Il clima ora minaccia i fatturati

LO SCENARIO DELINEATO DAGLI STUDI DI CRIF – RED E BANCA D’ITALIA SUI CAMBIAMENTI AMBIENTALI
di Fabrizio Milazzo
Un’impresa italiana su tre è esposta al rischio di perdite economiche significative a causa di fenomeni naturali. Nei prossimi 30 anni tali perdite aumenteranno di circa il 10% e, nel 2050, il 7% delle aziende sarà a rischio perdite per ondate di calore, con punte fino al 55% nel Sud Italia. È lo scenario delineato in uno studio condotto da Crif – Red, che analizza gli impatti dei rischi naturali e dei cambiamenti climatici sulle aziende a supporto delle compagnie assicurative. A cui si aggiunge la stima della Banca d’Italia secondo cui a parità di altre caratteristiche, le imprese localizzate in comuni colpiti da frane o alluvioni registrano, in media, una probabilità di fallimento superiore del 4,8% rispetto alle aziende in comuni non colpiti.

Polizze assicurative contro i rischi climatici ancora poco diffuse. I fenomeni naturali, siano essi legati al clima o meno, hanno causato e continueranno a causare impatti sulla salute umana, sulle proprietà, sulle aziende e sull’economia in generale. In questo scenario, i rapidi cambiamenti climatici già in corso stanno portando a una revisione del paradigma attraverso il quale si valutano gli impatti e i danni dei fenomeni naturali, a causa dei mutamenti della pericolosità e del rischio a cui sono esposte aziende e famiglie. In base alle stime degli esperti di Crif -Red, in tale scenario i rischi fisici causano alle aziende italiane una perdita attesa di circa l’1% di fatturato all’anno. Nello specifico, lo studio ha stimato la probabilità che si verifichino perdite economiche, siano esse costi di riparazione di danni, mancati introiti o costi da interruzione di servizio, innescate da fenomeni naturali. L’indagine, in particolare, copre 17 rischi climatici e aggiunge la valutazione della rischiosità legata al terremoto, data la sua significativa rilevanza sul territorio italiano e non solo. «Si stima che nel 2021 i disastri naturali abbiano causato più di 10 mila morti e 250 miliardi di dollari di danni economici in tutto il mondo», evidenzia Giuseppe Dosi, head of insurance di Crif, «in Italia, sebbene la numerosità e sinistrosità degli eventi meteorologici catastrofali sia in crescita, la penetrazione delle polizze a garanzia contro perdite innescate da eventi climatici rimane marginale. Secondo dati Ania, le coperture assicurative per le catastrofi sono ancora scarsamente diffuse». Sul mercato si assiste, quindi, a una sottostimata percezione di pericolo da parte delle aziende e a una offerta sul mercato di prodotti a tutela del rischio da eventi naturali non ancora perfettamente adeguata .

La mappa del rischio. I dati dello studio rivelano che i cambiamenti nella pericolosità non sono uniformi in tutto il territorio italiano. Con riferimento ad alcuni dei rischi fisici tra i più tipici, gli analisti hanno individuato le 10 province più esposte, in termini di percentuale di aziende esposte a livelli di rischio alto o molto alto, alle frane, alle inondazioni e alle forti precipitazioni. Per quanto riguarda il rischio frane, lo studio rivela che le province interamente ubicate in zone montuose, in particolare nelle Alpi, sono quelle più esposte. Aosta, Sondrio, Trento e Belluno presentano più del 40% delle loro aziende esposte a un rischio alto. Il rischio inondazione è elevato nelle province ubicate nella bassa valle del Po (Rovigo e Ferrara), in zone costiere a scarsa elevazione (Gorizia) o in zone caratterizzate da piogge torrenziali e inondazioni improvvise (Genova e Catania). In termini di forti precipitazioni, la provincia più esposta è quella di Verbano-Cusio-Ossola, che presenta sia rischio di forti nevicate che di grandine, seguita da Lecce e Siracusa, dove il regime di precipitazioni è particolarmente intenso e sono frequenti anche le grandinate. Il rischio da ondate di calore, per il quale si presentano i dati estratti in condizioni di clima previsto per il 2040 – 2049, data la forte influenza del riscaldamento globale su questo fenomeno, risulterà più omogeneo tra i territori pur interessando maggiormente le province nel Sud Italia e quelle della valle del Po. Da un punto di vista settoriale, invece, agricoltura, commercio e logistica risultano essere i settori maggiormente colpiti nel contesto prospettico. Al contrario, il settore servizi è quello con il minor numero di aziende esposte ad almeno un rischio alto. Ciononostante, anche nel settore più resiliente tra tutti, la percentuale di imprese a rischio alto su almeno un pericolo supera il 25%.

