Delfin vicina a ottenere l’ok di Bce per superare il 10%. La holding potrebbe avvicinarsi al 20% comprando da Unicredit. L’alternativa? Rastrellare sul mercato e poi vendere a Gae Aulenti
di Luca Gualtieri

Nei giorni che hanno preceduto l’assemblea di lunedì 28 nella city milanese si è rincorsa una girandola di ipotesi sul futuro di Mediobanca . Tutte plausibili. Nessuna certa. Perché se Leonardo Del Vecchio e il suo fidato Francesco Milleri sono stati molto attenti a far trapelare pochissimo sulle mosse di Delfin, molti potenziali attori della partita si sono abilmente tenuti in disparte. A partire da Jean Pierre Mustier che, secondo i collaboratori, sarebbe intensamente concentrato sul nuovo piano industriale e sulle ultime operazioni di de-risking. L’attesa insomma è tanta, ma qualcuno scommette che l’assemblea potrebbe riservare poche sorprese. Non solo perché Delfin non ha presentato alcuna integrazione all’ordine del giorno, ma anche perché l’8% rastrellato da Natixis e depositato in vista dell’assise non è sufficiente a spostare gli equilibri nella compagine azionaria. I soci storici, da Ennio Doris e Vincent Bolloré, sono ancora schierati al fianco del top management di Mediobanca mentre gli investitori istituzionali, a partire da BlackRock, non hanno nulla da rimproverare alla strategia. Una fiducia ben sintetizzata dal Financial Times che, nel giorno dei risultati trimestrali, ha definito Piazzetta Cuccia uno «spettacolo milanese». Muoversi ora, insomma, sarebbe prematuro.
I progetti di Del Vecchio del resto non sono di corto respiro. Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, il presidente esecutivo di EssilorLuxottica (assistito dall’avvocato Sergio Erede e da una banca d’affari americana) avrebbe già definito un piano che passa attraverso un consistente incremento della partecipazione. Già ora la quota viene accreditata molto vicina al 10% e Delfin sarebbe pronta a superare questa soglia, previa autorizzazione della Vigilanza. Se la Bce non ha ancora deciso, il nulla osta potrebbe arrivare entro fine anno consentendo così al nuovo azionista di marciare speditamente verso il 20%. In che modo? Il titolo è liquido e, malgrado il rally delle ultime settimane (+14% da metà settembre), potrebbe essere tranquillamente acquistato da Delfin sul mercato. Se questa è la strada maestra, sul tavolo c’è anche un’altra ipotesi: rilevare la quota di un azionista intenzionato a monetizzare in tempi brevi l’investimento in Mediobanca . Una descrizione che si adatta bene a Unicredit . Il primo socio della merchant continua infatti a considerare il suo 8,81% una partecipazione puramente finanziaria, smontabile in qualunque momento. Soprattutto adesso che il prezzo di borsa si è portato al di sopra del valore di carico (9,89 euro), rendendo una cessione della quota particolarmente conveniente.

I rapporti tra Del Vecchio e Mustier sono sempre stati costruttivi, soprattutto nell’ambito della recente partita Ieo-Monzino che ha visto Mediobanca nel ruolo di antagonista. Una vicinanza che suggerisce un esito molto diverso della partita: secondo un’ipotesi allo studio, dopo essersi portata oltre il 15% Delfin potrebbe vendere l’intera partecipazione a Unicredit ricevendo in cambio azioni della banca. Un deal che cambierebbe in profondità gli assetti della Galassia del Nord, facendo di Del Vecchio il primo azionista di Unicredit con una quota attorno all’8% (considerando anche l’1% già in suo possesso) e di Mustier il signore incontrastato di Mediobanca con in mano tra il 24 e il 28% del capitale. Va però detto che la complessità dell’ipotesi (per il momento mai arrivata all’attenzione del board di Unicredit ) sarebbe massima. Da un lato Piazza Gae Aulenti cambierebbe bruscamente rotta: dopo aver a lungo inseguito una fusione internazionale, la banca si troverebbe a scommettere sul mercato italiano e, per giunta, su quello che in passato era percepito come il simbolo del capitalismo di relazione. Un salto logico difficile da spiegare al mercato e agli azionisti (chiamati con ogni probabilità ad approvare un aumento di capitale riservato), anche se il deal potrebbe comunque produrre preziose sinergie industriali. Ci sarebbe poi lo spinosa questione dell’Antitrust, visto che gli accordi raggiunti a valle della fusione con Capitalia legano ancora le mani a Unicredit impedendole di superare il 9% di Mediobanca . E soprattutto non è semplice prevedere la reazione di altri grandi player rimasti finora ai margini della partita. All’estero ad esempio gruppi internazionali come Zurich potrebbero non vedere di buon occhio un rafforzamento di Unicredit in Mediobanca e, indirettamente, nelle Generali ; sul fronte italiano invece Intesa Sanpaolo rimane molto attenta agli equilibri nella Galassia del Nord e non è escluso che bruschi rimescolamenti possano spingerla allo scoperto.
Anche a Trieste la tensione è alta. Serrando la presa su Mediobanca , suggerisce qualcuno, Del Vecchio avrebbe mano libera per mettere in discussione la governance della compagnia di cui oggi è azionista al 4,86%. Già nelle scorse settimane l’imprenditore avrebbe avviato discussioni con altri soci privati per ragionare su alcune iniziative, come l’introduzione di un direttore generale responsabile dei costi e della finanza e nominato dal cda. Al momento comunque il top management non è in discussione tanto più che i risultati continuano a riscuotere consensi tra gli azionisti e la politica di acquisizioni all’estero (sul mercato si ipotizza un possibile interesse per le attività in Est Europa di Axa valutate tra 500 e 600 milioni e con Goldman Sachs advisor) piace agli investitori. Anche i soci di Mediobanca peraltro potrebbero presto iniziare a ragionare sulla governance.
Ad alcuni membri dell’accordo di consultazione ad esempio non dispiacerebbe la nomina di un nuovo direttore generale da affiancare a Francesco Saverio Vinci . Per ora si tratta soltanto di un’idea che andrà condivisa con il management e con la vigilanza per valutarne la traduzione pratica. Certo è che il ceo Nagel si è detto disponibile a migliorare gli assetti di governo della banca: «la nostra governance è considerata molto bene: questo non vuol dire però che non ci sono spazi di miglioramento e che il consiglio periodicamente non faccia le sue riflessioni», ha spiegato il banchiere nel suo ultimo intervento pubblico. Lo statuto del resto è il bersaglio più vulnerabile messo nel mirino da Del Vecchio. Se infatti oggi è difficile fare le pulci al modello di business di Mediobanca , per gli investitori internazionali certi anacronismi della governance sono difficilmente difendibili. Va però ricordato che quegli anacronismi sono figli di una particolare situazione, in cui Piazzetta Cuccia scelse di preservare l’autonomia del management dalle interferenze dei soci, taluni in evidente conflitto di interesse. Una vicenda che porta ancora una volta a Unicredit e al groviglio che da quasi 15 anni avviluppa il cuore della finanza italiana. (riproduzione riservata)
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