Generali sta cambiando, ma non le serve uno statuto à la carte

I movimenti che si stanno osservando nell’azionariato delle Generali , con la crescita delle partecipazioni, rispettivamente, della Delfin di Del Vecchio e del gruppo Caltagirone costituiscono una novità interessante, innanzitutto perché smuovono le acque in una realtà che appariva, negli assetti proprietari, abbastanza statica e poi, ma non secondariamente, perché testimoniano di un impegno dei privati che, verosimilmente, all’occorrenza non risparmieranno i loro apporti, se sarà necessario, anche per l’ormai famoso aumento di capitale che Antoine Bernheim riteneva necessario già dieci anni fa e che costituisce una decisione la quale certamente deve tener conto delle condizioni dei mercati, ma difficilmente sarà alla lunga eludibile.

Potrebbe richiederlo non lontano nel tempo, l’esigenza di un più attivo protagonismo a livello internazionale, dopo avere fin qui dismesso la maggior parte degli asset che si sarebbero potuti alienare. Comunque, le Generali oggi beneficiano anche del fatto che solo un terzo circa della loro attività riguarda l’Italia; dunque, le relazioni con i problemi che, per esempio, in questa fase stiamo vivendo sono attenuati, bilanciati come risultano dall’operare all’estero. Un ulteriore aspetto riguarda la circostanza che l’ascesa dei due gruppi azionisti incrocerà la progettata riduzione della partecipazione di Mediobanca sotto il 10% che, prima o poi, in ossequio alla normativa regolatrice, dovrà avvenire, con la conseguenza del riproporsi – anche con riferimento ai rapporti con il primo azionista dell’Istituto di Piazzetta Cuccia, l’Unicredit – del «che fare» in sede strategica relativamente a questa stessa partecipazione.

Tali eventuali sviluppi potrebbero essere suscettibili di determinare riallocazioni e mutamenti in un’area assai importante del sistema bancario, finanziario e assicurativo. Intanto sembra che la Compagnia manifesti, almeno nei programmi, accanto alla tradizionale attività assicurativa, una voglia di dinamismo maggiore nei settori del risparmio gestito e in quello dell’assistenza sanitaria integrativa: insomma, a fianco alla protezione del risparmio, il versante del Welfare aziendale sembra venga tenuto d’occhio per le sue accresciute probabilità di espansione. Importanti saranno, in tale contesto, le decisioni che saranno assunte dall’assemblea di bilancio del prossimo anno, alla scadenza del mandato dei componenti il consiglio di amministrazione. È l’occasione per scelte adeguate e di rafforzamento, certo non ricorrendo a modifiche dello statuto, quale quella che qualcuno vorrebbe compiere per allungare la possibilità di potere essere nominato presidente anche con un’età superiore ai 70 anni, il limite oggi vigente. Utilizzare a fisarmonica la politica statutaria, a seconda di chi si voglia limitare con il tetto degli anni e, di converso, di chi si voglia favorire, sarebbe un’operazione, quali che siano le motivazioni – fossero anche le migliori possibili – che una Compagnia del livello e della storia delle Generali non poterebbe compiere, pena un calo di credibilità. Norme statutarie à la carte sarebbero un disdoro. Sarebbe come perdersi in un bicchier d’acqua. (riproduzione riservata)

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