Pensioni un po’ più ricche

Paola Valentini
Pensioni più ricche, ma non per tutti. Per chi le percepisce si prospettano dal 2022 incrementi per effetto del ritorno dell’inflazione. Dall’altra parte, i lavoratori nella fase di accumulo avranno uno stop alla rivalutazione dei contributi a causa della recessione dello scorso anno. Il rialzo dei prezzi al consumo negli ultimi mesi, dopo un 2020 di gelo per via della crisi pandemica, è destinato da gennaio prossimo a rimpinguare l’assegno dei pensionati. Nel frattempo la brusca frenata dell’economia nel 2020 per la pandemia peserà sulla rivalutazione (si veda box) dei versamenti contributivi di chi è al lavoro, perché questi si apprezzano in base al pil dell’Italia, anche se il rimbalzo economico di quest’anno nel lungo periodo potrebbe compensare la crisi passata.

L’impatto concreto e immediato è dunque sui pensionati, che dall’anno prossimo vedranno lievitare l’assegno. Si tratta di quasi 23 milioni di trattamenti. Per i conti dello Stato si parla di una spesa aggiuntiva di 3-5 miliardi. Non a caso il governo d’emergenza affidato a Mario Monti nel 2011 durante la crisi dello spread sospese la perequazione delle pensioni per 2012-2013 degli importi oltre i 1.500 euro lordi. Una misura che però fu respinta dalla Corte Costituzionale e i pensionati negli anni successivi furono parzialmente compensati. Ora il clima è cambiato e l’austerity ha lasciato il campo a politiche più espansionistiche, soprattutto con la pandemia. Difficile dunque credere che il governo Draghi segua l’esempio di Monti, anche perché rischia di incappare ancora una volta nella scure della Corte Costituzionale. Proprio per capire quale sarà l’impatto sull’assegno della fiammata sui prezzi MF-Milano Finanza ha chiesto a Smileconomy un’elaborazione sulle ipotesi di rivalutazione delle pensioni 2022. Il tasso utilizzato per le proiezioni è dell’1,5%, in linea con l’inflazione programmata e con le ultime stime della Nadef (quest’anno non c’è stata rivalutazione perché nel 2020 si prevedeva un’inflazione negativa, mentre nel 2020 le pensioni sono salite dello 0,5%).

Sono stati simulati gli effetti per sette importi di pensione, da 1.500 a 5.500 euro lordi mensili. Le rivalutazioni annue sono state calcolate secondo due metodi: il metodo «Scaglioni Prodi», che prevede un meccanismo simil Irpef con tre aliquote di rivalutazione (100%, 90%, 75%) a seconda dello scaglione della pensione, e il metodo «Fasce Conte» introdotto in via sperimentale per tre anni nel 2019 e articolato in sei fasce cui vengono applicate percentuali secche di rivalutazione dal 100% al 40% sull’intero valore della pensione. Dal 2022, senza interventi, torneranno gli scaglioni Prodi, molto più favorevoli per i pensionati (ma non per lo Stato), in quanto il meccanismo applica progressivamente la diminuzione dell’aliquota di rivalutazione per l’inflazione. «Il metodo per fasce è invece più penalizzante per le pensioni medie e alte, perché la minor aliquota di rivalutazione viene applicata sull’intera pensione», spiega Andrea Carbone, fondatore di Smileconomy. Nei casi simulati per pensioni fino a 2 mila euro lordi mensili i due metodi sono equivalenti, in quanto prevedono la rivalutazione per il 100% dell’inflazione. Dai 2.500 euro in su le cose cambiano e, mano a mano che si sale di importo, si nota che il meccanismo per fasce è più penalizzante. Si parte dal -22% per 2.500 euro e si arriva al -53% per 5.500 euro di pensione. In euro netti annui si tratta di differenze comprese tra 61 e 289 euro e in valore assoluto gli aumenti degli assegni vanno da 293 euro lordi in più l’anno (pensione di 1.500 euro) fino a 920 euro del metodo Prodi per l’assegno di 5.500 euro, che invece nel metodo Conte avrebbe 429 euro annui in più. «Le differenze in euro netti possono sembrare non così rilevanti, ma per la collettività la differenza tra i due sistemi è racchiusa nel costo complessivo delle rivalutazioni, nell’ordine di qualche miliardo di euro. C’è chi ne stima 4, chi la metà: si tratta comunque di numeri importanti», aggiunge Carbone. Quale sarà l’effettivo meccanismo adottato nel 2022? «Forse uno dei due oppure una nuova versione: negli ultimi 25 anni si sono succeduti 12 diversi metodi per calcolare le rivalutazioni», ricorda Carbone.

E’ certo che il tema delle rivalutazioni è un nuovo imprevisto capitolo tutto da scrivere sul fronte della previdenza che si va ad aggiungere al tema sempre più urgente della sostituzione di Quota 100, il meccanismo di flessibilità in uscita (somma di 62 anni di età e 38 di contributi per andare in pensione) varato in via sperimentale per tre anni nel 2019 e in scadenza a fine di quest’anno. «I miliardi da investire per la rivalutazione delle pensioni inevitabilmente ridurranno ulteriormente i già stretti margini di spesa per aggiornare le regole pensionistiche per il 2022», conclude Carbone. «Ancora pochi giorni o settimane e avremo un quadro più chiaro sulle regole del prossimo anno. Se per i pensionati si tratta di attendere di conoscere l’entità della rivalutazione, per i lavoratori, se si ha la possibilità, è meglio accantonare da subito risorse per integrare la propria pensione futura».

