Servirebbe una Greta anche per le pensioni

Le lacrime di Greta fanno effetto. Sottolineano l’importanza di preservare il nostro pianeta e l’ecosistema, evidenziano che scelte irresponsabili dei governi possono produrre danni irreparabili per gli equilibri ambientali e la qualità della vita delle generazioni successive. Al di là dei facili isterismi, siamo colpiti dal fatto che la stessa attenzione mediatica non sia emersa su un altro tema cruciale: il conflitto tra le generazioni che ha luogo in altre dimensioni rilevanti come il debito pubblico e i sistemi di welfare.
I vincoli
Dopo la riforma del 2011 si è parlato, praticamente tutti i giorni, sui quotidiani e nelle trasmissioni televisive, di pensioni — spesso male e per finalità elettorali, senza conoscere i fatti essenziali. Non è stato ancora assorbito nella coscienza collettiva il fatto che i sistemi pensionistici pubblici sono a ripartizione, dove gli attivi (i giovani) pagano per chi sta andando o è già in pensione. Per cui la scelta dei trattamenti può essere più o meno generosa, ma deve essere sicuramente credibile e sostenibile.
Credibile vuole dire che deve essere condivisa da chi pagherà i contributi in futuro, sostenibile che rispetti invece il vincolo di bilancio del sistema, cioè le entrate devono coprire le uscite.
La situazione attuale non rispetta già questi vincoli e le cose tenderanno a peggiorare. E lo stesso è vero per la montagna di debito pubblico, che altro non è che un modo per scaricare politiche fiscali irresponsabili del passato sulle generazioni successive. Presi dalla massimizzazione dei consensi nel breve periodo, dall’egoismo e dalla scomparsa di un’etica pubblica adeguata, non se ne parla – con qualche eccezione – e si avvicina il momento della resa dei conti.
Il rapporto Ocse «Working better with age» dell’agosto del 2019 evidenzia che in molti Paesi avanzati stiamo andando verso una situazione di un lavoratore per ogni pensionato nel 2050. L’incredibile aumento della speranza di vita ci dice anche che avremo un numero elevato e crescente di anziani per un numero crescente di anni. Chi pagherà l’onere per le prestazioni di welfare collegate?
Si dice da sempre gli attivi, cioè i lavoratori, ma si sottostima volutamente che in economie sempre più digitali le forme di lavoro cambiano, l’occupazione diventa discontinua e irregolare, il numero degli occupati potrebbe ridursi, soprattutto potrebbe contrarsi il volume dei salari. I sistemi di welfare attuali erano stati pensati in un mondo con carriere lavorative regolari che duravano circa 40 anni. Queste, con qualche eccezione, non esistono più. Per cui, l’aumento forte della spesa per il welfare sarà accompagnato da una contrazione delle basi imponibili e quindi delle entrate. Che succederà e che sarà necessario fare?
Stiamo assistendo da alcuni anni al diffondersi di un conflitto generazionale molto energico, con i segni di un rifiuto a pagare per i propri genitori. Prima che questo sentimento si diffonda e si arrivi al punto di non ritorno, è venuto il momento di fare qualcosa. A quello distributivo tra le classi si sta affiancando un conflitto tra le generazioni che può essere pericoloso e devastante.
La crisi di consenso dei governi occidentali esprime il disagio dei giovani e i timori di chi invecchia. Lo spettro di Marx di due secoli fa sta prendendo le sembianze di Greta.
Le strategie
Prima di tutto andrebbero resi chiari i dati di fondo con campagne di informazione capillari. Poi vanno definite le possibili strategie. In primo luogo, l’idea di rendere il sistema di welfare interamente pubblico, con un primo pilastro di welfare che potrebbe arrivare però a un quinto del Pil nei Paesi avanzati, non è una soluzione credibile e sostenibile.
I sistemi di welfare devono essere resi più selettivi e vanno trovate le risorse per assicurare una copertura dignitosa a chi non potrà accumulare a sufficienza per la vecchiaia.
Si può pensare a uno schema pubblico (a ripartizione) di integrazione o di assicurazione (pensione di garanzia) che sia finanziato anche dalla fiscalità generale e non solo dai contributi sociali – così tutti pagherebbero. Ma al tempo stesso vanno create le condizioni di uscita parziale e graduale dal sistema pubblico, per chi avrà le risorse per accumulare per la propria vecchiaia, somme con sistemi a capitalizzazione e/o con forme di copertura individuale.
La responsabilità
Chi può pagare per le proprie prestazioni dovrà essere chiamato almeno in parte a sostenerne il costo. Crediamo inoltre che sia criminale, nei confronti delle generazioni successive, andare in pensione troppo presto, visti i costi che scaricherebbe sui giovani. Per cui va ripensata l’età di pensionamento, rendendola anche flessibile, in alcuni casi, e adattandola alle esigenze individuali e al tipo di lavoro, ma garantendo la sostenibilità del sistema – adeguata proporzione tra tempo di lavoro e pensione.
L’egoismo delle generazioni genera follie, conflitti e guerre. È venuto il momento della responsabilità. Eppure qualcosa dal secolo scorso dovremmo aver imparato…
A quando una Greta per il debito pubblico e i sistemi di welfare?

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