Zero emissioni? Una chimera

EMERGE DAL MONITORAGGIO DI ACCENTURE SULL’IMPEGNO DELLE AZIENDE VERSO IL COSIDDETTO NET-ZERO
di Tancredi Cerne
Bisogna spingere sull’acceleratore per presentarsi in regola all’appuntamento del 2050: solo il 5% delle aziende riuscirà a raggiungere il traguardo delle zero emissioni nei tempi previsti o prima. Se è vero, infatti, che negli ultimi due anni l’impegno delle imprese per abbattere la propria impronta inquinante ha registrato una forte impennata, con quasi il 30% impegnato a raggiungere l’obiettivo delle emissioni «net-zero» entro i prossimi 30 anni, è vero anche che una buona quota di aziende deve ancora innalzare notevolmente il livello di attenzione nei confronti dell’ambiente. È l’avvertimento contenuto nello studio realizzato da Accenture, analizzando i dati relativi alle emissioni inquinanti di 1.022 tra le maggiori società quotate d’Europa e proiettando i potenziali percorsi di riduzione dei fattori inquinanti nel corso dei prossimi decenni.

Secondo gli analisti il punto di partenza è quello di fissare un obiettivo concreto di abbattimento delle emissioni. Così facendo è possibile accelerare la transizione verso il traguardo net-zero, che si realizza quando un’azienda annulla le emissioni di CO2 e altri gas serra o compensa quelle residuali per raggiungere un equilibrio tra le emissioni prodotte e quelle eliminate dall’atmosfera. «Nell’ultimo decennio, le aziende che hanno fissato l’obiettivo net-zero hanno ridotto le proprie emissioni in media del 10%, mentre quelle senza alcun target ne hanno registrato, all’opposto, un aumento», hanno sottolineato gli esperti di Accenture. A guidare la classifica dei Paesi virtuosi, il Regno Unito e la Spagna, entrambi con il 37% di società quotate con un obiettivo net-zero già fissato per la riduzione delle emissioni di scope 1 (dirette), scope 2 (prodotte dalla generazione dell’energia acquisita, dai consumi di elettricità, vapore, riscaldamento e raffreddamento) e scope 3 (indirette prodotte nella catena del valore di un’azienda). Seguono Germania (27%), Italia (23%) e Francia con il 18%.

Ma quali sono gli obiettivi temporali che si sono date le aziende per raggiungere l’importante traguardo delle zero emissioni? Secondo Accenture, la media europea si attesta al 2043. Data che per l’Italia scende, fermandosi al 2041. «Il net zero va gestito come qualsiasi priorità aziendale strategica», ha spiegato Jean-Marc Ollagnier, numero uno di Accenture Europe. «È necessario fissare obiettivi chiari che possano guidare l’intera organizzazione verso la stessa direzione, monitorando i progressi per correggere la traiettoria a seconda delle esigenze. Inoltre, rendere pubblici gli obiettivi aiuta a creare lo slancio collettivo di cui abbiamo bisogno, dal momento che le aziende non possono risolvere questa sfida da sole».

In termini settoriali, le aziende ad alta intensità di carbonio, come quelle petrolifere o chimiche, hanno fissato l’obiettivo net-zero al 2050, mentre nel settore dei servizi la maggior parte delle imprese punta a raggiungere il traguardo delle zero emissioni entro il 2035. Ma è necessaria una accelerazione, appunto: solo il 5% delle imprese, infatti, risulta essere in linea per il raggiungimento dei propri target. Secondo i risultati dell’analisi di Accenture, infatti, solo una impresa su 20 tra quelle prese in esame sta proseguendo lungo il cammino prefissato per raggiungere i propri target relativi alle emissioni scope 1 e 2, a patto di mantenere il ritmo di riduzione delle emissioni conseguito tra il 2010 e il 2019. E solo il 9% ha oggi buone probabilità di raggiungere il traguardo entro il 2050.

«Sette industrie, principalmente nei settori dei servizi professionali, dell’informazione e delle comunicazioni, saranno sulla traiettoria corretta per il raggiungimento dell’obiettivo net-zero entro il 2050 solo se in questo decennio saranno in grado di raddoppiare la velocità di riduzione delle emissioni, accelerando poi ulteriormente dal 50 al 70% nei successivi 10 anni», si legge nel documento di Accenture. «Un’accelerazione ancora più radicale sarà poi richiesta nel caso dei cinque settori responsabili del 42% dei gas serra emessi dal totale delle aziende incluse nel campione della ricerca (automotive, costruzioni, manifatturiero, petrolifero, trasporti e logistica) al fine di raggiungere l’obiettivo net-zero entro la metà del secolo».

La speranza ravvisata dagli esperti è che le aziende che, a partire dal 2010, hanno ottenuto una modesta riduzione annuale delle emissioni (circa 0-5% annuo) possono ancora raggiungere l’obiettivo net-zero delle proprie operazioni entro la metà del secolo a patto però di raddoppiare la velocità di riduzione delle emissioni entro il 2030 e triplicarla entro il 2040.

«Nonostante appaia rassicurante la crescita nell’adozione degli obiettivi di decarbonizzazione, è chiaro che le imprese non si stanno ancora muovendo in modo sufficientemente rapido», ha dichiarato Peter Lacy, chief responsibility officer e sustainability services global lead di Accenture. «Con la conferenza COP26 alle porte, è necessario che aziende e governi di tutto il mondo concentrino i loro sforzi su azioni concrete, con target solidi che permettano di raggiungere l’obiettivo net-zero entro la metà del secolo, contenendo il riscaldamento globale entro la soglia di 1,5°C».

La ricetta di Accenture. Gli analisti di Accenture non si sono limitati a fotografare lo stato dell’arte ma hanno suggerito il percorso da seguire verso l’obiettivo di net-zero. «Le soluzioni si differenziano per settori e aziende e in tutti i casi presentano punti di partenza, opportunità e sfide differenti», ha sottolineato Ollagnier. «In alcuni settori, le tecnologie necessarie sono già disponibili e dovranno essere scalate rapidamente, in altri devono ancora essere inventate. Il raggiungimento di un tale livello richiede che le aziende di qualsiasi settore facciano della “re-invenzione” la norma, trainata dall’innovazione tecnologica, dalla collaborazione, dall’adozione di nuovi modelli di business e dalla disponibilità di una adeguata regolamentazione a supporto».

Si va, per esempio, dalle costruzioni, per le quali l’abbattimento delle emissioni inquinanti passa attraverso l’utilizzo di nuovi materiali certificati e la circolarità del processo produttivo; alla finanza, che dovrà incrementare il servizio consulenziale alla clientela per indirizzare i capitali verso investimenti sostenibili. Mentre, infine, il retail sarà chiamato a mettere in piedi un sistema di last mile (cosiddetto ultimo miglio) a basso impatto ambientale e a introdurre modelli incentrati sulla circolarità.

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