Il conflitto grava su chi fa export

LO RILEVA IL CENTRO STUDI TAGLIACARNE PER SACE: QUASI IL 40% PUNTA SULLE RISORSE DEL PNRR
di Tancredi Cerne
Esportatrici, di grandi dimensioni e attive nei comparti alimentare, moda e arredamento. È l’identikit delle imprese italiane che stanno risentendo più di altre dei contraccolpi della crisi energetica e delle tensioni geopolitiche. A generare le maggiori difficoltà, per quasi la totalità delle imprese esportatrici (90%), l’aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia, un problema sentito in misura paritetica anche dalle realtà imprenditoriali che non vendono oltre confine. Per sostenere la propria competitività, intanto, il 21% delle aziende dedite all’export si è già attivato per utilizzare le risorse del Pnrr (contro l’11% di quelle che si limitano al mercato interno italiano).
È il quadro emerso da una indagine condotta dal Centro Studi Tagliacarne per Sace, analizzando un campione di 3.000 imprese manifatturiere con un numero di addetti inferiore a 500 unità. «Dopo un 2020 segnato dall’emergenza pandemica, lo scorso anno si era chiuso sotto i migliori auspici, all’insegna della ripartenza dell’economia globale», hanno spiegato Filippo Giansante e Alessandra Ricci, rispettivamente presidente e ceo di Sace. «A inizio 2022 questo scenario è nuovamente cambiato e in maniera repentina. Alle criticità connesse alle catene globali del valore si è aggiunto lo scoppio del conflitto in Ucraina, con forti pressioni sui prezzi e con diffusi impatti sugli equilibri geoeconomici mondiali. Tutto questo ha reso più costosa e rischiosa ogni attività di impresa, a partire dall’export. Ma è proprio in questo contesto di discontinuità che è fondamentale tenere la rotta, restare ben ancorati alle nostre migliori energie e punti di forza. E l’export, tratto distintivo dell’economia italiana, è senz’altro uno di questi». Secondo l’analisi realizzata da Sace, è emerso, intanto, che il 19% delle imprese esportatrici sta subendo un pesante impatto derivante dal conflitto rispetto al 14% evidenziato dalle imprese non esportatrici, con effetti negativi che risultano tanto maggiori quanto più alto è il grado di apertura internazionale. All’interno del variegato scenario italiano, dunque, alcuni comparti sembrano soffrire più di altri. Tra questi spicca l’industria che risente pesantemente dell’aumento dei prezzi di materie prime ed energia. Una situazione che colpisce nove imprese su dieci. Ma anche il 90% delle aziende dei comparti della moda e dell’arredamento ha dichiarato di subire l’aumento dei prezzi dell’energia. Sul fronte dimensionale, invece, in base alle rilevazioni del Centro Studi Tagliacarne, sono le grandi imprese (tra 250 e i 499 addetti), quelle più in difficoltà per l’aumento dei prezzi energetici (89% contro 84% delle piccole), anche a causa dei livelli più elevati di consumi. Mentre l’approvvigionamento energetico preoccupa un’impresa alimentare su cinque, quello delle materie prime è un problema rilevante in particolare per la filiera dell’auto (55%). Ma in questo caso le grandi aziende sembrano assorbire meglio l’impatto, potendo contare su una rete di subfornitura diversificata a livello globale. «Le imprese esportatrici sono le più attrezzate a rispondere a questi tipi di shock sia in termini di copertura finanziaria che di commodity risk management», si legge nello studio. «Il 62% degli intervistati ha fatto sapere di disporre di strumenti per far fronte a possibili scenari di crisi (contro il 54% nel caso delle non esportatrici), mentre il 56% ha quantificato le possibili perdite in caso di interruzione della catena di fornitura prevedendo strategie di contrasto». Ma esiste anche un elemento di speranza in uno scenario quantomeno cupo. «Finora le imprese hanno manifestato resilienza perché sono riuscite a trasferire sui prezzi di vendita almeno parte dell’aumento dei prezzi all’importazione», ha spiegato Gaetano Fausto Esposito, direttore del Centro Studi Tagliacarne. «La diminuzione delle quantità esportate, unita al rallentamento del ritmo di crescita del commercio mondiale, inducono però a guardare con una certa cautela alle prospettive future del nostro export». Secondo l’analisi di Sace, tuttavia, esistono alcuni mercati dove il nostro export sembra destinato a mostrarsi particolarmente vivace. È questo il caso, per esempio, di Dubai all’indomani di Expo, negli Emirati Arabi, o in Arabia Saudita. Speranze arrivano anche dal Messico e dalla Colombia dove le imprese italiane potranno cogliere opportunità di fornitura integrandosi nelle catene di approvvigionamento in settori che vanno dagli apparecchi elettrici ai mezzi di trasporto, dalla chimica all’agroalimentare. Se in Asia le potenzialità di mercato cinese si mantengono alte nonostante un contesto meno favorevole di prima, le esportazioni italiane potranno beneficiare della nuova crescita del tessuto industriale del Vietnam, specialmente nel tessile e nella lavorazione di cuoio e pelli. Mentre in India, oltre ai settori interessati dai piani di sviluppo infrastrutturale, le nostre vendite di beni intermedi, come la chimica e la farmaceutica, sono destinate a godere del rapido sviluppo di alcune industrie locali nel food processing e nella cura della persona. «Nuova Delhi rappresenta anche uno dei mercati alternativi per il rifornimento strategico di alcune materie prime come argilla, ghisa, ferro e acciaio», hanno sottolineato da Sace. Tra i Paesi avanzati, gli Stati Uniti daranno ulteriore spinta alla transizione energetica, da cui potranno derivare opportunità per le imprese operanti nei settori della meccanica strumentale e degli apparecchi elettrici.
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