Intanto il bilancio di quest’anno vede risultati tutto sommato buoni per i fondi pensione: le linee obbligazionarie hanno retto grazie alla sempre maggiore diversificazione dei portafogli dei fondi verso asset legati all’economia reale che ha contenuto l’effetto del calo dei tassi dei bond. Mentre le linee azionarie hanno fatto bene in scia al rialzo delle borse, anche se nelle ultime settimane i timori d’inflazione e la carenza di materie prime hanno frenato il rally. Dall’analisi di Milano Finanza, che ha raccolto in anticipo i rendimenti ottenuti dai fondi pensione negoziali da inizio anno al 30 settembre, il risultato medio netto è stato del 2,92% a fronte della rivalutazione netta del 2,15% registrata dal Tfr che non viene versato alla previdenza complementare. La media dei 330 fondi pensione aperti sul mercato (dati Fida) è stata nei nove mesi del 3,1% netto. In entrambi i casi i risultati hanno superato il Tfr nonostante la tassazione più favorevole della sua rivalutazione (aliquota al 17% contro il 20% dei rendimenti fondi pensione) e la spinta dell’inflazione, visto che la liquidazione si apprezza dell’1,5% fisso annuo più il 75% dell’indice dei prezzi Istat. Tra i negoziali c’è anche chi ha reso oltre il 10% in nove mesi, come il comparto Azionario di Mediafond (13,21%). Sul podio anche la linea Espansione di Fondosanità (8,22%) e il Dinamico di Alifond (7,93%). Sotto la parità invece le linee garantite, per le quali scatta comunque l’ombrello della protezione del capitale. Tra i fondi pensione aperti sono oltre 30 le linee con rendimenti superiori al 10% per via del contenuto mediamente più elevato in azioni rispetto ai negoziali (si veda tabella in pagina che riporta i migliori 15 e i peggiori 15).

«Nelle aziende che quotidianamente visitiamo», evidenzia Paolo Stefan, direttore del fondo negoziale Solidarietà Veneto, «ci viene descritta un’economia in fase di rimbalzo che comincia a fare i conti con il possibile rallentamento determinato dal rincaro delle materie prime e dai timori d’inflazione». Proprio quest’ultima ha frenato i mercati nell’ultimo mese per i dubbi che non sia soltanto temporanea. «Le incognite non mancano, ma il risparmio previdenziale da tempo ha imparato a conviverci, attrezzandosi», nota Stefan. Per diversificare si fanno strada nei portafogli le asset class alternative da affiancare alle azioni e obbligazioni quotate. «Entro fine anno puntiamo a incrementare di altri 100 milioni l’investimento nei fondi alternativi su pmi e infrastrutture», conclude Stefan. (riproduzione riservata)

Il 2020 è stato un anno perso per la rivalutazione dei contributi
di Carlo Giuro
Non è soltanto l’inflazione l’unica variabile economica da considerare in tema previdenziale. C’è anche il pil, il cui andamento riverbera i propri effetti sull’importo delle prestazioni. Va infatti ricordato che nel sistema contributivo, dal 2012 in vigore per tutti i lavoratori, la futura pensione si calcola operando la somma di tutti i contributi versati nella vita lavorativa, rivalutati annualmente in proporzione alla crescita del pil dei cinque anni precedenti. L’importo così calcolato viene diviso al momento del pensionamento (con l’applicazione degli specifici coefficienti di trasformazione) per il numero di mesi che separano il pensionando dalla speranza di vita media. Il trattamento previdenziale è allora esposto al combinato disposto del rischio economico (andamento economia) e del rischio demografico. Con riferimento al primo aspetto, il Ministero del Lavoro ha reso noto nei giorni scorsi, sulla base delle rilevazioni dell’Istat, che per via della recessione del 2020 il valore del tasso annuo di capitalizzazione da utilizzare per rivalutare i contributi dal 2022, risulta pari a -0,000215 e, pertanto, il coefficiente di rivalutazione è pari a 0,999785, quindi sotto l’unità. Va in ogni modo evidenziato come, in base alla presenza nell’ordinamento italiano di una specifica clausola di salvaguardia (introdotta nel 2015 per calmierare gli effetti del precedente avvenuto nel 2014 in cui per la prima volta, il tasso è risultato negativo a causa della recessione degli anni precedenti), si prevede che qualora dal calcolo risulti un coefficiente inferiore a uno (come rilevato quest’anno) questo venga considerato pari a uno evitando così una perdita in conto capitale. La salvaguardia prevede però che questa contrazione venga recuperata, negli anni seguenti, quando il coefficiente risulterà dal calcolo maggiore di uno. Nel confronto tra Governo e Sindacati in vista della Legge di Bilancio dovrebbe essere considerata l’opportunità di introdurre un meccanismo di sterilizzazione definitivo degli effetti di un pil negativo. Nell’attesa è opportuno per il lavoratore valutare opportunamente la possibilità di diversificare il proprio rischio pensionistico con l’adesione alle forme di contribuzione complementare, affiancando a una pensione di base, che rivaluta i contributi in base al pil, soluzioni ad hoc che investano i contributi nei mercati finanziari, in relazione al proprio orizzonte di pensionamento. (riproduzione riservata)
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