacità di risparmio, tessuto imprenditoriale già frutto di selezione delle precedenti crisi, basso indebitamento, iniziative d’aiuto pubbliche», osserva Alberto Sondri, executive director Cribis Credit Management, «il secondo trimestre 2022 mostra, però, i primi segnali di tensione finanziaria per le imprese. Dopo aver toccato i minimi storici, tornano, infatti, ad aumentare i tassi di default creditizi. La fine dei preammortamenti dei crediti Mcc (Medio credito centrale) ha determinato e determina progressivamente un aumento degli impegni medi finanziari mensili».

Stage 2 e Utp. Nel corso del 2022 si è registrato un aumento dei volumi dei crediti classificati “Stage 2”, ossia crediti performing che manifestano un incremento significativo del rischio di credito, e in “Utp” (Unlikely to pay), ossia le inadempienze probabili. Dall’analisi della quota di esposizioni per natura giuridica emerge che il 68% è collegabile a società di capitali. Per quanto riguarda le inadempienze probabili, l’analisi dell’osservatorio conferma i dati risalenti a fine 2021, quindi tra i settori più a rischio si evidenziano quelli dei servizi finanziari, il settore immobiliare, le costruzioni e l’intrattenimento. Settori che manifestano più di altri gli effetti negativi che la crisi pandemica ha causato. Quelli meno a rischio sono, invece, l’industria farmaceutica, elettronica e chimica.

Le incognite sul mercato della cessione di crediti. Dall’analisi effettuata, in partnership con Credit Village, sui primi sei mesi dell’anno in corso, emerge che sono state effettuate operazioni di cessioni di crediti “problematici” per circa 19 miliardi di euro, di cui l’84% collegata a portafogli Npl, ossia prestiti non performanti, e il restante 16% a Utp. «Il primo semestre 2022 del mercato delle cessioni di Npe è stato in linea con le previsioni anche se sui volumi totali ha inciso la maxi-cartolarizzazione con Gacs (Fondo di garanzia sulla cartolarizzazione delle sofferenze, ndr) di Intesa per 8,4 miliardi di euro di Gbv (valore nominale lordo, ndr)» commenta Roberto Sergio, a.d. di Credit Village e direttore scientifico dell’Osservatorio Nazionale Npe Market, «forti, però, sono le incognite che pesano sul mercato legate alle dinamiche inflazionistiche e alla crisi energetica. L’aumento dei tassi influenzerà significativamente il costo del funding e, quindi, potrebbero verificarsi serie difficoltà nel matching delle aspettative di seller e buyer sul prezzo di cessione, portando così a un allontanamento dal mercato di tutta una serie di investitori. Le ripercussioni, invece, del caro bollette, in assenza di adeguati interventi, rischia di alimentare una nuova ondata di flussi di crediti verso lo Stage 3, oltre a ripercussioni negative sui business plan delle operazioni di cessione già completate». Lo Stage 3 riguarda i crediti più rischiosi, ossia le inadempienze probabili e le sofferenze.

Esecuzioni immobiliari tornate ai livelli pre – crisi. Nel 2022 sono stati iscritti più di 200 mila nuovi procedimenti giudiziali in ambito esecutivo e concorsuale, in contrazione del 16% rispetto al 2021. In tale ambito, infatti, sono circa 22 mila le nuove procedure esecutive immobiliari avviate da gennaio ad agosto, diminuite dell’8% rispetto al 2021, e quelle concorsuali che hanno toccato quasi quota 18 mila, in calo del 23% rispetto all’anno precedente. In aumento, invece, le procedure esecutive mobiliari (+ 12%) che arrivano a quota 180 mila nei primi otto mesi dell’anno. Segno più anche per l’andamento delle esecuzioni immobiliari, segmento tornato ai livelli pre – pandemici, avendo registrato più di 100 mila aste giudiziarie effettuate, in aumento del 13% rispetto allo stesso periodo del 2021. Anche i valori immobiliari sono cresciuti del 22% circa, con una media di valori a base d’asta pari a circa 124 mila euro.

In calo le liquidazioni giudiziali. Numeri del rapporto alla mano, nei primi mesi del 2022 il trend delle liquidazioni giudiziali risulta in calo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (-19%). Nei primi 9 mesi dell’anno sono stati iscritte nei tribunali italiani circa 5.405 procedure di liquidazione giudiziale. Tale calo percentuale è diffuso su tutto il territorio italiano e, in generale, lo stock è distribuito per il 26% nel centro Italia, il 24% al sud, il 23% nel nord-ovest, il 15% nel nord-est e il restante 12% nelle isole. A causa del deterioramento del quadro economico generale, il trend potrà subire un’inversione nel prossimo futuro a meno che non si attivino gestioni proattive delle situazioni più in difficoltà, sfruttando anche gli strumenti messi a disposizione dal nuovo codice della crisi d’impresa.

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