RISK MANAGEMENT DELLA FAMIGLIA

Autore: Silvin Pashaj e Maria Elisa Scipioni
ASSINEWS 335 – novembre 2021     
 

Un metodo rigoroso e oggettivo  

È meglio accettare il totem del cavallo per ingraziarsi gli dei o è meglio lasciarlo fuori le mura per evitare qualche recondito pericolo? La vita è da sempre connotata da scelte sull’assunzione di rischi più o meno gravi, importanti, personali o collettivi.
Cercare di aggiungere un tassello al grandioso edificio di quanto è già scritto sul tema è impresa difficile, in ogni caso limitata e necessariamente incompleta e bisognosa di confronto con visioni alternative.

Cerchiamo pertanto di delimitare correttamente l’ambito della nostra discussione. Stiamo ragionando sulla consulenza per l’ottimizzazione della tutela assicurativa della persona e le azioni da intraprendere per implementarla.
Fare delle scelte implica sempre disporre di un chiaro criterio di raffronto e per evitare l’errore fatale di contare e confondere le pere con le mele, il primo basilare requisito è quello di riconoscere e considerare fenomeni, situazioni ed eventi che posseggono gli attributi giusti per applicare una corretta e omogenea metodologia di misurazione.

Questa considerazione preliminare può sembrare scontata e superflua, ma proprio uno degli errori più frequenti è quello di mettere sullo stesso piano d’analisi una polizza di puro rischio, come può essere una polizza vita temporanea caso morte e una polizza vita di investimento, nella quale l’aspetto del “rischio” di rimanere in vita è talmente elevato che è in sostanza una certezza.

In questo esempio gli elementi da confrontare hanno in comune solo il fatto di essere venduti da una compagnia di assicurazione e di avere un prezzo. È chiaro che con queste premesse non si può costruire un criterio efficace di analisi e selezione, la nostra scelta deve essere ben più attenta.
Il primo passo per affrontare efficacemente l’analisi dei rischi assicurativi per le persone fisiche è di circoscrivere l’obiettivo esclusivamente ai rischi collegati alla vita, alla salute, alla proprietà ed alla responsabilità civile in genere.

La caratteristica comune è che sono rischi caratterizzati da un’entità commisurabile del danno potenziale, abbinabile con una frequenza di probabile manifestazione (solitamente bassa).
Quantificare un rischio (puro) equivale quindi a definirne l’intensità potenziale, la cosiddetta magnitudo e la sua frequenza potenziale di accadimento.

Nel caso dell’incendio dell’abitazione la definizione della magnitudo consiste nell’analisi del valore di ciò che potrebbe bruciare e quindi quale entità economica servirebbe per riportarlo allo stato iniziale in caso di evento, mentre l’analisi della frequenza, aspetto più complesso e articolato da valutare, significa definire, attraverso un’analisi attenta delle variabili endogene ed esogene, quanto frequentemente può avvenire un incendio.

Le variabili endogene sono le più semplici da dedurre, ad esempio il rischio che un incendio si sviluppi è direttamente proporzionale alla quantità di elementi infiammabili contenuti nel fabbricato.
Tanto più elevato è il tasso di infiammabilità degli elementi costrittivi o di contenuto quanto più alto sarà il rischio che si sviluppi un incendio.

Esistono poi le variabili di natura esogena, molto meno prevedibili, legate al contesto ambientale in cui è calato il fabbricato. Un fabbricato circondato da altri fabbricati che producono e lavorano resine espanse ha un rischio ben più elevato di un fabbricato circondato da case private e così di seguito.
Questo processo di definizione quantitativa del rischio e di analisi della sua frequenza di accadimento rende la valutazione nel suo complesso esauriente, articolata e molto precisa.

Come abbiamo già avuto modo di descrivere nel nostro articolo introduttivo1 la fase finale nel processo di analisi di risk management prevede, sulla scorta delle informazioni quantitative sui rischi in termini di danno e probabilità di manifestazione, la decisione di quale comportamento o combinazione di comportamenti adottare tra le seguenti scelte a disposizione:

1. Evitare i rischi – ciò comporta la decisione di evitare una determinata attività perché collegata a rischi eccessivi non immunizzabili, come può essere l’acquisto di una seconda casa per le vacanze se il livello di indebitamento eccede le capacità di risparmio.

2. Ridurre i rischi – eliminare fattori di rischio con adeguati investimenti come la messa a norma degli impianti o il cambiamento dello stile di vita che comporti una riduzione considerevole dell’esposizione al rischio di incidenti, ecc.

3. Trasferire i rischi – sottoscrivere polizze assicurative (ove disponibili) per usufruire del vantaggio del risk pooling (il premio al rischio è sempre inferiore all’immobilizzazione necessaria per una autoassicurazione).

4. Ritenzione del rischio – predisporre una parte del proprio patrimonio alla tutela di eventuali rischi che non si intende trasferire. Rientrano in questa accezione anche le eventuali franchigie o i massimali inferiori alla stima del danno potenziale.