Le perdite economiche attese. Lo studio presenta una quantificazione delle perdite medie annue attese derivanti dagli impatti dei rischi fisici che permettono di trarre alcune conclusioni preliminari ma significative.

Si stima che la perdita media annua attesa causata da inondazioni, terremoti, frane e vento estremo sia circa pari allo 0,65% del fatturato odierno delle aziende. Il dato è ancora più significativo se si considera che, per effetto del cambiamento climatico, tali perdite cresceranno al 2050 di circa l’8%. «Esiste un gap tra la grande disponibilità di informazioni e dati riguardo ai fenomeni naturali, come quelli climatici, e il bisogno di quantificare le loro conseguenze in termini economici concreti», osserva Mario Martina, scuola superiore Iuss e Red director, «questo è ancora più evidente ed emergente per le attività economiche del nostro territorio. Per colmare questo gap è necessario da una parte utilizzare avanzati modelli matematici che traducano a una scala locale gli impatti degli eventi naturali e, dall’altra, piattaforme informatiche flessibili che li sappiano combinare con tutti gli altri dati economici, tecnici e ambientali necessari per una stima quantitativa, seppure inevitabilmente affetta da incertezza, del rischio».

Il rischio idrogeologico incide sulle performance aziendali. Le imprese localizzate in comuni colpiti da frane o alluvioni registrano, in media, una probabilità di fallimento superiore del 4,8% rispetto alle aziende in comuni non colpiti.

Tale effetto si concentra sulle imprese di dimensioni micro e piccole mentre non è rilevante per quelle medio – grandi. Con riferimento alla performance delle imprese sopravvissute, nei tre anni successivi allo shock, i ricavi e gli addetti sono in media inferiori rispettivamente del 4,2% e dell’1,9% rispetto a uno scenario di assenza di frane o alluvioni. Il calo del fatturato si manifesta a partire dall’anno in cui si verifica l’evento avverso, quello del numero di occupati dall’anno successivo. Gli effetti si protraggono negli anni seguenti per poi essere sostanzialmente assorbiti dopo circa 4 – 5 anni. È quanto emerge dalla lettura del volume “Gli effetti del cambiamento climatico sull’economia italiana”, curato dalla Banca d’Italia, che comprende 17 lavori di ricerca che misurano l’impatto delle variazioni climatiche sull’attività economica e analizzano alcune delle politiche per l’adattamento e la mitigazione. A livello internazionale sono state prodotte molte evidenze che mostrano come l’aumento delle temperature influisca negativamente sull’attività economica attraverso un’ampia gamma di canali quali la contrazione della produzione agricola, la riduzione della produttività dei lavoratori, la flessione degli investimenti in alcuni settori più sensibili alle conseguenze del riscaldamento globale. L’aumento del numero di giorni in cui si riscontrano temperature elevate riduce il tasso di entrata sul mercato di nuove imprese e ne aumenta il tasso di uscita. Si consideri che il numero di giorni con temperature estreme è cresciuto in maniera sensibile in Italia, passando da poco più di 20 giorni all’inizio degli anni Novanta a quasi 40 negli anni più recenti. Inoltre, una peggiore qualità dell’aria causa un maggior numero di infortuni sul lavoro, soprattutto nelle attività che si svolgono all’aperto. Sul fronte delle azioni da mettere in campo, gli esiti della ricerca certificano che l’offerta di credito aumenta la propensione delle imprese ad effettuare investimenti in tecnologie verdi. Tale impatto è maggiore nelle aree in cui è più forte la consapevolezza dei temi ambientali e maggiore il coinvolgimento dell’operatore pubblico nel finanziare la transizione ecologica.
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