Pir? Chiusi come i trust

Per investire nell’economia reale tutelando il risparmio e le pmi ci vorrebbero fondi chiusi con ottica a cinque anni (sebbene con opzione di uscita anticipata). L’esempio giusto arriva da Londra
di Elena Dal Maso

Nel terzo trimestre del 2018 si sono registrate in Europa 64 ipo, che hanno raccolto 3,9 miliardi di euro, meno della metà rispetto agli 8,3 miliardi raccolti dalle 76 quotazioni di un anno prima. La borsa di Londra si conferma la più attiva anche nel periodo giugno-settembre, con 16 operazioni per un totale di 1,9 miliardi. Borsa Italiana, invece, ha accolto 12 ipo registrando una raccolta di 144 milioni, tutti sul segmento Aim. Piazza Affari tutto sommato si è difesa bene finora quanto a numero di operazioni (12 ipo contro le 16 di Londra) ma con dimensioni medie decisamente ridotte. «È molto importante sostenere il Sistema Paese che si fonda sul lavoro delle piccole e medie imprese», spiega Franco Gaudenti, amministratore delegato di EnVent Capital Markets ltd. «Le pmi hanno bisogno di capitali per stare al passo con la competizione, la crescita e lo sviluppo internazionale».

Secondo il report dell’ufficio studi di EnVent sull’Aim Italia, nei primi nove mesi del 2018 il segmento delle pmi ha raccolto 1,28 miliardi, che si confrontano con 1,29 miliardi di tutto il 2017 e 208 milioni del 2016. Qui l’effetto Pir si vede, perché la legge sui Piani di risparmio che prevedono incentivi fiscali per chi investe è entrata in vigore all’inizio dello scorso anno. «I Pir stanno svolgendo una funzione positiva, anche se non piena come forse ci si aspettava ed era auspicato da più parti essendo oggi relativamente poco investiti nelle aziende più piccole», spiega Gaudenti. I motivi sono diversi, tra questi il fatto che queste masse sono gestite da «fondi comuni generalisti aperti anziché, come dovrebbe essere, da fondi chiusi con un’ottica di investimento di almeno a cinque anni, che rispondano alla normativa europea Ucits», prosegue l’esperto.

Un cambiamento di passo però sta avvenendo, perché Fideuram, come ha scritto MF-Milano Finanza nel numero del 6 ottobre, ha chiesto alla Consob il via libera per poter commercializzare un fondo Pir chiuso. Per Gaudenti un passo in avanti sarebbe introdurre incentivi fiscali specifici in questo caso, anche perché chi investe in veicoli chiusi deve tener fermo il capitale per diverso tempo. «Si potrebbe pensare a interventi fiscali come quelli che oggi riguardano le società di tipo innovativo», prosegue. In questo senso la normativa sulle pmi innovative (decreto-legge 3/2015) prevede per le persone fisiche una detrazione Irpef pari al 30% dell’investimento, fino a un massimo di un milione di euro. Per le persone giuridiche, invece, l’incentivo consiste in una deduzione dall’imponibile Ires del 30% dell’investimento fino a un massimo di 1,8 milioni di euro. Il potenziamento dell’incentivo è importante, perché, fino al 2016, le aliquote erano pari al 19% per gli investimenti da parte di persone fisiche e al 20% per le quelle giuridiche. Gli incentivi valgono sia in caso di investimenti diretti, sia in caso di investimenti indiretti attraverso Oicr (per esempio i fondi comuni) che investono prevalentemente in questa tipologia di impresa. «Questo», riprende Gaudenti, «se si vuole continuare a credere nell’utilità di canalizzare investimenti diretti nelle imprese finanziando la crescita reale e non svilire il lavoro fatto finora».
Riflessioni che sembrano attuali in un contesto come quello che sta emergendo nell’ultimo mese, «con un rallentamento o in alcuni casi il ritiro di alcune operazioni, lo stop delle spac e la ritrosia crescente di investitori e gestori per fattori esterni, un primo tempo che si sta giocando nel Paese Italia attraversato da incertezze, contrasti, scarsa fiducia, ai quali si stanno affiancando forse fattori esogeni, ovvero il secondo tempo che si gioca e giocherà altrove, lontano, senza possibilità di scendere in campo», prosegue Gaudenti. Il manager fa riferimento ai ribassi e alla volatilità che stanno caratterizzando negli ultime settimane tutte le borse mondiali, a partire da Piazza Affari.
Secondo Gaudenti, oltre ai fondi Pir chiusi, si può ragionare anche sullo schema dei Trust inglesi, applicati anche nel Venture Capital, strumento che assicura comunque rilevazione della performance di periodo, calcolo del nav stimato e liquidità ai sottoscrittori durante il ciclo di vita del fondo «attraverso l’attività di market making periodica sulle quote», spiega il professionista. «È evidente che questi strumenti chiusi, se introdotti, dovrebbero essere gestiti da team di professionisti con competenze ed esperienze tipiche del private equity e merchant banking, piuttosto che solo da gestori professionali di fondi generalisti», conclude l’esperto. (riproduzione riservata)

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