Le sgr stanno cominciando a lanciare i fondi chiusi di tipo Eltif introdotti in Italia dal decreto Rilancio lo scorso maggio. Da Anthilia ad Anima, da Kairos fino a Pramerica: le caratteristiche dei primi prodotti retail disponibili sul mercato
di Paola Valentini

Il mercato italiano del risparmio gestito si prepara ad accogliere la rivoluzione dei fondi Pir alternativi, comparti destinati al retail che investono sulle pmi italiane anche non quotate e che si collocano a metà strada tra i tradizionali fondi comuni aperti Pir, specializzati sulle aziende di Piazza Affari, e i più sofisticati fondi chiusi di private equity o venture capitale, che guardano principalmente alle aziende non quotate e presentano una soglia minima di accesso di diverse decine di migliaia di euro. La novità, fortemente voluta da Assogestioni, introdurrà connotati di maggiore democrazia in un mondo, quello degli alternativi, che finora si è rivolto, promettendo rendimenti più elevati, agli investitori dotati di ampie disponibilità. «Il processo di democratizzazione degli alternativi che sta emergendo nel mercato italiano è positivo perché in un contesto di tassi ai minimi permette di offrire prodotti con rendimenti attesi interessanti rispetto ai prodotti tradizionali», spiega Massimo Mazzini, responsabile della direzione marketing e sviluppo commerciale di Eurizon Capital Sgr. Questa maggiore popolarità prevista per i nuovi alternativi va però gestita per evitare che l’investitore faccia scelte non adatte, perché un portafoglio sbilanciato verso asset non quotati, e quindi potenzialmente più redditizi, è nel contempo più rischioso. Di qui la l’importanza della consulenza finanziaria nell’indirizzare il risparmio. «I Pir alternativi sono fondi chiusi, aspetto di cui il cliente, nella valutazione del suo profilo di adeguatezza, deve avere piena consapevolezza nel rispetto del principio di diversificazione. Ne risulta l’importanza del ruolo dei consulenti che vanno adeguatamente formati in modo che possano dare un’informativa chiara al cliente finale, il quale deve inserire questi fondi in portafoglio in modo adeguato», aggiunge Mazzini. Ma andiamo per ordine.
I Pir alternativi sono stati introdotti a maggio dal decreto Rilancio possono assumere varie forme: Eltif, fondi di private equity, fondi di debito. Sono gli Eltif a rappresentare più di tutti l’evoluzione dei Pir legati ai fondi comuni aperti, strumenti creati nel 2017, che hanno avuto un boom di raccolta grazie all’esenzione fiscale dei rendimenti. Non a caso le prime sgr che hanno debuttato questa estate sul mercato dei Pir alternativi hanno scelto la forma di Eltif, veicoli varati nell’aprile 2015 dall’Ue per far arrivare i capitali a pmi quotate ma soprattutto, e questa la grande differenza rispetto ai Pir tradizionali, non quotate. L’Italia ha recepito la legge europea sugli Eltif nel 2018, ma quest’anno ha aggiunto una parte specifica che riguarda la fiscalità agevolata regolata attraverso la legge 77 del 17 luglio 2020 che ha convertito il decreto Rilancio. Il Paese quindi, come avvenuto in altre occasioni nel campo dell’asset management, si è portato avanti rispetto all’Europa, dove solo ora si inizia a discutere di possibili soluzioni che diano slancio agli Eltif, che di fatto non sono ancora decollati. In questo senso l’esperimento italiano sarà guardato con molta attenzione dalla Commissione Europea che è appena tornata alla carica sulla Capital Markets Union redigendo un nuovo piano di azione per facilitare l’accesso delle pmi al mercato dei capitali. Nel documento si sottolinea che sono davvero pochi gli Eltif lanciati finora, per cui sono allo studio nuovi incentivi per l’utilizzo dello strumento.

Incentivo che l’Italia ha introdotto appunto a maggio lanciando i Pir alternativi sul modello dei Pir ordinari, che dalla loro introduzione hanno ottenuto 15 miliardi di raccolta (anche se nel 2019 i flussi si sono fermati per via di modifiche normative, ora stralciate). La detassazione dei rendimenti è prevista se i Pir sono detenuti per 5 anni ed è rispettato il vincolo di investire in aziende italiane. Lo spirito dei Pir ordinari è d’altra parte in linea con quello dei Pir alternativi: l’obiettivo è far arrivare il risparmio privato alle imprese, soprattutto alle pmi che rappresentano il 99% delle aziende in Italia. «Pir ordinari e alternativi sono coerenti con i principi della Capital Markets Union, l’iniziativa dell’Ue che prevede lo sviluppo di forme di sostegno alle pmi sotto forma sia di finanziamenti sia di capitale di rischio», commenta Mazzini. «E l’Italia su questo fronte, anche grazie al lavoro di Assogestioni, è stato un Paese virtuoso nell’interpretazione di tali principi».

