Quota 100 non è certo sostenibile

IL SISTEMA PREVIDENZIALE ITALIANO NON CE LA FA GIÀ ORA, CON DUE LAVORATORI OGNI PENSIONATO
di Alessandra Ricciardi
Rinunciare alla riforma Fornero non è sostenibile. Quota 100? Non è servita a far entrare più giovani sul mercato del lavoro». Così Francesco Seghezzi, presidente della fondazione Adapt, l’associazione fondata da Marco Biagi nel 2000 per promuovere studi e ricerche sul diritto industriale e del lavoro. Il problema è la sostenibilità del sistema, dice Seghezzi, «il sistema previdenziale non si regge con due lavoratori ogni pensionato, nel 2050 avremo un lavoratore per ogni pensionato. E per lavoratore si intende anche chi ha un lavoro precario».

Domanda. Quota 100 andrà in soffitta tra le proteste della Lega. È servita a creare più posti di lavoro soprattutto tra i giovani, come era promesso dalla riforma?

Risposta. No, il saldo cumulato di assunzioni e cessazioni per le imprese che hanno utilizzato quota100 è sostanzialmente stabile. Lo scorso anno Banca d’Italia ha stimato addirittura un calo dello 0.4% di persone assunte a causa di Quota 100: persone che sono uscite dal mercato del lavoro e che non sono state rimpiazzate.

D. E la staffetta generazionale?

R. Quella è un mito del Novecento, quando il posto fisso era sempre uguale a se stesso, e c’erano figli che subentravano magari ai padri nella stessa mansione. Oggi è impensabile. Un lavoratore che va in pensione nel 2021 con 40 anni di contributi e ha lavorato per 40 anni in un’azienda manifatturiera ha competenze diverse da quelle richieste oggi dalla sua stessa azienda. I processi produttivi sono cambiati. Quindi anche quando vi è corrispondenza sui numeri tra cessazioni e nuova occupazione, non vi è mai corrispondenza di mansioni. Nel 2018, per esempio, sono andati in pensione 50mila conduttori di impianti e operai di macchinari fissi, nello stesso anno per lo stesso profilo ne sono stati assunti solo 35 mila.

D. Se questo è vero, fissare l’età pensionabile a 67 anni vorrebbe significare anche tenere al lavoro persone con competenze non adeguate. Questo non ha un costo in termini di competitività del sistema?

R. Indubbio, se non si fa nulla. Da un lato andrebbero previste invece attività di formazione a aggiornamento continue e strutturali e poi delle forme di solidarietà generazionale. Per esempio, si possono immaginare contratti con orari ridotti per chi è a fine carriera per consentire di assumere nuove leve.

D. Con 400mila nascite all’anno, dice Carlo Blangiardo presidente dell’Istat, nel lungo periodo saremo un paese non da 60 milioni di abitanti ma da 30 milioni. Prevedere incentivi alla natalità come chiedono i sindacati, per esempio un anno di contributi figurativi per ogni figlio, servirebbe ad ampliare la base lavorativa?

R. Non nel breve periodo. Anche se ci fosse un boom di nascite nel 2022, e non vi sono affatto le condizioni perché questo accada, bisognerebbe aspettare almeno 18 anni prima di vedere i nuovi nati la lavoro.

D. Vi sono però gli ingressi dall’esterno, gli immigrati.

R. Ma non bastano dal punto di vista numerico e dal punto di vista della formazione. Dal 2002 al 2019, guardando sempre i tassi di natalità, abbiamo perso circa 900 mila nuovi cittadini italiani, il numero è stato compensato solo per 500mila unità dagli immigrati. Mancano all’appello quasi 400mila lavoratori. Senza tenere conto che quelli coperti da stranieri spesso sono profili a bassa competenza, quando invece il lavoro del presente e ancora di più del prossimo futuro è ad alto tasso di tecnologia.

D. Rinunciare alla riforma Fornero è sostenibile?

R. Dal punto di vista economico no, il sistema previdenziale non si regge con due lavoratori ogni pensionato, nel 2050 avremo un lavoratore per ogni pensionato. E per lavoratore si intende anche chi ha un lavoro precario.

Dal punto di vista sociale, possiamo pensarci. Individuando uscite agevolate per alcune mansioni usuranti, senza allargare troppo la platea in modo pretestuoso. E al tempo stesso progettando forme di lavoro più sostenibili per chi ha un’età avanzata: non è detto che si debba fare la stessa cosa e sempre allo stesso modo e nella stessa sede. Anche lo smart working, per i lavori che lo consentono, potrebbe essere un mezzo per consentire a chi è a fine carriera di conciliare meglio il lavoro con una diversa qualità di vita.

D. Sulle pensioni il governo Draghi si scontra per la prima volta con i sindacati.

R. Non credo che dal 2022 scatteranno i 67 anni senza nessuna forma di gradualità. I sindacati dal canto loro dovrebbero fare delle proposte concrete improntate alla sostenibilità del sistema per il futuro, pensando a tutelare non solo la propria base rappresentativa storica ma anche i giovani precari. Chi oggi ha 40 anni e un lavoro precario ha l’aspettativa di avere una pensione pari al 50% del proprio stipendio.

D. Ma c’è lavoro per i giovani?

R. Ferno restando che, come dicevo, la forza lavoro si sta stringendo sempre più, il lavoro si è trasformato, ci sono nuovi settori su cui puntare e che fanno fatica a trovare le competenze. I canali della formazione, a partire dalla scuola, dovrebbero rivedere la loro offerta. Un dato: tra il 2015 e il 2018 nelle professioni qualificate nelle attività commerciali e nei servizi ci sono state 77mila uscite ma 222 mila entrate.
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