Banca Fideuram. Cinquanta da sballo

Banca Fideuram (Intesa Sanpaolo) compie mezzo secolo Dal fondatore, l’americano Cornfeld, all’attuale amministratore delegato Molesini: ecco la parabola della pioniera del risparmio gestito in Italia
di Andrea Giacobino

Una straordinaria macchina da utili con una storia lunga cinquant’anni. Anni di successi straordinari e di momenti dif?cili, superati spesso brillantemente. Ma anche una scuola da dove sono passati grandi dell’industria, a cominciare da Ennio Doris. È Fideuram, la realtà che per prima, dal lontano atto di costituzione a Roma del 3 settembre 1968, ha iniziato la grande avventura del risparmio gestito in Italia, affermandosi nel corso di mezzo secolo come la maggiore realtà nazionale della distribuzione di servizi ?nanziari. L’atto di nascita porta le impronte di un finanziere americano.
Figura controversa come quella di tutti i fondatori di imprese innovative, Bernie Cornfeld importò anche in Italia il suo innovativo business model frutto di un singolare abbinamento tra fondo comune e rete di vendita multilevel. Per il mercato italiano, infatti, il manager statunitense a capo di Ios creò Fonditalia, un fondo lussemburghese autorizzato e gestito dalla società ?duciaria Fideuram (Fiduciaria Euroamericana), che era addetta a raccogliere il denaro degli investitori. In Italia fu un grande successo e in pochi mesi, in tutte le regioni italiane, vennero reclutati venditori con lo scopo di ricercare altri collaboratori e sottoscrittori. Questo vorticoso impegno portò nelle casse della Fideuram e della capogruppo Ios qualcosa come 200 miliardi di vecchie lire, per i tempi una cifra imponente.

La prima crisi petrolifera degli anni 70, la ?ne del sistema dei cambi ?ssi e la crisi economica, misero però in crisi il sistema societario disegnato da Cornfeld, con la conseguenza che Fideuram e i soldi di 60.000 investitori corsero il rischio di sparire. Così lo Stato, per evitare un crac che avrebbe avuto conseguenze disastrose, decise di far intervenire l’Imi (Istituto mobiliare italiano), che rilevò dalla Ios sia Fideuram sia il fondo lussemburghese Fonditalia. Il compito di guidare Fideuram venne dato da Imi a Giorgio Forti, un funzionario della Comit con esperienza nel settore ?di e successivamente titoli-estero, che dimostrò molto buon senso superando una situazione di iniziale ostilità da parte della rete. Così Forti, lungi da esserne il liquidatore, fu invece il nocchiero di una fase di grande espansione e consolidamento di Fideuram.
La rete cresceva grazie all’impegno dei manager, alla creazione di nuovi prodotti, all’immagine garantita dall’Imi, alla stabilità di una clientela crescente, ai buoni risultati ottenuti dai gestori del gruppo e a fortunate campagne pubblicitarie. Decisivo fu soprattutto un meccanismo di stock option introdotto per ?delizzare la rete. L’organico dei promotori ?nanziari crebbe ?no a 3.500 dopo l’emanazione nel 1983 della legge istitutiva dei fondi comuni di investimento. Non senza momenti dif?cili, come il contrasto tra Forti e il direttore generale Sergio Pugliese, con l’uscita di quest’ultimo nel 1986. Una rottura che ebbe conseguenze pesanti: oltre 700 promotori abbandonarono la nave Fideuram per seguirlo nell’avventura alla guida della neo costituita Sanpaolo Invest. Un’avventura, quella di Pugliese, che però terminò bruscamente con la sua uscita da Sanpaolo Invest nel febbraio 1988.

Forti era ancora in sella in uno dei momenti di svolta della storia di Fideuram, mentre incominciò a brillare la stella di Ugo Ruffolo, il nuovo direttore generale. È il 1992 quando Fideuram si fuse con Banca Manusardi, conseguendo due obiettivi in un solo colpo: trasformare la sim in banca e quotarsi in Borsa accorciando i tempi di un progetto che era già nei piani societari. L’operazione fu congegnata benissimo per ridurre i tempi del via libera all’ipo: Banca Manusardi acquistò il 100% di Fideuram assumendo poi il nome della società acquisita.
Con l’uscita di Forti emersero le capacità di Ruffolo, un laureato in lettere che dimostrò notevoli qualità manageriali nella conduzione della realtà leader della promozione ?nanziaria. Il legame tra Ruffolo e la rete si saldò in altri momenti storici di crescita: l’ingresso del titolo nell’indice Mib 30 nel 1996; l’introduzione per prima in Italia del personal ?nancial planning; l’espansione europea in Lussemburgo, Francia e Svizzera, ?no all’acquisizione di Sanpaolo Invest, diventando così la prima rete multicanale in Italia.
Due anni più tardi, nel 2004, sotto la regia di Ruffolo, Banca Fideuram si dotò di un’architettura aperta, ampliando la propria offerta con i prodotti multibrand di case d’investimento internazionali. Ma il 2004 è anche l’ultimo anno dell’epoca Ruffolo che a settembre lasciò il suo incarico di amministratore delegato e direttore generale e le deleghe operative temporaneamente nelle mani del presidente Vincenzo Pontolillo, dopo un duro scontro sull’autonomia di Banca Fideuram tra lo stesso Ruffolo e i vertici di San Paolo Imi, di cui presidente era Rainer Masera.

