Prova di indipendenza

L’ultima assemblea di Mediobanca ha confermato il peso dell’associazione e la sua influenza nelle partite finanziarie italiane Ma ora la sfida si giocherà sempre di più sulla qualità dei candidati
Fabio Galli

Da Mediobanca a Tim, da Intesa Sanpaolo a Generali c’è un attore silenzioso che appare in tutte le grandi partite della finanza italiana e che, con gli azionariati sempre più parcellizzati, è oggi proiettato in primo piano nelle assemblee. Se i sostenitori non esitano a definirla un simbolo di democrazia societaria e i detrattori la attaccano talvolta come una stampella di poteri pericolanti, vero è che di Assogestioni si parla sempre di più nella city milanese. Lo si è visto qualche giorno fa con l’assemblea di Mediobanca dove, grazie a un attento lavoro di regia, l’associazione si è rivelata ancora una volta ago della bilancia in una vicenda che ha surriscaldato la Galassia del Nord. Lo si vedrà nei rinnovi attesi per il 2021 a partire da quello del board Unicredit che arriverà a scadenza in primavera assieme a quello della Bper. Il peso di Assogestioni non si misura però soltanto nelle partite societarie. In un paese in cui il risparmio è il bene più prezioso e l’asset management uno dei comparti più fiorenti, l’associazione è anche un crocevia per cui transitano molteplici interessi. Per rendersene conto basta scorrere il fitto elenco degli associati dove compaiono quasi tutti i grandi nomi della finanza italiana: da Intesa a Generali, da BancoPosta a Mediobanca per citarne solo alcuni. Assogestioni gestisce insomma un soft power che, come spiega il sito web, si concretizza in azioni di networking e di lobbying volte a condizionare orientamenti, politiche e strategie.

Nata nel 1984 per iniziativa delle prime società di gestione, l’associazione rappresenta oggi oltre 290 intermediari, tra cui la maggior parte delle sgr italiane e degli investment manager stranieri operanti in Italia, oltre a banche e assicurazioni che operano nell’ambito della gestione individuale e della previdenza complementare. L’assemblea si riunisce almeno una volta all’anno, di regola nel primo trimestre a Milano, e ogni socio ha diritto a un numero di voti proporzionale all’ultimo contributo versato. Le cifre non sono pubbliche ma lo statuto spiega che il contributo è suddiviso in una quota fissa e una variabile calibrata sul patrimonio raccolto o gestito alla fine dell’anno precedente. Detto in altri termini, l’influenza è commisurata al peso economico e le classifiche stilate periodicamente dall’associazione sono buone approssimazioni dei suoi delicati equilibri assembleari. I grandi elettori sono insomma Intesa e Generali che già da sole rappresentano una fetta significativa del mercato italiano, seguite da Anima, Poste, Pramerica, Mediolanum e Azimut. Ben rappresentati sono anche i gruppi internazionali con una storica presenza in Italia come Amundi, BlackRock, Allianz o Axa, anche se un buon numero di giganti dell’asset management è ancora fuori dall’albo e non sembra intenzionato a entrarci.

L’assemblea elegge con voto di lista il consiglio direttivo, l’organo principale di Assogestioni, che ha un mandato triennale e per statuto si riunisce almeno quattro volte l’anno. Il board ha a disposizione molteplici leve per dirigere l’associazione: determina le iniziative da assumere, stabilisce la quota fissa del contributo associativo, approva il preventivo delle spese e il rendiconto consuntivo, delibera sulle domande di ammissione e, più in generale, definisce l’indirizzo strategico. Alla presidenza c’è Tommaso Corcos, amministratore delegato di Fideuram-Intesa Sanpaolo Private Banking, che nel 2016 ha raccolto il testimone da Marcello Messori e siede da quasi cinque anni al vertice. Se il presidente ha soprattutto una funzione istituzionale e rappresenta Assogestioni di fronte ai soci, al mercato e ai policy maker, l’amministrazione ordinaria spetta a Fabio Galli, che da 22 anni ormai lavora negli uffici di via Andegari. Per l’associazione Galli ha ricoperto diversi incarichi, prima responsabile dell’ufficio studi poi responsabile delle relazioni internazionali e infine direttore generale, incarico che riveste dal 2002. Al vertice ci sono poi tre vice presidenti: Lorenzo Alfieri (Jp Morgan), Santo Borsellino (Generali) e Andrea Ghidoni (Pramerica sgr).

Se gli impegni istituzionali e di lobbying assorbono gran parte del lavoro di Assogestioni, l’attività che ha la maggiore visibilità mediatica è senza dubbio quella legata alla predisposizione delle liste di minoranza. Basti pensare che nella stagione assembleare 2020 i candidati eletti sono stati 101 in 43 società di Piazza Affari: 66 consiglieri di amministrazione, 29 presidenti di collegio sindacale e sei sindaci effettivi. A seguire questa delicata attività è il comitato dei gestori, organo rappresentato da un coordinatore e affiancato nella stesura delle liste dagli advisor Russell Reynolds e Heidrick & Struggles. Più in generale il comitato si occupa del cosiddetto engagement, fa cioè da trait d’union tra gli investitori e le società quotate in merito a tematiche di strategia, performance e governance. Un lavoro particolarmente prezioso se si considera il peso che gli asset manager hanno assunto nel capitale delle principali società e la crescente attenzione per le best practice. Nell’ambito di queste attività inoltre il comitato può incontrare i presidenti, gli amministratori con deleghe e i lead independent director degli emittenti. In queste molteplici iniziative svolge un ruolo chiave il segretario Massimo Menchini, allievo del giurista Berardino Libonati e dal 2002 in Assogestioni dove oggi ricopre anche l’incarico di direttore relazioni istituzionali e corporate governance.

Se il peso di Assogestioni è cresciuto, le sfide per il futuro non mancano. La principale è quella di rispondere alle esigenze di un’industria del risparmio globale che chiede standard qualitativi sempre più elevati. In questo ambito il tema più sensibile è il rispetto dei requisiti di indipendenza, sui quali in passato non sono mancate polemiche e a cui oggi i fondi esteri guardano con un occhio molto sensibile. Se non si sentissero adeguatamente rappresentati gli investitori potrebbero indirizzare altrove i propri voti e il confronto per i posti destinati alle minoranze potrebbe farsi acceso. Un rischio concreto? Si vedrà. Di certo oggi il prestigio e l’influenza di Assogestioni rimangono alti, come ammettono molti operatori di mercato: «Assogestioni è una garanzia di democrazia e ha saputo colmare una lacuna nel mercato», commenta Andrea Di Segni, managing director di Morrow Sodali. Ma per questo «ora la sfida sarà alzare ancor di più il livello dei candidati indipendenti per rafforzare il sistema di pesi e contrappesi all’interno dei board e tutelare al meglio gli azionisti». (riproduzione riservata)

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