I Pir alternativi sono fondi che, seppur con soglie di investimento più alte (10 mila euro per gli Eltif) e differenti vincoli di investimento, hanno in comune con i Pir tradizionali l’esenzione fiscale dei rendimenti se conservati in portafoglio per almeno 5 anni. L’importo massimo che può avere il beneficio fiscale è 30 mila euro l’anno per i Pir tradizionali per un totale di 150 mila euro, rispetto ai 300 mila euro e 1,5 milioni per i Pir alternativi. Un’altra differenza è la natura di fondi chiusi dei Pir alternativi, in base alla quale un investitore può riscattare solo alla scadenza del fondo, fissata dopo in genere 7-10 anni. La valutazione della bontà dell’investimento si potrà fare dunque alla fine del ciclo dei vita del fondo, mentre nei comparti aperti tradizionali la quotazione quotidiana consente di uscire in qualsiasi momento e di avere sempre rendimenti aggiornati. La struttura chiusa del prodotto è adatta a dirottare il risparmio verso società, come le pmi, caratterizzate da minore liquidità (o addirittura illiquide se non quotate). Al contrario, i fondi Pir tradizionali hanno una quotazione giornaliera e quindi sono strumenti più consoni a un investimento in quotate. D’altra parte le sgr apprezzano il limite ai rimborsi per via della possibilità di stabilizzare i flussi. Non a caso a poco più di quattro mesi dal varo del decreto Rilancio sono già quasi una decina le società che hanno lanciato o stanno per lanciare Eltif made in Italy.

Ad esempio, Anthilia sta preparando un fondo Eltif (Economia Reale Italia) bilanciato: il 50% è dedicato al private debt e il 50% all’azionario small cap Italia, sempre con una capitalizzazione di mercato sotto i 500 mila euro, come prevede la normativa europea. «Siamo in fase autorizzativa e contiamo di partire tra fine 2020 e inizio 2021», dice Daniele Colantonio, partner e business & product development di Anthilia. «Si tratta di un fondo diverso dal private equity e funziona come un bond: prevede cedole periodiche e restituzione del capitale dal sesto anno». Ha una durata di 7 anni e soglie di investimento minime che, a seconda delle classi, vanno dai 15 mila a 30 mila euro, rendendolo «un prodotto adatto a un pubblico ampio», prosegue Colantonio. Anche Anima prevede di avviare entro fine anno un Eltif allineato alla normativa dei Pir alternativi. «Il fondo, con un portafoglio bilanciato, sarà destinato principalmente a investitori private e costituirà il primo elemento nell’ambito di un più ampio progetto di sviluppo di soluzioni di investimento su asset class alternative», afferma Pierluigi Giverso, vicedirettore generale di Anima Sgr. Invece il Renaissance Eltif appena lanciato da Kairos investirà il 25% della porzione di portafoglio non quotata in obbligazioni convertibili o con warrant, club deal, pre-ipo e private equity, compatibilmente con la durata del fondo (6 anni). L’importo minimo di sottoscrizione è 30 mila euro. Dal canto suo in agosto Pramerica sgr ha avviato Iter Eltif, focalizzato sulle infrastrutture italiane e gestito con la consulenza di Iter Capital Partners, società fondata da Vito Gamberale e da Mauro Maia. Ha una durata di 80 anni e un’ipotesi di rendimento pari al 10-12% annuo. Cantieri aperti anche in Banca Mediolanum: «Abbiamo partecipato al successo dei Pir ordinari e stiamo lavorando a soluzioni che permettano ai clienti di combinare i vantaggi dei private asset e dei Pir alternativi». In prima linea c’è pure Eurizon, pioniere nello sviluppo dei Pir tradizionali e degli Eltif. La sgr del gruppo Intesa Sanpaolo è all’opera su due fronti: un Eltif, gestito da un team azionario Italia interno alla società e che dovrebbe essere pronto a inizio 2021, e un fondo alternativo non riservato della controllata Eurizon Capital Real Asset. (riproduzione riservata)

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