La riorganizzazione delle attività di asset management e risparmio gestito del gruppo torinese fu af?data a Mario Greco, il cui progetto prevedeva il delisting di Fideuram, la fusione con Eurizon e la successiva quotazione di quest’ultima. La fusione a monte tra Banca Intesa e San Paolo Imi dell’estate del 2006 bloccò il percorso di Greco, senza fermare però il negativo delisting di Banca Fideuram che andò in porto all’inizio del 2007, dopo un’opa che l’aveva valorizzata circa 5 miliardi di euro. In quegli anni, dal 2005 ?no al 2007, un periodo buio vista la crescente disaffezione dei promotori e la fuga di molti di essi, la conduzione della banca fu af?data al ticket dell’ad Massimo Arrighi e del dg Giuseppe Rosnati.
La prima s?da di Matteo Colafrancesco, diventato amministratore delegato e direttore generale di Banca Fideuram nel giugno del 2007, fu di ripristinare il perimetro originario e, soprattutto, il senso d’appartenenza di promotori ?nanziari e dipendenti (delusi dal delisting del titolo) a una realtà leader di mercato. Un obiettivo centrato perché Colafrancesco si guadagnò la stima e il rispetto dalla rete, oltre che per la sua storia fatta di gavetta e profonda conoscenza del business sul campo, per l’impegno e la determinazione profusa nel rilancio e consolidamento della leadership del gruppo Banca Fideuram sul mercato. Numeri alla mano, la cura del top manager sanò le ferite e ridiede slancio ed entusiasmo ai promotori ?nanziari.
Dal 2008 al 2014, sotto la guida di Colafrancesco, il patrimonio di Banca Fideuram crebbe di oltre un terzo, passando da 60 a 90 miliardi di euro, i promotori salirono da 4.200 a oltre 5.000 e l’utile netto consolidato balzò da 176 a 401 milioni di euro. Risultati raggiunti come frutto di un’impostazione strategica chiara, focalizzata su due fattori chiave: la consulenza e il private banking. Il secondo risultato, a partire dal 2009, fu lo sviluppo del modello di consulenza evoluta «Sei» a pagamento, che consente il controllo ex ante ed ex post dei principali fattori di rischio, sia in relazione al patrimonio gestito in Banca Fideuram sia per le risorse detenute presso altri intermediari. Poi, sempre con la gestione Colafrancesco, la virata verso il digitale, con il lancio prima di Fideuram Mobile Solution e poi di Alfabeto.

Forte di questa strategia e dei lauti dividendi che ha garantito alla controllante grazie alla costante creazione di valore, Fideuram acquistò sempre maggiore importanza nel business model di gruppo della controllante Intesa Sanpaolo , che sotto la guida di Carlo Messina, convinto della centralità del fattore dimensionale per il successo nel wealth management, decise a fine 2014 di avviare il cantiere dell’integrazione tra la banca rete con quasi mezzo secolo di storia e la più piccola Intesa Sanpaolo Private Bank, guidata da Paolo Molesini. Un’integrazione che sembrava impossibile perché si trattava di mettere a fattor comune non solo masse gestite, ma soprattutto uomini e storie diverse.
Il lavoro fu grande, e così, anche grazie alla consulenza di Leonardo Totaro allora managing director di McKinsey, il primo luglio del 2015 nacque Fideuram Intesa Sanpaolo Private Banking, la prima private bank italiana. Da lì la crescita è proseguita con una stazza maggiore e con la prima acquisizione all’estero, il gruppo Morval Vonwiller in Svizzera, avviando la costituzione dell’hub europeo del private banking basato in Svizzera e operativa a Ginevra, Lugano, Londra e in Lussemburgo.
La ciliegina sulla torta del cinquantesimo anno di vita della banca, che in primavera ha visto l’uscita di Colafrancesco e la nomina a presidente di Paolo Grandi e di Molesini quale amministratore delegato e direttore generale, è stata l’ultima semestrale, la migliore di sempre. Su un totale di masse salito a 219 miliardi, di cui quasi 30 miliardi in consulenza a pagamento, Fideuram Intesa Sanpaolo Private Banking forte di più di 6mila banker, a fine dello scorso giugno ha segnato un utile netto consolidato record di 454 milioni. «Riassumere 50 anni di attività è quasi impossibile», dice Molesini. «Certo, dai primi pionieri del settore, agli albori della consulenza in Italia, fino ai private banker di oggi, sempre più preparati, la professionalità è il filo conduttore che ha sempre contraddistinto Fideuram, chi vi lavorava allora e chi vi lavora oggi». (riproduzione riservata)

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