Il quadro completo delle coperture in essere, di quelle che si è intenzionati ad acquisire, delle riduzioni e delle ritenzioni di rischio rappresentano il punto di partenza della pianificazione assicurativa.
Ma dopo aver effettuato un’analisi tanto approfondita e non avendo altra soluzione se non quella di trasferire il rischio esiste un metodo per poter in qualche modo classificare tra loro questi rischi?
Abbiamo l’opportunità di definire dei livelli di priorità dei vari rischi per poter decidere a quali dare precedenza?

Per far ciò è necessario trovare un metodo di classificazione dei rischi oggettivo, rigoroso e attendibile. Un metodo che consenta di coniugare il trasferimento del rischio con il suo principio ispiratore, l’effetto positivo di ripartizione collettiva del rischio, più nota sotto l’appellativo di mutualità del rischio.
Il metodo di analisi del rapporto perdita-frequenza da noi adottato è un metodo efficiente non solo nella definizione e classificazione del rischio, ma anche nella altrettanto importante funzione di selezione del rischio.

L’analisi e classificazione in base al rapporto perdita-frequenza genera un meccanismo virtuoso, in ambito assicurativo, che consente di consigliare ai clienti l’assicurazione ai rischi veramente assicurabili, consente alle compagnie di assicurazione assumere rischi qualitativamente migliori e al contempo di formare quella cultura assicurativa che tanto serve al mercato di riferimento. Assicurare un rischio è fondamentale se non esiste altra alternativa parziale o totale, come pocanzi abbiamo evidenziato, ma soprattutto se quel rischio, nell’ottica del suo rapporto perdita-frequenza, è un rischio che possiede un senso e un significato assicurativo.

Per meglio comprendere quello che stiamo argomentando si osservi il grafico seguente: Disponendo in questo sistema di assi cartesiani i nostri rischi in rapporto al loro indicatore perdita (entità del danno) – frequenza (indice di rischio) si rileva come, all’interno di questo sistema, esistano i cosiddetti “punti di tendenza” (o punti attrattori) che praticamente definiscono i momenti di attenzione della nostra analisi e classificazione dei rischi.

Il punto di attrazione asintotico rispetto all’asse delle ordinate (cioè il punto disposto sull’asse verticale che è significato dal valore di entità del danno tendente a zero e di indice di rischio tendente ad infinito – punto A) è il punto ideale per la ritenzione del rischio.
È il così definito, da esempio didattico, “graffio del parafango dell’auto”. Un rischio molto frequente e che genera normalmente una perdita bassissima.

Questo rischio è illogico assicurarlo, nell’ottica del funzionamento e del significato intrinseco di assicurazione. Riflettendo sul senso sociale e reale dell’assicurazione, Il risk pooling è alla base di un meccanismo efficiente di gestione mutualistica collettiva.
In questo contesto più rischi a bassa frequenza apporto alla mutualità tanto più il rapporto risulterà efficiente tra coperture e premio pagato.

Viceversa tanti più rischi, seppur di scarsa entità, frequenti apporto alla mutua assicurazione tanto più renderò il meccanismo di risk pooling inefficiente e potenzialmente in perdita.
Ecco perché il punto attrattore disposto sull’asse delle ordinate, quello con perdita tendente all’infinito e frequenza tendente a zero (punto B) è il punto ideale a cui fare riferimento per l’assicurazione di un evento.

Perché quello definito in quel punto attrattore è un rischio che difficilmente accade, ma quando accade genera una perdita molto elevata in termini di entità.
Un rischio quindi mutualmente assumibile, ma individualmente difficilmente tollerabile.

Ecco quindi che la misurazione lineare, come riportato nel grafico, della distanza da quel punto ideale dei rischi disposti nel sistema di assi cartesiani riporta una classificazione dei rischi in cui la priorità più elevata, in termini assicurativi, non l’avranno i rischi economicamente più devastanti (ipotesi intuitivamente corretta) o i rischi potenzialmente più frequenti (ipotesi intuitivamente errata), ma quei rischi dal rapporto perditafrequenza migliore, ossia quelli che in rapporto ad un capitale di rischio elevato dispongono di una frequenza mediamente bassa di accadimento potenziale.

È facile intuire a tal proposito come questa tipologia di classificazione del rischio, oltre che definire un metodo oggettivo e rigoroso, genera un meccanismo virtuoso ed è oltretutto fonte importante di formazione e comprensione del vero senso della soluzione assicurativa, nata e costruita attorno ad una gestione efficiente del risk pooling.

In conclusione, la classifica dei bisogni assicurativi consente al cliente/consulente di determinare quale deve essere la prima polizza da sottoscrivere, cosa si può fare per conciliare risorse di spesa e certezza nella vita, dove ritenere un po’ di rischio per ridurre le spese ecc.
Conviene rammentare che uno strumento sofisticato di questa natura, non toglie nulla alla qualità del lavoro del consulente, anzi ne diventa un ausilio decisamente indispensabile ed efficace.

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